Vita comune, per i giovani un segno della presenza di Dio
Giovani in gita a San Pietro al Monte (Lc)C’è chi rientra dal lavoro in tarda serata, chi prepara un esame universitario in cucina, chi sparecchia dopo cena mentre qualcun altro propone un momento di preghiera. La vita comune proposta dal Servizio diocesano per i Giovani e l’Università nasce così, come un dono prezioso che porta con sé la benedizione di Dio: dalla quotidianità condivisa, nei piccoli gesti, con la scelta di non vivere da soli il proprio cammino umano e spirituale.
Le iscrizioni per presentare la propria candidatura alle esperienze di fraternità rivolte ai giovani dai 20 ai 30 anni sono aperte fino al 24 maggio. Gli appartamenti, messi a disposizione da parrocchie e famiglie religiose, si trovano a Milano e in altre città della diocesi. Ogni fraternità sarà composta da piccoli gruppi di tre-sei giovani che continueranno il proprio percorso di studio o lavoro scegliendo però di dare priorità alla vita condivisa.
Tre le possibilità proposte:
Rosa dei Venti, per chi desidera vivere un tempo di discernimento vocazionale;
Vita comune per la carità, legata al servizio verso gli ultimi;
Casa Magis e Casa Hermon, esperienze centrate sull’accoglienza e sulla condivisione della fede.
Dopo la candidatura sono previsti colloqui personali di discernimento e un week-end presso il Centro pastorale ambrosiano di Seveso.

«Un concentrato di vita cristiana»
«Le esperienze di vita comune sono un concentrato di vita cristiana, hanno dentro diversi ingredienti essenziali del cristianesimo – spiega don Marco Fusi, responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università -. La fraternità, la preghiera personale e comunitaria, il servizio agli ultimi e l’accoglienza, la condivisione della fede si esercitano nella quotidianità».
La proposta nasce dal desiderio di offrire ai giovani un’esperienza concreta di crescita umana e spirituale, senza separare la fede dalla vita ordinaria. «È bello che la Chiesa metta a disposizione dei giovani luoghi che favoriscono la loro crescita, anche la loro “partenza” dalla famiglia di origine per accogliere la propria vocazione – continua don Marco -. Gli adulti accompagnano le fraternità, sono accanto ai giovani per rileggere insieme la densità del proprio vissuto».
La vita comune diventa così un laboratorio quotidiano di ascolto, responsabilità e condivisione in cui vivere veramente: «Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme» (Salmo 133). Non un’esperienza ideale o perfetta, ma una scuola concreta di fraternità, con la quale esercitarsi per coltivare uno stile di vita un po’ alternativo, conoscendo meglio se stessi attraverso la relazione con gli altri, nella cura della vita spirituale, e diventare grandi».

«La fraternità nasce nelle cose semplici»
Lo racconta bene Davide Rusnati, 32 anni, educatore, che vive la fraternità con altri due ragazzi nella parrocchia di San Luigi Gonzaga a Milano: «Avevo desiderio sia di uscire di casa, sia di farlo in una piccola fraternità dove sperimentarmi nelle relazioni umane con altri». A convincerlo definitivamente è stata anche la possibilità di vivere il servizio attraverso la Caritas: «Il fatto che l’offerta educativa della Pastorale giovanile desse la possibilità di mettersi a disposizione di persone ai margini della società mi ha dato ancora maggiore spinta nell’intraprendere questo percorso».
La bellezza della vita comune passa soprattutto dalla quotidianità. «I momenti più belli sono quelli legati alla condivisione di ciò che si è. Tutto ciò che ha il sapore della ferialità. La bellezza nasce dall’entrare in una rispettosa relazione con l’altro: l’attenzione, la presenza, l’esserci nelle cose più piccole».
Anche le difficoltà diventano occasione di crescita. «Più che tensioni vere e proprie, ci sono divergenze nel fare le cose. La prima che ricordo è stata sullo spezzare o meno gli spaghetti per fare la pasta – racconta sorridendo -. Credo che la fraternità si realizzi se si è disposti a non assolutizzare il proprio punto di vista. Ho sempre percepito nella nostra fraternità il venirsi incontro soprattutto nel momento in cui l’altro poteva dare di meno per impegni legati alla professione o ai propri studi. Questo per me è stato molto bello: significa essere sensibili al bisogno dell’altro, significa sentire l’altro».
Non esiste una convivenza perfetta, precisa Davide: «Non voglio dare l’idea di relazioni idilliache e nemmeno di persone perfette: casa nostra, per esempio, ha un concetto di ordine tutto suo…». Eppure, proprio lì, dentro i limiti reciproci, nasce qualcosa di autentico: «Ci sono stati momenti in cui si è avuto l’umiltà di fare un passo indietro, di chiedere scusa. Ci sono stati momenti in cui si è capito che l’altro aveva bisogno di spazi suoi. E altri in cui si è capito che l’altro aveva bisogno di silenzio, più che di parole. Questo per me significa avere a cuore l’altro».

«Un legame in cui impari a dire “sei mio fratello, sei mia sorella”»
Anche Emanuele Tocco vive la fraternità come un’esperienza che cambia il modo di guardare se stessi e gli altri. Abita a Casa Hermon, nel Centro pastorale di Seveso, e racconta come la vita condivisa, con altri giovani, lo abbia aiutato a crescere soprattutto nelle relazioni. «Questa esperienza mi ha aiutato a delineare meglio ciò che voglio diventare, anche semplicemente nel modo di stare con le persone – spiega -. Vivere con altri ragazzi e ragazze ti porta continuamente a uscire da te stesso: impari ad ascoltare, a condividere spazi, tempi e attenzioni».
La convivenza richiede pazienza, adattamento, capacità di rispettare i ritmi degli altri: «Non sempre è facile, perché ognuno ha il proprio carattere e le proprie abitudini. Anche solo adattarsi agli orari degli altri richiede disponibilità». Ma proprio dentro questa fatica, racconta, nasce qualcosa di profondo: «Tornare a casa e trovare qualcuno che ti chiede sinceramente come stai, con lo stesso entusiasmo e lo stesso interesse del primo giorno, mi ha fatto sentire accolto e voluto bene». Col tempo si crea un rapporto che «assomiglia molto a quello di una famiglia: un legame in cui impari a dire “sei mio fratello, sei mia sorella”, ti accolgo a 360 gradi».
Per Emanuele esperienze di questo tipo rispondono a un desiderio profondo presente oggi tra molti giovani: «Viviamo in un tempo molto segnato dall’individualismo, ma tanti ragazzi cercano relazioni vere, profonde, non superficiali». Per questo consiglierebbe la vita comune a un amico: «Perché è un’occasione concreta per mettersi in gioco, aprirsi agli altri e anche a se stessi. Ti responsabilizza, ti rende più disponibile verso chi hai accanto e ti aiuta ad allargare lo sguardo».
Proprio nella concretezza dei piccoli gesti, secondo lui, passa anche la fede: «Non qualcosa di astratto o lontano, ma qualcosa che vive nella pazienza, nell’ascolto e nel prendersi cura gli uni degli altri», nei piccoli gesti di ogni giorno.
Accanto alle esperienze di fraternità, è presente anche una proposta specifica con il Collegio universitario femminile Mazzarello di Cinisello Balsamo, che si propone di collaborare alla formazione integrale delle giovane universitarie attraverso l’accompagnamento personale e la proposta di alcuni incontri formativi, dentro un ambiente di relazioni autentiche e crescita condivisa. Per ulteriori informazioni: direttrice@mazzarello.org e collegio@mazzarello.org.
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