Tutte le ragioni per cui la nuova legge elettorale può mettere di buon umore (tranne su un punto)
Ci sono ottime ragioni per essere indispettiti di fronte a un’ennesima maggioranza che per l’ennesima volta sceglie di cambiare l’ennesima legge elettorale per cercare di non perdere le elezioni. E’ andata così nel 2005, quando il centrodestra per non perdere le elezioni varò il Porcellum (poi le perse). E’ andata così nel 2015, quando il centrosinistra riuscì nel miracolo di approvare una legge elettorale mai utilizzata (alcune sue parti furono poi dichiarate incostituzionali). E’ andata così nel 2017, quando il centrosinistra varò il Rosatellum (con il quale perse le elezioni). Ma quando si ha di fronte una legge elettorale nuova, oltre a indignarsi per i motivi tradizionali (ne facciamo troppe, si cambia sempre, l’opposizione è stata esclusa, hanno paura di perdere, ci sarebbero tante altre priorità, e così via), bisogna provare a concentrarsi sui contenuti. E se si ha la pazienza di studiare i dettagli, non si farà troppa fatica a capire perché la nuova legge elettorale, in fondo, piaciucchia anche a chi la definisce, nientemeno, la spia di una torsione autoritaria del paese. Intanto, il merito. La nuova legge elettorale consente alla coalizione più votata, se raggiunge almeno il 42 per cento dei consensi in entrambe le Camere, di ottenere un premio di maggioranza robusto ma non eccessivo. Chi supera il 42 per cento può arrivare al massimo a 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eletti all’estero. Significa che a una maggioranza, per crollare, basta perdere venti deputati o tredici senatori per non essere più maggioranza. Tutti i partiti che superano il tre per cento sono ammessi alla ripartizione dei seggi. All’interno delle coalizioni, il primo partito che non raggiunge il tre per cento viene premiato come miglior perdente ed è ammesso alla ripartizione dei seggi. Tutti gli altri non entrano in Parlamento e i voti delle altre liste rimaste sotto il tre per cento non possono essere conteggiati neppure per raggiungere il premio di maggioranza. Ogni coalizione, per essere tale, non deve solo presentare un programma, ma deve anche indicare il candidato premier ufficiale. Se nessuna delle coalizioni raggiunge il 42 per cento, i seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza. Le prerogative del presidente della Repubblica, come si dice, restano intatte. La maggioranza sufficiente per governare è ben lontana dai due terzi necessari per modificare la Costituzione senza passare dal referendum.
Non ci sono le preferenze, ma se qualcuno ci tiene davvero a far scegliere agli elettori i candidati da mettere in lista, c’è uno strumento già adottato nel 2012 dal Pd guidato da Pier Luigi Bersani: le parlamentarie. Fin qui il merito. Per il resto, per capire come ci si può, pazzamente, ma forse neanche troppo, innamorare di questa legge elettorale bisogna farsi delle domande. Una legge che aiuta l’Italia ad avere maggiore stabilità, in un momento storico in cui l’Europa è attraversata da un’ondata di instabilità, è un problema o un’opportunità? Una legge che aiuta ad avere maggiore stabilità senza ricorrere agli strumenti strong del presidenzialismo, una delle promesse elettorali del centrodestra, e senza gli strumenti pasticciati del premierato, riforma giustamente messa da parte dalla maggioranza, è una notizia buona o negativa? Una legge che costringe gli alleati ad assumersi la responsabilità di essere alleati, senza cercare alchimie attraverso le quali essere alleati senza dirlo, magari senza un programma condiviso, magari senza un’alleanza certificata, magari senza un candidato premier riconosciuto, è una deriva antidemocratica o un bagno di realtà? E una legge che rende più difficile lo scenario del pareggio, non escludendolo ma non agevolandolo, è una legge che può aiutare o no a semplificare il quadro politico senza alimentare la frammentazione, che di solito è il terreno fertile per le scorribande populiste? A tutto ciò si potrebbe aggiungere che buona parte degli obiettivi di questa legge elettorale coincide con una serie di obiettivi storici del centrosinistra italiano – dalla vocazione maggioritaria alla scelta preventiva del candidato premier – e coincide anche con un obiettivo presente della segretaria del Pd che, ripetendo da mesi che mai e poi mai sarebbe disposta a fare un inciucio con la destra alle prossime elezioni, dovrebbe essere contenta (e lo è) di avere una legge che rende il pareggio più difficile.
Il centrosinistra, naturalmente, non è felice del fatto che la nuova legge elettorale costringa il campo largo a uscire dalla modalità Magritte (“Ceci n’est pas une coalition”: questa non è una coalizione, anche se lo è) e non è felice del fatto che questa legge costringa il campo largo a doversi dotare di un candidato premier (il partito del pareggio, o quantomeno dei supplementari, avrebbe preferito scegliere il candidato premier dopo le elezioni, non prima, e anche il M5s avrebbe preferito non dover competere prima delle elezioni per la premiership, non solo per non dividersi troppo, ma anche per non rischiare di rendere indigesto il voto al campo largo ai propri elettori, nel caso non remoto di una vittoria di Schlein alle primarie). Chi invece non può non essere entusiasta di questa legge elettorale, anche se naturalmente afferma il contrario, è la segretaria del Pd, per il cui futuro Giorgia Meloni si è spesa forse più di chiunque altro, avendo messo a punto una legge che non solo rende difficile ciò che Schlein non vuole (il pareggio, con conseguente rischio di larghe intese), ma che rende possibile per la segretaria del Pd blindarsi prima delle elezioni attraverso l’unico strumento che le darebbe la possibilità di non subire colpi bassi dalla propria coalizione: le primarie. Il fatto che sia stata Meloni a spendersi a più non posso per avere una legge elettorale pro Schlein dovrebbe fare riflettere il centrosinistra sul perché il presidente del Consiglio consideri la leader del Pd un asset della destra (finora, in fondo, referendum a parte, il centrodestra ha beneficiato enormemente della leadership di Schlein). Ma l’ironia sul perché Meloni tifi Schlein lascia il tempo che trova se si pensa a quello che rischia di essere il vero buco nero della legge elettorale. Un buco nero che non riguarda gli ingranaggi, ma i possibili effetti. E che riguarda una tentazione che Giorgia Meloni, disgraziatamente, sciaguratamente, potrebbe far sua: utilizzare come scusa la nuova legge elettorale (e il suo premio di maggioranza) per giustificare in futuro un’alleanza con il generale Vannacci, con conseguente rottamazione di quanto di buono vi è stato in questi anni di melonismo e conseguente trasformazione del cosiddetto Stabilicum in un embrione di Putinellum. Vigilare, evitare, ma intanto, al netto delle scazzottate tra destra e sinistra, una certezza c’è: la nuova legge elettorale non è perfetta, ma non è poi così male.
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