Tesisquare: vietato distruggere l’invenduto per le grandi imprese, il DPP è il prossimo passo
Il 19 luglio 2026 la moda ha attraversato una soglia che pochi hanno notato nella sua reale portata. Per le grandi imprese è entrato in vigore, salvo le deroghe previste, il divieto di distruggere l’invenduto di abbigliamento e calzature. Il giorno successivo è stato lanciato il Registro europeo dei Passaporti Digitali del Prodotto. Per anni la distruzione è stata la via più semplice per gestire capi fuori stagione, collezioni non ritirate, eccedenze di produzione – proteggendo il posizionamento del brand dal rischio di vederli scontati o dirottati su canali non controllati, a costo di bruciare materiali, lavoro e valore. Quel margine di manovra, da luglio, si è ridotto per le grandi imprese. Due atti che, insieme, segnano l’inizio effettivo di una transizione annunciata a lungo e ora improvvisamente concreta.
Il calendario del Passaporto Digitale del Prodotto (DPP) prosegue da qui. Dal 18 febbraio 2027 diventerà obbligatorio per alcune categorie dibatterie – primo settore in cui l’obbligo si traduce in requisiti operativi concreti, e banco di prova per lo schema che le categorie successive erediteranno: campi dati, supporti, livelli di accesso, verifiche. Per il tessile e l’abbigliamento l’atto delegato è atteso entro fine 2027, con applicazione progressiva negli anni seguenti. In una filiera dove il tempo tra la selezione di un materiale e la consegna in negozio si misura in stagioni, il margine sembra ampio solo sulla carta: i dati che serviranno tra due anni riguardano prodotti in sviluppo oggi, e fornitori con cui i rapporti si stanno definendo adesso.
Vale la pena ricordare perché questo strumento è rilevante al di là dell’adempimento. Il DPP non è un’etichetta digitale: è un’identità del prodotto, accessibile attraverso un supporto dati – QR code, NFC, RFID – che restituisce informazioni diverse a interlocutori diversi. Al consumatore la composizione, l’origine, le istruzioni di cura e di fine vita. Alle autorità doganali e di vigilanza gli elementi per verificare la conformità. Al riciclatore quello che serve per recuperare i materiali. All’azienda può offrire, se integrato con altri sistemi di tracciabilità, un riferimento univoco per distinguere un prodotto autentico da una contraffazione e per capire dove un capo è finito quando ricompare su un canale non autorizzato. Per il fashion e il lusso italiano, che sulla provenienza e sull’autenticità costruiscono una parte sostanziale del valore, sono funzioni che precedono la normativa e la sopravvivono.
I benefici concreti vanno oltre la compliance. Un identificativo univoco per lotto o per pezzo rende più veloce isolare un lotto difettoso e gestirne il reso, invece di risalire manualmente a quali capi appartengono a quale produzione. E la stessa infrastruttura dati abilita nuovi flussi di ricavo legati al post-vendita: manutenzione, estensione di garanzia, second-hand certificato – un canale che oggi molte aziende gestiscono in modo informale, quando lo gestiscono.
Il punto critico, però, non è normativo: è la qualità del dato. Per molte organizzazioni la vera sfida non sarà comprendere gli obblighi previsti dalla normativa, ma costruire processi digitali capaci di garantire qualità, aggiornamento e disponibilità dei dati lungo tutta la supply chain, nonché visibilità e trasparenza lungo tutta la catena di fornitura. Oggi le informazioni di prodotto vivono distribuite tra sistemi diversi — master data ERP, PLM, MES, sistema di qualità, fogli excel, archivi dei fornitori – senza un livello che le tenga insieme. Raccogliere dati affidabili da fornitori e subfornitori, resta un’attività prevalentemente manuale, affidata a scambi di documenti e solleciti. Il risultato è una visibilità limitata proprio sulle informazioni necessarie a garantire conformità e tracciabilità – e tempi di risposta incompatibili con un obbligo che chiede dati aggiornati e disponibili in tempo reale.
Il divieto di distruggere l’invenduto e il DPP, letti insieme, richiedono entrambi una maggiore conoscenza del prodotto lungo il suo ciclo di vita. Per l’invenduto serve individuare sbocchi diversi dalla distruzione; per il futuro passaporto, raccogliere e rendere accessibili dati affidabili. Second-hand certificato, ricondizionamento, donazione tracciata sono alcune delle possibilità per gestire i capi invenduti. Ed è qui che la sfida smette di essere solo normativa e torna a essere industriale: costruire, con i fornitori, l’infrastruttura dati capace di sostenerla.
È il terreno su cui Tesisquare, insieme a Elision, lavora da tempo con i marchi della moda e del lusso italiani: una piattaforma unica che raccoglie il dato una sola volta lungo la filiera e lo rende disponibile, aggiornato e verificabile per rispondere alle nuove esigenze normative. I passaporti, del resto, non si rinnovano la sera prima della partenza.
Di Alberto Proverbio, Senior Sales Vice President Luxury & Fashion
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