Altro che emergenza abitativa, il Piano casa del Governo Meloni darà nuova linfa alla cementificazione

Maggio 14, 2026 - 14:03
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Altro che emergenza abitativa, il Piano casa del Governo Meloni darà nuova linfa alla cementificazione

Desta stupore che fra le paure del popolo italiano non ci sia il cambiamento climatico. Argomenti per temerlo non mancano: il territorio italiano è già stato colpito da numerosi eventi estremi e sono ormai anni che la popolazione convive con un clima che alterna lunghi periodi di caldo eccessivo, alternati da improvvise e violente bombe d’acqua che in poche ore scaricano sul territorio le piogge che normalmente cadono in una intera stagione. Solo alcuni mesi fa tre regioni italiane, Calabria, Sicilia e Sardegna sono state devastate da un uragano.

La ragione di questa sottovalutazione è la convinzione che si tratti di catastrofi naturali, cioè eventi contro cui non si può nulla. Una opinione spesso alimentata dal sistema mediatico.  Ciò che però non è per nulla naturale è che in questo Paese ad ogni pioggia, modesta o eccezionale che sia, siano sistematicamente associati morti, devastazioni, frane, alluvioni. Più a fondo si guarda più emergono le colpe: oltre all’impiego sconsiderato dei combustibili fossili, l’aver autorizzato un’occupazione di suolo demenziale ed infinita, spesso abusiva, che a fronte di una popolazione stabile ha raddoppiato negli ultimi decenni il patrimonio abitativo e ha disseminato l’Italia di opere pubbliche per la maggior parte inutili, mal scelte, mal ubicate o semplicemente dannose. Ora questo scenario di cementificazione aumenterà ulteriormente con il tanto magnificato Piano casa del governo, sebbene il paese abbia un largo patrimonio di case sfitte dedicate solo a un turismo mordi e fuggi, per non parlare del Ponte sullo Stretto.

Ad ogni disastro due parole dovrebbero essere usate da un’opposizione incalzante: disastro colposo.

Parlamentari delle opposizioni, chiedete che se ne vadano perché non hanno fatto nulla pur conoscendo i dati sconvolgenti che sette comuni italiani su dieci sono in dissesto e a rischio di frana o inondazione.

Mandiamoli a casa per aver attentato alla sicurezza del popolo italiano, visto che mentre l'Italia andava sott'acqua, loro tagliavano le risorse alla difesa del suolo lasciandole invece per il Ponte sullo Stretto che unirà la Calabria che sprofonda alla Sicilia che a sua volta frana e si allaga, un bel monumento all’inutilità e alla stupidità, oltre che l'ennesimo potenziale favore alla speculazione mafiosa.

La serie interminabile di tragedie che hanno devastato l’Italia fotografa meglio di ogni altra cosa che questo non è il governo del fare, ma piuttosto del “malaffare”. Non si può essere una valida alternativa a Meloni se non si ha a cuore il futuro dell'Italia, se non diventa priorità politica e programmatica ciò che tanti, a cominciare da questo giornale, ripetono da anni: la più grande e urgente opera pubblica di cui questo paese ha bisogno è la messa in sicurezza del suo territorio.

È singolare che nello stesso periodo in cui gran parte dell'Italia stava franando e si allagava questo governo abbia fatto approvare il decreto sul nucleare, compiendo un ulteriore passo per collocare su questo territorio già così fragile e vulnerabile, delle centrali nucleari, non rispettando il risultato di ben due referendum.

C'è una verità sconvolgente sul perché le destre – ma non è esente da responsabilità neanche chi ora sta all'opposizione – non curano il territorio: riparare i danni produce più profitti che prevenirli e fare in modo che non si ripetano. Il pane con cui si cibano questi speculatori è la cultura dell'emergenza continua, che i decisori politici al governo alimentano.  

Nel declino della struttura industriale del paese, c'è un'industria che invece cresce e si sviluppa, quella della catastrofe, che ricostruisce le case crollate, le strade franate, gli argini travolti e lo fa senza mai prima conoscere e riparare la terra su cui sta ricostruendo.

Fino a quando la cultura dell'emergenza prevarrà su quella della prevenzione e manutenzione, il coma territoriale del Bel Paese crescerà e il comitato d'affari aspetterà ansioso la prossima catastrofe che lo riempia di soldi.

La rottura di questa spirale perversa deve essere una delle priorità di chi oggi vuole far crescere nel paese una alternativa al governo delle destre.

Chiediamo con coraggio la moratoria delle grandi opere, a cominciare dal Ponte sullo Stretto, per finanziare i tre capisaldi di una politica di prevenzione: la conoscenza del territorio, la sua manutenzione e rinaturalizzazione – curare e riparare per garantire il miglior deflusso delle acque e il più efficace consolidamento delle frane –, e infine di dotare di presidi tecnici permanenti ogni bacino idrografico per informare costantemente le popolazioni e chi le amministra sullo stato del territorio e sulle conseguenze di una perturbazione.

A ben vedere tutto ciò costerebbe meno di quanto lo Stato spende per ricostruire dopo il disastro, soprattutto offre più lavoro e maggiore protezione alle popolazioni. La si smetta di chiamarle catastrofi naturali e si predisponga un piano di adattamento ai cambiamenti climatici, quelli già avvenuti e ormai irreversibili che colpevolmente non si è voluto contrastare.

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Redazione Eventi e News

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