Una rossastra nostalgia
"La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”, scriveva Milan Kundera. In un recente incontro al festival di Radicofani, la Posta Letteraria, il neo 80enne Antonio Padellaro presentando il suo libro glorificava il 1963 dicendo che era molto meglio rispetto all’oggi, anche solo perché c’erano figure come de Gaulle o Kennedy. Come l’Owen Wilson di Midnight in Paris, se Padellaro tornasse in quegli anni probabilmente troverebbe persone con la nostalgia di una sessantina di anni prima e cioè di Theodore Roosevelt che si prendeva i proiettili sul petto ai comizi e continuava a parlare, e magari pure del kaiser Guglielmo o dello zar Nicola. “I veri paradisi”, diceva Proust, che sul tema ha consumato ettolitri d’inchiostro, “sono i paradisi che abbiamo perduto”. Lo vediamo oggi con il ventennale della vittoria italiana ai Mondiali di calcio, per cui i millennial mettono l’emoji con la lacrimuccia sopra foto di motorini nelle piazze e di Marcello Lippi col sigaro, e lo vediamo quando i cinquantenni-sessantenni postano su Facebook le réclame registrate male delle merendine, o dei gelati iper-chimici come Twister e Piedone, o clip di Christian De Sica ricordando che allora “si poteva dire tutto, mica come oggi”. Per la Gen Z cinese la nostalgia dell’infanzia trova un nome che mette d’accordo, su TikTok, oltre 2 miliardi e mezzo di persone: chinese dreamcore.
Il dreamcore è un’estetica visiva internettiana che ricrea, con musica e filtri, l’atmosfera un po’ surreale del sogno dove un senso di assorta tranquillità è toccato da una leggera inquietudine. I ragazzi cinesi postano video e immagini – vere o finte, ma soprattutto generate dall’AI, a bassa risoluzione – dei primi anni 2000: interni scolastici, edifici piastrellati, negozietti di quartiere, insegne retrò, monitor di computer pre-plasma, bovindi squadrati con vetri blu, parchi giochi colorati, corridoi vuoti, mobili di legno giallastro. Palazzi che sembravano il futuro e oggi somigliano a rovine di un sogno. Tutto senza persone, tutto un po’ lugubre e onirico, da dormiveglia, granuloso, un po’ videogioco un po’ Wong Kar-Wai. Questo dreamcore mandarino va oltre la nostalgia, crea un’atmosfera da pomeriggio estivo di ozio in una città disabitata quando la tecnologia era ancora analogica, pre-touch, quando c’erano i modem che facevano rumore. Vera malinconia della cameretta.
Un blogger cinese ha definito il trend estetico un “nuovo tipo di antidolorifico digitale per i giovani nei tempi moderni”. Parliamo di quella generazione che ha visto l’impero cinese trasformarsi con estrema rapidità, urbanizzazione apocalittica, e che sogna quegli anni pre-internet diffuso, pre-smartphone, pre-social, pre-grande spinta economica e costruzione massiccia e implacabile di infrastrutture, e del più sofisticato e diffuso sistema di riconoscimento facciale. Ed è anche quella generazione che più di tutte ha subito la solitudine data dalla politica del figlio unico, quando ognuno era solo nella sua cameretta perché il governo aveva paura della sovrappopolazione (la politica è stata abolita nel 2016), e non solo perché alienato dallo scrolling. Come riporta il New York Times, il governo cinese non ha vietato questi contenuti, ma i telegiornali nazionali hanno ammonito il popolo: non idealizzate il passato, è pericoloso. Dopotutto il comunismo non può essere nostalgico perché vive del sogno del sol dell’avvenire. Da noi che il comunismo non c’è e i nostalgici per definizione sono al potere, possiamo sbizzarrirci e postare foto delle Spice Girls, dell’Arcore-core, arrivando indietro nel tempo fino a immagini di Aldo Moro al mare, sognando la prima repubblica.
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