Alla pace si risponde con la violenza, anche in Libia

Rientreranno presto in Italia, dopo aver vissuto un’esperienza allucinante. Botte, minacce, umiliazioni anche per gli attivisti del convoglio di terra. Accampati nei pressi di Sirte, in attesa di notizie sul rilascio o l’espulsione dei dieci compagni sequestrati mentre cercavano di trattare il passaggio verso l’Egitto in direzione Gaza, sono stati aggrediti selvaggiamente e costretti a salire su dei pullman. Le tende del convoglio, forte di 200 pacifisti, sono state distrutte e i materiali di prima necessità per la popolazione palestinese sequestrati. Un drammatico copione che si ripete, in terra come in mare. «La Global Sumud Flotilla e il Land Convoy stanno elaborando diversi modi per la consegna degli aiuti - case mobili, ambulanze, farmaci - senza transitare nel territorio della Libia dell’est, perché questo si è rivelato non solo impossibile, ma addirittura pericoloso», spiega l’attivista Marco Contaldini prima di rientrare in patria perché le autorità libiche non rinnovano i visti.
In queste ore gli occhi sono puntati anche su Bengasi, dove un giudice dovrebbe espellere come «immigrati clandestini» gli attivisti arrestati domenica scorsa. Proprio così, come se la loro non fosse una missione di pace, come se portare aiuti a una popolazione stremata fosse un reato. «Mi auguro che il giudice decida di farli ritornare in Italia il prima possibile», ripete il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Mentre dal movimento si dicono «molto preoccupati per la sorte dei dieci attivisti». Tra loro, oltre ai due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia, ci sono due argentini, un polacco, uno spagnolo, un americano, un uruguaiano, un portoghese e un tunisino. «Chiediamo ai governi di stabilire contatti urgenti con le autorità della Libia orientale a Bengasi, di richiedere il rilascio senza condizioni dei loro connazionali e di garantire un passaggio sicuro alla missione umanitaria».
Il convoglio di terra era partito il 15 maggio, nel giorno della Nakba, con a bordo 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti umanitari e centinaia di partecipanti da più di 25 paesi. Le autorità libiche fanno laconicamente sapere di stare «monitorando la situazione relativa agli individui appartenenti al cosiddetto convoglio ‘Codice 20’ e ai loro tentativi di entrare in Libia diretti alla Striscia di Gaza, senza aver seguito le procedure legali e ottenuto i permessi necessari per l’ingresso e la circolazione attraverso i valichi e le vie autorizzate all’interno della Libia”. Non si passa, anche se con una buona dose di ipocrisia la Libia ribadisce la sua ferma posizione a sostegno “della causa palestinese e dei legittimi diritti del suo popolo». Il risultato però non cambia, se non è l’esercito israeliano, sono i paesi che circondano la Striscia a fermare ogni tentativo di rompere un assedio che dura da anni e anni. Del resto chiunque abbia cercato di raggiungere Gaza o di documentare gli orrori di mesi, mesi e mesi di bombardamenti che hanno ucciso 75mila bambini, donne, uomini e tanti altri sono ancora sotto le macerie, lo ha fatto a rischio della propria vita. Prova ne sono i quasi trecento operatori dell’informazione assassinati dall’esercito di Tel Aviv mentre stavano lavorando per documentare i massacri.
Nel mentre in Italia va avanti l’indagine della Procura di Roma sulla detenzione in Israele dei partecipanti alla spedizione via mare, dopo il piratesco abbordaggio delle barche in acque internazionali. Sono una decina i nomi della catena di comando israeliana al vaglio dei pubblici ministeri, che stanno valutando eventuali profili penali nei loro comportamenti. I magistrati ipotizzano il reato di sequestro di persona, tortura e violenza sessuale.
Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, aprendo i lavori dell’Assemblea generale dei vescovi, ha voluto ringraziare chi «pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze, manifesta concreta solidarietà ai popoli colpiti da violenze e guerre». Una benedizione da parte dell’unica realtà, la Chiesa cattolica, che ha instancabilmente condannato la mattanza nella striscia di Gaza, le quotidiane violenze in Cisgiordania, e le guerre che Israele ha mosso in Libano e in Iran con l’appoggio degli Stati Uniti di Donald Trump.
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