Uscire dal bipolarismo maggioritario per non finire come l’America di Trump

Il Mulino è stato per decenni uno dei centri di cultura e iniziativa politica più autorevoli e attivi del nostro paese, con una particolare capacità di influenza negli anni novanta, durante il passaggio dalla cosiddetta prima alla cosiddetta seconda Repubblica. Un passaggio sancito dagli scandali giudiziari dell’inchiesta Mani Pulite, con il processo ai vertici della politica trasmesso in tv all’ora di cena, per giorni e giorni, ma soprattutto dall’abbandono della legge elettorale proporzionale in favore del sistema maggioritario, inizio di quella transizione istituzionale mai portata a termine e ricominciata sempre da capo per i successivi trent’anni, all’inseguimento dei modelli più disparati (presidenzialismo americano, semipresidenzialismo alla francese, modello Westminster…). Il clima, il contesto e anche il metodo con cui si produsse quel salto – un referendum popolare, peraltro piegato surrettiziamente all’obiettivo, prevedendo la Costituzione il solo referendum abrogativo – contenevano già in sé, evidentemente, tutte le premesse dell’esito populista e antipolitico che avrebbe caratterizzato il nuovo sistema, in misura sempre crescente. E tuttavia, fino a oggi, il consenso per il maggioritario e il bipolarismo, l’irrealizzabile e incostituzionale pretesa di eleggere direttamente presidente del Consiglio, governo e maggioranza, garantiti in un unico pacchetto dalla sera stessa del voto fino all’ultimo giorno della legislatura, tutto questo ha goduto di un consenso quasi unanime, specialmente nel mondo giornalistico e intellettuale. L’influenza del Mulino in questo esito non può essere sottovalutata.
È dunque tanto più interessante e significativo lo speciale che in questi giorni la rivista ha deciso di dedicare al dibattito sulla nuova legge elettorale, che ovviamente, come tutte le leggi elettorali precedenti, si propone ufficialmente di risolvere finalmente il secolare problema dell’instabilità italiana e sotto sotto, ma neanche troppo, conferma la prassi ormai trentennale con cui a ogni legislatura la maggioranza tenta di cambiare le regole a proprio favore. E già questo, per quanto mi riguarda, è motivo sufficiente per giudicare la pseudo-rivoluzione degli anni novanta che ha avviato tale andazzo come una disgrazia nazionale da cui occorrerebbe fare marcia indietro il prima possibile.
La novità è che tra i primi interventi nel dibattito aperto dal Mulino vi è un articolo di Carlo Trigilia che dice proprio questo: tornare al proporzionale. Articolo di cui consiglio vivamente la lettura, sia per come puntualmente ricorda l’abisso tra le promesse dei promotori del maggioritario e i risultati effettivamente conseguiti dal sistema, sia per come sottolinea la singolare vicenda dell’infatuazione maggioritaria della sinistra italiana. Ma non meno interessante è l’articolo di Enzo Cheli sulla legge proposta dal governo, che tra le altre cose potrebbe consegnare alla maggioranza i numeri per eleggersi da sola anche gli organi di garanzia, portandoci sulla strada delle democrazie illiberali, o degli Stati Uniti di Donald Trump.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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