Un adolescente su quattro abbandona lo sport: perché i Giochi della Gioventù sono un investimento sul futuro

14 Giugno 2026 - 08:46
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Un adolescente su quattro abbandona lo sport: perché i Giochi della Gioventù sono un investimento sul futuro

Un adolescente su quattro abbandona lo sport: perché i Giochi della Gioventù sono un investimento sul futuro

In Italia milioni di ragazzi praticano sport, ma una parte consistente di loro smette durante l’adolescenza. È un fenomeno spesso sottovalutato, che non riguarda soltanto il movimento o la salute fisica, ma investe temi ben più ampi: socializzazione, benessere psicologico, educazione e crescita personale. In un’epoca in cui gli adolescenti sono più connessi che mai, ma spesso sempre più soli, lo sport continua infatti a rappresentare uno degli strumenti più efficaci per favorire la crescita individuale e la costruzione di relazioni autentiche.

Lo sport, però, non è soltanto attività fisica. È disciplina, impegno, rispetto delle regole, capacità di affrontare le sconfitte e di lavorare per migliorarsi. Che sia in un campo da calcio, in una palestra, su una pista di atletica o in una piscina, i giovani imparano molto più di un gesto tecnico. Imparano, al pari di quanto avviene tra i banchi di scuola, a confrontarsi con gli altri, a collaborare, a gestire emozioni e a costruire la propria identità all’interno di una comunità.

I numeri: una pratica che cala con l’età

Secondo gli ultimi dati Istat sulla pratica sportiva, il 75,6% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni pratica uno sport, ma la percentuale scende al 66,1% tra i 15 e i 17 anni e al 53,9% nella fascia tra i 18 e i 24 anni. In pochi anni, dunque, quasi un giovane su quattro abbandona l’attività sportiva. Un dato importante quanto triste, che evidenzia come il passaggio dall’infanzia all’età adulta rappresenti uno dei momenti più critici nel rapporto con lo sport.

In altre parole, proprio negli anni in cui aumentano le responsabilità, le sfide personali e il bisogno di punti di riferimento educativi, lo sport perde una parte significativa dei suoi praticanti. Una tendenza che merita attenzione, soprattutto considerando il ruolo che l’attività sportiva può svolgere nella formazione dei giovani.

L’Italia ha certamente registrato progressi rispetto al passato: nel 1995 gli sportivi erano il 26,6% della popolazione, mentre oggi la quota supera il 37%. Tuttavia, questi miglioramenti non cancellano una realtà che continua a preoccupare.

Sedentarietà e dipendenza dagli schermi

Parallelamente alla diffusione delle tecnologie digitali, il tempo trascorso davanti agli schermi continua ad aumentare. Smartphone, social network, videogiochi e piattaforme di streaming occupano una parte crescente delle giornate di bambini e adolescenti, modificando profondamente le abitudini del tempo libero e sottraendo spesso spazio alle attività all’aperto e al movimento.

Secondo dati richiamati dall’Oms e dalla rete Oms Città Sane, circa il 90% dei giovanissimi italiani tra gli 11 e i 15 anni non svolge attività fisica quotidiana. Inoltre, la maggioranza non raggiunge i livelli di movimento raccomandati dall’Oms, che suggerisce almeno 60 minuti al giorno di attività fisica moderata o intensa. Non significa che tutti siano sedentari in senso assoluto, ma evidenzia una carenza di movimento che potrebbe avere conseguenze importanti sulla salute futura.

I benefici che vanno oltre la salute fisica

Ridurre il dibattito sullo sport alla sola dimensione fisica sarebbe però un errore. L’attività sportiva rappresenta infatti uno straordinario strumento educativo, oltre che sociale. In un periodo storico caratterizzato da un crescente disagio psicologico tra gli adolescenti, lo sport può e deve contribuire a rafforzare l’autostima, migliorare la gestione delle emozioni e favorire relazioni sane con i coetanei.

Per molti giovani, la squadra o il gruppo sportivo rappresentano il primo luogo di aggregazione stabile al di fuori della famiglia e della scuola. Qui si imparano il rispetto delle regole, il valore dell’impegno, la capacità di cooperare e il senso di appartenenza a una comunità. Competenze che accompagnano i ragazzi ben oltre il terreno di gioco e che spesso si rivelano preziose anche nella vita adulta.

Perché tanti ragazzi smettono

Le ragioni dell’abbandono sportivo sono molteplici. Con l’aumentare dell’età crescono gli impegni scolastici, cambia la gestione del tempo libero e spesso emergono nuove priorità. A ciò si aggiungono fattori economici che possono rendere difficile sostenere le spese per corsi, trasferte, attrezzature e iscrizioni.

Non meno significative sono le differenze territoriali. Le regioni del Nord registrano generalmente livelli di pratica sportiva più elevati rispetto al Mezzogiorno, dove la disponibilità di impianti e opportunità sportive è spesso inferiore. Il rischio, quindi, è che lo sport finisca per diventare un privilegio anziché un’opportunità realmente accessibile a tutti.

Il ritorno dei Giochi della Gioventù

Negli ultimi anni il tema è tornato anche al centro del dibattito politico e scolastico, con diverse iniziative finalizzate a contrastare la sedentarietà e favorire la partecipazione sportiva tra i più giovani. In questo contesto si inserisce il ritorno dei Giochi della Gioventù voluto dal governo Meloni, per ripristinare uno dei simboli storici dello sport scolastico italiano. L’iniziativa punta a riportare l’attività motoria al centro della vita scolastica, coinvolgendo migliaia di studenti in percorsi sportivi e formativi.

L’obiettivo non è soltanto individuare talenti, ma diffondere una vera e propria cultura dello sport, promuovendo partecipazione, sana competizione e benessere. La scuola può infatti rappresentare il luogo ideale per avvicinare all’attività fisica anche quei ragazzi che non frequentano società sportive o che provengono da contesti con minori opportunità.

Una sfida che riguarda tutto il Paese

Il rilancio dello sport giovanile non può però dipendere esclusivamente dalle istituzioni. Servono impianti adeguati, associazioni sportive radicate sul territorio, famiglie coinvolte e una cultura che consideri lo sport un investimento educativo e sociale, non soltanto un passatempo. La questione riguarda il futuro dell’Italia. Un ragazzo che pratica sport con continuità non cresce soltanto più sano, ma acquisisce strumenti fondamentali per affrontare la vita adulta. In un tempo segnato da isolamento sociale, sedentarietà e crescente fragilità emotiva, investire nello sport significa investire nelle persone, soprattutto nelle fasce più giovani.

Restituire centralità allo sport non significa soltanto promuovere uno stile di vita sano. Significa offrire ai giovani uno spazio in cui imparare il rispetto, la collaborazione e il senso di comunità. Per questo la sfida dello sport giovanile riguarda l’intero Paese: investire nello sport vuol dire investire nelle persone che costruiranno l’Italia di domani.

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