Tre finali europee, quattro allenatori spagnoli: hanno superato gli italiani? Sono loro i migliori al mondo?

Maggio 20, 2026 - 17:26
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Gli spagnoli sono davvero gli allenatori migliori in circolazione in questo momento storico?

Se c'era, e forse ancora c'è, qualcosa che funziona bene nel nostro movimento calcistico, quella è la formazione, il lancio e l'esportazione di allenatori di livello. Forse anche troppo, visto che uno dei problemi del pallone in Italia è l'estremo tatticismo che blocca le partite.

Eppure, consideriamo i successi di Ancelotti, oggi ct del Brasile, di Maresca, campione del Mondo per club in carica e prossimo allenatore del Manchester City, di Farioli, campione di Portogallo col Porto; l'impatto di un personaggio sicuramente non banale come De Zerbi; la presenza ai prossimi Mondiali di tre selezionatori italiani (Montella e Cannavaro con Turchia e Uzbekistan oltre a Carletto). Tutti segnali che certificano una certa credibilità, almeno da questo punto di vista. Ciò nonostante, c'è un Paese che, esattamente come la sua Nazionale sul campo, è sulla cresta dell'onda anche con i suoi tecnici: la Spagna.

LA CHAMPIONS PARLA... CLARO

La finale di Champions League, l'evento più atteso al mondo a livello di competizioni per club, mette di fronte il Paris Saint-Germain di Luis Enrique e l'Arsenal di Mikel Arteta. Due stili tutt'altro che simili, ma due idee ben precise, una tesa all'armonia del gioco corale e l'altra più pragmatica, di stampo inglese, senza però sfociare nel difensivismo.

Espressioni identitarie di Catalogna e Paesi Baschi, Luis Enrique e Arteta faranno la storia (e il Double col rispettivo campionato) chiunque vinca: il primo potrebbe confermarsi campione dopo il trionfo di Monaco di Baviera sull'Inter un anno fa, il secondo in caso di vittoria centrerebbe il primo titolo di campione d'Europa per i Gunners in un Nuovo Millennio che li ha visti troppo spesso secondi, anche nella Champions stessa, come nel 2006 quando il goal di Belletti fu decisivo per il Barcellona.

REY DE COPAS, REY DE EUROPA LEAGUE

C'è solo il Friburgo tra Unai Emery e la sua quinta, ripetiamo, quinta Europa League vinta in carriera. Il legame tra l'allenatore e il trofeo di mezzo dei tre della UEFA è qualcosa di difficilmente incasellabile in termini logici, ma tra Siviglia (3) e Villarreal (1) il basco ha impresso a fuoco il proprio nome nell'albo d'oro della manifestazione.

Emery, oggi alla guida dell'Aston Villa, ha sempre proposto un gioco coinvolgente, solido, perfetto per le gare di andata e ritorno anche se forse non ancora abbastanza resistente per reggere fino in fondo l'impatto della Champions League, terminata l'anno scorso agli ottavi contro il PSG di Luis Enrique. Tant'è che, due anni fa, quando sembrava strafavorito per la vittoria della Conference League, viene quasi da pensare che si sia fatto eliminare di proposito in semifinale dall'Olympiacos poi campione davanti alla Fiorentina ad Atene. Per inciso: allenatore di quell'Olympiacos? Un altro spagnolo, Josè Mendilibar.

IL NUOVO CHE AVANZA

E c'è della Spagna, come del resto c'era anche lo scorso anno col Real Betis, anche nella finale di Conference League: ad opporsi al favoritissimo Crystal Palace sarà il Rayo Vallecano, la squadra del quartiere di Madrid portata in fondo alla competizione dalle idee di Inigo Perez, già promesso alla panchina del Villarreal per il dopo Marcelino.

Isi Palazon e compagni hanno avuto la meglio sullo Strasburgo, la formazione più quotata dell'altra parte del tabellone, e si presenteranno a Lipsia con nulla da perdere e tutto da guadagnare. Perez ha giocato in carriera in quell'Athletic Club di Bilbao che raggiunse la finale di Europa League 2011/12, capitanato da un altro tecnico spagnolo in odor di panchina importante, ovvero Andoni Iraola, capace di grandi cose nella sua esperienza al Bournemouth e in attesa di aprire un nuovo capitolo.

E ANCHE IN SERIE A...

Del resto, i tecnici spagnoli spopolano anche da noi, e in salse diverse: da una parte Cesc Fabregas, volto del progetto Como e concorrente all'accesso alla prossima Champions League con Milan, Roma e Juventus all'alba dell'ultima giornata di campionato, un gioco a tratti tambureggiante coniugato alla miglior difesa del campionato; dall'altra Carlos Cuesta, il più giovane di tutti, capace di salvare il Parma con largo anticipo puntando, controintuitivamente, su un calcio all'italiana, speculativo ma in fin dei conti adatto alla meta da raggiungere: un modello che Josè Bordalàs sta portando alle sue estreme conseguenze con il Getafe, in Liga.

Gli spagnoli, quindi, non sono più solo tiki taka, ma camaleonti in grado di portare a termine qualsiasi missione interpretando spartiti differenti. Ad oggi, il meglio che c'è sulla piazza.

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