Addio a Sandro Mazzola, l’orfano di Superga che divenne la leggenda dell’Inter e il volto di un Paese. La sua una storia che ha commosso e raccontato l’Italia

L’Italia, e non solo quella calcistica, dice addio a Sandro Mazzola: il campione neroazzurro si è spento nella notte, a quasi 84 anni, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre. Con la sua scomparsa non se ne va soltanto la bandiera assoluta dell’Inter, ma un pezzo profondo della memoria collettiva del Paese. Perché la storia di “Sandrino” non è mai stata un semplice racconto sportivo: è stata la parabola di una nazione che, nel secondo dopoguerra, ha imparato a rialzarsi partendo dalle proprie macerie.
Addio a Sandro Mazzola, il cordoglio di Giorgia Meloni
«Con la scomparsa di Sandro Mazzola, perdiamo un grande campione e una delle figure più amate nella storia del calcio italiano – scrive sui social il presidente del Consiglio Meloni –. Leggenda dell’Inter e degli Azzurri campioni d’Europa nel 1968, ha fatto gioire e appassionare generazioni di italiani, lasciando un segno indelebile nella nostra Nazione. La sua eredità sportiva si aggiunge a quella del padre Valentino, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga. Alla sua famiglia, a tutti i suoi affetti e ai tifosi, le mie più sentite condoglianze».
Addio a Sandro Mazzola
Figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga del 1949, Sandro Mazzola ha legato tutta la sua carriera all’Inter, con cui ha giocato per 17 stagioni conquistando 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale italiana vinse l’Europeo del 1968 e fu protagonista del Mondiale del 1970. È considerato il volto simbolo della storia nerazzurra e uno dei più forti calciatori italiani di tutti i tempi.
Figlio d’arte del capitano del Grande Torino, Valentino Mazzola
Sì, perché Mazzola porta sulle spalle un cognome che è un monumento e una ferita: è il figlio di Valentino, che quando perde il padre ha solo sei anni… Ebbene, crescere all’ombra di un mito scomparso avrebbe schiacciato chiunque. Non lui. Protetto e cresciuto da figure tutelari come Benito Lorenzi e Giuseppe Meazza, Mazzola trova nell’oratorio e nel settore giovanile nerazzurro la sua strada verso la maturità.
La nascita di un campione
L’esordio con i grandi è un battesimo del fuoco grottesco ma al tempo stesso simbolico: il 10 giugno 1961, un’Inter schierata per protesta con la sola formazione Primavera perde 9-1 contro la Juventus. L’unico gol nerazzurro lo segna un ragazzino magro di diciotto anni, appena arrivato da un’interrogazione a scuola. In quel momento nasce il campione. Non a caso, una frase che lo rappresenta forse più di molte altre, pronunciata spesso parlando dell’Inter, e che oggi torna alla mente con la forza vivida dell’asserzione-testamento è: «L’Inter non è soltanto una squadra, è una parte della mia vita». Ed è anche per questo che oggi il calcio italiano perde uno dei suoi simboli più autentici.
Un campione che sotto la guida tattica di Helenio Herrera diventa il cuore pulsante della “Grande Inter”. Mezzala e attaccante dal fiuto infallibile, trasforma la maglia numero 8 e la numero 10 nel simbolo di una infinita stagione di successi straordinari. Un giocatore, una bandiera, un mito. Un calciatore universale, come si direbbe oggi. Una seconda punta. Un 8 e un 10 insieme appunto, come le maglie che ha indossato nell’Inter, e a cui Herrera riesce a cucire addosso il ruolo giusto per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la “Grande Inter”.
Sandro Mazzola, la consacrazione ufficiale, il primo trionfo europeo
La consacrazione definitiva arriva nel 1964, nella finale di Coppa dei Campioni al Prater di Vienna contro il Real Madrid: una sua doppietta regala all’Inter il primo trionfo europeo. A fine gara, il leggendario Ferenc Puskás – calciatore e allenatore di calcio ungherese naturalizzato spagnolo, considerato uno dei migliori attaccanti in assoluto – gli consegna la sua maglia pronunciando una sentenza che vale una vita e una carriera intere: «Sei degno di tuo papà Valentino».
La leggendaria semifinale Italia-Germania 4-3 e la celebre “staffetta” con Gianni Rivera
In diciassette stagioni ricamate da 565 presenze e 158 reti, Mazzola vince tutto: quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Oltre alla stella del decimo tricolore nel 1966. Con la Nazionale si laurea campione d’Europa nel 1968 e diventa protagonista del Mondiale messicano del 1970, culminato con la leggendaria semifinale Italia-Germania 4-3 e con la celebre “staffetta” con Gianni Rivera, un dualismo che divise e appassionò l’Italia intera nei primi anni del Boom Economico, proprio come la rivalità tra Coppi e Bartali, la Lollo e la Loren.
Un campione di sempre e un commentatore gentile
Poi, finita la stagione sul tappeto verde, Mazzola rimarrà legato per sempre ai colori nerazzurri anche da dirigente. E fino alle sue frequenti visite ad Appiano Gentile in tarda età, per raccontare il calcio di ieri ai campioni di oggi. Per non tacere delle sue partecipazioni televisive in veste di campione di sempre, commentatore gentile, esperto super partes. Ma, soprattutto, come Sandro Mazzola: l’uomo. Il campione del pallone che ha compiuto l’impresa più difficile: affrancarsi dall’ombra di un padre mito per diventare, con la propria eleganza, la classe e un paio di baffi inconfondibili, una leggenda autonoma e immortale.
La bandiera dell’Inter, un simbolo nazionale, il volto di un’epoca
O, per dirla con le parole del ministro Piantedosi che sui social ha tributato il suo addio al grande calciatore, «un campione elegante di un’altra epoca, di quando le bandiere del calcio italiano sapevano ancora suscitare sogni e passioni genuine in milioni di italiani». Perché Mazzola è stato più di un fuoriclasse. È stato il simbolo di un calcio in cui l’appartenenza contava quanto il talento. E se per milioni di tifosi rappresentava l’Inter stessa – un giocatore che non ha mai indossato altre maglie. Che ha attraversato generazioni diverse – anche da dirigente e opinionista ha continuato a essere un punto di riferimento del calcio italiano. Il volto di un’epoca in Nazionale con la maglia azzurra.
Mazzola, il figlio di un mito diventato mito a sua volta
Per questo e molto altro ancora, con la sua scomparsa se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti di un calcio che appartiene alla memoria collettiva del Paese. Figlio di una leggenda, è riuscito nell’impresa più difficile: diventare lui stesso una leggenda. Per tutto questo, allora, il calcio italiano oggi perde fisicamente uno dei suoi padri più nobili, ma il suo ricordo e il suo esempio rimarranno indelebili. Anche nel segno di una stessa frase di Mazzola che oggi riecheggia come un ultimo desiderio: «Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1».
Un approccio alla vita e allo sport, il suo, che lo ha reso il simbolo di un calcio in cui l’appartenenza contava quanto il talento. Figlio di un mito che è riuscito nell’impresa più difficile: diventare un mito lui stesso.
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