«Al Presbiterale un esercizio concreto di sinodalità»
Un momento della sessione congiunta dei Consigli diocesani a Rho (foto Andrea Cherchi)
Un momento della sessione congiunta dei Consigli diocesani a Rho (foto Andrea Cherchi)Una positività bella ed evidente. Potrebbe essere questa, in estrema sintesi, la definizione che monsignor Claudio Carboni traccia del XII Mandato del Consiglio presbiterale in vista delle elezioni del nuovo Consiglio.
Qual è la sua impressione del lavoro svolto?
Come segretario sono subentrato, solo nell’ultimo anno, al grande lavoro di don Mario Bonsignori, chiamato al rettorato del Collegio San Carlo, e quindi ho vissuto in questa veste solo le ultime tre sessioni del Presbiterale. Tuttavia, guardando indietro e sentendo anche tutti i componenti del Consiglio, mi pare che emerga in modo evidente una positività che chiamerei bellissima, con un’esperienza coinvolgente che questa realtà rappresenta e vive soprattutto per quanto riguarda la fraternità vera che vi si respira.
Una fraternità, questa, che ha delineato anche un cammino preciso?
Certamente non si può che far riferimento ai percorsi di sinodalità praticata che la Chiesa, a livello sia universale, sia italiano e diocesano, sta cercando di mettere fuoco, anche per quanto attiene al rapporto tra di noi e tra il Vescovo e il suo Clero. In questa logica, il Consiglio presbiterale, come dice il Sinodo, deve saper coadiuvare il governo stesso del Vescovo un poco come se fosse una sorta di “senato”. Per quanto mi riguarda, ma anche per tutti i componenti e, soprattutto per la Giunta, credo che questo sia veramente un sentire condiviso. Il desiderio, più volte espresso, è quello di procedere uniti per il bene della nostra Chiesa, della gente e anche nostro come sacerdoti. Ovviamente, non mancano – e, infatti, non sono mancate – opinioni e prese di posizione diverse, tuttavia penso che abbiamo davvero raggiunto un buon livello di dialogo. Le Sessioni sono occasioni per vedersi, per me preziose, per parlare delle reciproche esperienze anche nella pastorale ordinaria, per mettere a confronto situazioni e realtà che, in una Diocesi grande come è quella di Milano, possono essere molto diversificate. Da questo punto di vista il Consiglio presbiterale offre un valore aggiunto e uno spazio privilegiato.
Vi sono parole-chiave che hanno guidato il lavoro che avete svolto?
È risultata una notevole sensibilità nel mettersi in ascolto in modo vicendevole a ogni livello. Ciò che ho sperimentato in questo anno è proprio il sapere ascoltare quanto lo Spirito suggerisce sia per questi prossimi mesi e, poi, per il nuovo Arcivescovo che il Papa ci donerà. Credo, comunque, che la parola-cardine – il vero “filo rosso” che ha collegato i diversi temi trattati e i momenti vissuti in Consiglio – sia un concetto maturo ed esercitato nel concreto di sinodalità. D’altra parte, lo si è visto con chiarezza anche nell’assise congiunta realizzatasi con il Consiglio pastorale diocesano, che è stata molto gradita da tutti i membri di entrambi gli organismi. Un passaggio importante e un’esperienza sicuramente da ripetere.
Come si configura il Consiglio presbiterale?
Il Cp è composto di 80 membri: 52 eletti nelle 7 Zone pastorali; 7 religiosi da parte del segretariato diocesano Cism; 2 consiglieri di diritto in ragione del loro ufficio, ossia, il Cancelliere arcivescovile e l’Avvocato generale della Curia; 1 presbitero in rappresentanza di quanti svolgono il loro ministero a favore dei migranti e 1 scelto tra quanti lo svolgono in favore dei fedeli orientali, entrambi designati dal Vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della Fede; 1 presbitero espressione di quanti svolgono il loro ministero nell’ambito della pastorale della salute, designato dal Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione sociale; 16 membri scelti dall’Arcivescovo, anche tra appartenenti a società di vita apostolica o ad altre aggregazioni presbiterali presenti in Diocesi.
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