Troppa grazia, Rafael
Durante il micidiale finale Alfano II, Liù risorge, esce dal personaggio, si fa una bella doccia, chiama un delivery e limona il rider, che poi si scopre essere Altoum, a sua volta, nell’opera, un folle incrocio fra Cristiano Malgioglio e Patty Pravo. Intanto Ping, Pong e Pang, svestiti i loro completi metallizzati color oro, argento e bronzo, si godono lo spettacolo mangiando popcorn. In precedenza, avevano evocato il laghetto blu tutto cinto di bambù facendosi di birra e coca (non cola) e, nel caso di Ping, urinando in scena, per fortuna non verso la platea: e per forza, verrebbe da dire, con tutta quella birra. Ecco una Turandot che rinfocolerà le eterne provincialissime polemiche italiane sulle regie, moderne vs tradizionali, quando in verità sarebbe molto meno onanistico discutere se siano belle o brutte. Il Lirico di Cagliari, che è tornato a fare delle buone stagioni, e la prossima è anche meglio, l’ha affidata alla rising star Rafael R. Villalobos, atteso a Roma per la prossima inaugurazione di stagione con il Rake’s Progress. Villalobos è un regista vero, nel senso che sa gestire il palcoscenico; come molti di rito “moderno”, però, soffre di un’ipertrofia di idee (e forse un po’ dell’ego): ne ha troppe, non le spiega abbastanza, e il risultato è che propone allo spettatore più quiz che la principessa di gelo ai suoi pretendenti. Tutti rebus, per restare alla Settimana enigmistica, per solutori più che abili, come Timur che fa la predica a un Calaf giovane traumatizzandolo, quindi non solo c’è l’ormai consueto doppio di Calaf in versione bambino, uffa uffa, ma le voci bianche sono tanti piccoli calaffini, boh. Insomma, come si diceva del povero Meyerbeer, troppi effetti senza cause. Peccato perché la scena di Emanuele Sinisi, una doppia balconata di ferro con proiezioni iridescenti nei momenti topici, è molto suggestiva per raccontare una Pechino de-cinesizzata ma vagamente Blade Runner. E la definizione dei personaggi è azzeccata: Turandot come bambinaccia in tailleur bianco, Liù per una volta non salice piangente ma combattiva Lara Croft in canotta militare, Calaf nerd imbranato, eccetera. Se ne esce con l’impressione che Villalobos sia un uomo di teatro autentico un po’ troppo consapevole di esserlo. E’ vero che al pubblico non bisogna piegarsi; ma spiegarsi, sì. Altrimenti anche gli educatissimi spettatori sardi reagiscono con urla e improperi (mischiati a molti applausi, però).
Magnifica senza se e senza ma, invece, la direzione di Michele Gamba, che giustamente parcheggia la partitura all’incrocio fra Elektra, il Sacre e il Barbablù. Spariscono i puccinismi consolatori della tradizione e tutto si svolge in un universo algido e tagliente dove si sega e scapitozza con i bisturi sonori, affilatissimi, degli impeccabili ottoni: ma tutta la prova dell’orchestra cagliaritana è notevole. Una bellissima Turandot novecentesca, cui solo gioverebbe serrare un po’ i tempi nel finale del secondo atto, leggermente indugiante; ma sugli ultimi accordi, perentori, imperiosi e precisissimi come i capricci di lei, “se ne veniva ’o teatro”, come diceva Eduardo. Palcoscenico “medio” ma di buona tenuta, con la Turandot non troppo interessante ma molto solida di Ewa Plonka, un Calaf allo stato brado, un terzetto delle maschere un po’ alterno (spicca però per bellezza di voce Ping, Vincenzo Nizzardo), un Altoum per una volta ascoltabile, Marcello Nardis, un solido Mandarino, Lorenzo Mazzucchelli, e soprattutto Maria Novella Malfatti, soprano di bellissima voce e ottima tecnica, e giustamente pugnace: vivaddio, per una volta c’è una Liù che non si canta addosso.
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