Antisemitismo in Australia, George Foster: «Il 7 ottobre ha distrutto una vita intera di sicurezza»
Il presidente dell’Australian Association of Jewish Holocaust Survivors and Descendants ha raccontato alla Commissione reale lo shock vissuto dopo la protesta alla Sydney Opera House e la paura, mai provata prima, di non sentirsi più al sicuro nel Paese scelto dai suoi genitori sopravvissuti alla Shoah
Per quasi tutta la sua vita George Foster ha considerato l’Australia un rifugio sicuro, il Paese al quale essere riconoscente per aver accolto la sua famiglia dopo gli orrori della Shoah.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023.
Secondo lo psichiatra e figlio di due sopravvissuti all’Olocausto, ciò che è accaduto in Australia nei giorni e nei mesi successivi agli attacchi di Hamas ha spezzato quella certezza costruita nell’arco di oltre settant’anni.
Davanti alla Royal Commission on Antisemitism and Social Cohesion, il dottor George Foster OAM ha raccontato lo shock provato osservando l’aumento dell’ostilità nei confronti degli ebrei australiani, a partire dalla manifestazione organizzata il 9 ottobre 2023 sui gradini della Sydney Opera House.
«Non avrei mai pensato di vedere una cosa simile in questo Paese», ha dichiarato.
Figlio di due sopravvissuti alla Shoah
Foster nacque a Budapest poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e arrivò in Australia nel 1947, quando era ancora molto piccolo.
I suoi genitori erano sopravvissuti alle persecuzioni naziste, ai lavori forzati, alle deportazioni di massa e alla necessità di nascondersi per evitare la cattura.
Il padre fu uno degli appena otto uomini, su un battaglione di 240, a fare ritorno vivo dai lavori forzati sul fronte orientale.
Il fratello della madre morì mentre disinnescava mine terrestri.
Dopo l’occupazione tedesca dell’Ungheria nel 1944, circa 437.000 ebrei ungheresi furono deportati, nella maggior parte dei casi verso Auschwitz.
I genitori di Foster riuscirono a sopravvivere e, una volta arrivati in Australia, ricostruirono la propria esistenza partendo praticamente da zero.
L’Australia come nuova possibilità
Per la famiglia Foster, l’Australia rappresentò molto più di un semplice Paese di destinazione.
Era la possibilità di vivere senza persecuzioni, crescere dei figli e partecipare pienamente alla società.
George Foster studiò medicina e si specializzò in psichiatria, costruendo parallelamente un lungo impegno nella conservazione della memoria della Shoah.
Ha completato un corso di formazione allo Yad Vashem di Gerusalemme e da circa tredici anni presiede l’Australian Association of Jewish Holocaust Survivors and Descendants.
È inoltre presidente della Southern Sydney Synagogue.
Per decenni, ha spiegato, aveva considerato l’antisemitismo un fenomeno presente soprattutto ai margini della società australiana.
La “Golden Medina” australiana
Durante la testimonianza, Foster ha utilizzato l’espressione yiddish “Golden Medina”, letteralmente “Paese d’oro”, per descrivere quei periodi storici nei quali le comunità ebraiche riescono a vivere accettate e integrate nelle società che le ospitano.
Per lui, l’Australia era stata proprio questo.
Un luogo nel quale sentirsi protetto, libero e riconoscente per la scelta compiuta dai genitori.
«Ogni volta che tornavo in questo Paese dopo una vacanza ringraziavo i miei genitori per aver scelto l’Australia», ha raccontato.
«Era meraviglioso vivere qui, fino al 7 ottobre.»
Quella frase sintetizza il senso della sua testimonianza: non soltanto la paura provocata da singoli episodi, ma la fine improvvisa di un’intera stagione di fiducia.
Lo shock della Sydney Opera House
Il primo grande momento di rottura arrivò il 9 ottobre 2023, appena due giorni dopo gli attacchi di Hamas in Israele.
Mentre le violenze erano ancora in corso e non era ancora stato chiarito il numero complessivo delle vittime, una manifestazione si svolse sui gradini della Sydney Opera House.
Foster ha raccontato di aver ascoltato insulti ed espressioni che considerò una pesante forma di denigrazione nei confronti degli ebrei.
«Abbiamo sentito espressioni offensive e una denigrazione degli ebrei a un livello che ha sconvolto me e, credo, gran parte della comunità ebraica», ha dichiarato.
«Non avrei mai pensato di assistere a qualcosa del genere in questo Paese.»
Per un uomo cresciuto con la storia delle persecuzioni subite dai propri genitori, quelle immagini non rappresentarono una semplice manifestazione politica.
Furono il segnale che qualcosa, nel rapporto tra la comunità ebraica e l’Australia, era profondamente cambiato.
La paura di dover lasciare il Paese
Foster ha riferito di comprendere perché alcuni membri della comunità ebraica abbiano iniziato a pensare di lasciare l’Australia.
Per lui era un’idea mai considerata prima del 7 ottobre.
Ha precisato che non intende realmente trasferirsi, ma ha riconosciuto quanto sia doloroso aver dovuto anche solo formulare quel pensiero.
La possibilità che degli ebrei tornino a sentirsi insicuri in una nazione nella quale avevano costruito le proprie vite gli ha ricordato dinamiche già vissute molte volte nel corso della storia.
Comunità apparentemente integrate possono ritrovarsi improvvisamente isolate, accusate collettivamente e costrette a interrogarsi sul proprio futuro.
È questo il parallelismo che Foster ha portato davanti alla Commissione reale.
Gli attacchi alla sinagoga di South Sydney
La Southern Sydney Synagogue era già stata colpita più volte prima del 2023.
Dopo la prima guerra del Golfo fu una delle sinagoghe prese di mira con attacchi incendiari.
Nel 1993 venne colpita da una bomba molotov. Nel 1995 furono dipinte svastiche e lanciati mattoni contro le finestre. Nel 2003 si verificò un nuovo incendio doloso.
La comunità ebraica aveva quindi già sperimentato violenze e intimidazioni.
Secondo Foster, tuttavia, il clima sociale era profondamente diverso.
«Allora ricevemmo solidarietà»
Dopo gli attacchi degli anni Novanta, la sinagoga ricevette messaggi di sostegno, offerte di assistenza e numerose manifestazioni di vicinanza.
«Non esisteva la stessa aperta denigrazione del popolo ebraico», ha spiegato.
Quella solidarietà permise alla comunità di affrontare l’accaduto e riprendere progressivamente la propria vita.
Gli attacchi venivano percepiti come azioni criminali isolate e chiaramente condannate dal resto della società.
Oggi, invece, la preoccupazione nasce dalla sensazione che l’ostilità possa essere normalizzata, giustificata o minimizzata all’interno del dibattito pubblico.
Svastiche e recinzioni di sicurezza
Nel 2025 la sinagoga sarebbe stata nuovamente vandalizzata con svastiche.
Dopo quell’episodio, la comunità decise di costruire una recinzione di sicurezza intorno all’edificio.
I lavori vennero completati pochi giorni dopo l’attacco di Bondi, in un momento nel quale la paura era ormai diventata parte della vita quotidiana.
Proteggere una sinagoga significa oggi controllare gli ingressi, installare sistemi di sicurezza e convivere con la possibilità di nuove aggressioni.
Per Foster, la necessità di trasformare un luogo di culto in uno spazio fortificato dimostra la profondità del cambiamento avvenuto.
Criticare Israele non significa colpire gli ebrei
Il conflitto in Medio Oriente ha prodotto in Australia manifestazioni, proteste e un confronto politico estremamente acceso.
La critica al governo israeliano e alle operazioni militari rientra pienamente nel diritto democratico al dissenso.
Il confine viene superato quando la contestazione di uno Stato si trasforma nella demonizzazione di un intero popolo, nell’intimidazione delle comunità locali o nell’attacco ai luoghi di culto.
Gli ebrei australiani non possono essere considerati responsabili delle decisioni di un governo straniero.
Confondere identità religiosa, appartenenza culturale e politica internazionale trasforma una legittima discussione in una forma di colpevolizzazione collettiva.
Una Commissione chiamata ad ascoltare
La Royal Commission on Antisemitism and Social Cohesion dovrà esaminare la diffusione dell’antisemitismo, il suo impatto sulle comunità e l’adeguatezza delle risposte offerte dalle istituzioni.
La testimonianza di Foster aggiunge al dibattito una prospettiva storica, personale e professionale.
Parla come psichiatra, come rappresentante della comunità ebraica e soprattutto come figlio di due persone che avevano già conosciuto il momento nel quale una società smette di considerare gli ebrei cittadini come gli altri.
Il suo racconto mostra che l’antisemitismo non si manifesta soltanto attraverso le aggressioni fisiche.
Esiste anche nella paura di mostrare simboli religiosi, nell’ansia di accompagnare i figli a scuola, nella necessità di proteggere le sinagoghe e nella sensazione che l’odio possa essere tollerato.
La responsabilità delle istituzioni
Contrastare l’antisemitismo non significa limitare la libertà di protesta o impedire il dibattito sul Medio Oriente.
Significa tracciare una linea chiara tra dissenso politico e odio razziale o religioso.
Le istituzioni, le università, i mezzi di informazione, i sindacati e gli organizzatori delle manifestazioni hanno il dovere di impedire che slogan discriminatori e intimidazioni vengano normalizzati.
Ogni episodio deve essere valutato sulla base dei fatti, evitando al tempo stesso generalizzazioni contro altre comunità.
La sicurezza degli ebrei australiani non è una questione separata dal resto della società.
È una misura della qualità democratica dell’intero Paese.
La memoria della Shoah non basta senza vigilanza
Le parole di George Foster riportano l’Australia davanti a una domanda difficile.
Come può un Paese costruito anche grazie all’arrivo di persone fuggite dalle persecuzioni permettere che quelle stesse famiglie tornino a interrogarsi sulla propria sicurezza?
La memoria della Shoah non può limitarsi alle commemorazioni ufficiali o alle visite nei musei.
Deve tradursi nella capacità di riconoscere i segnali dell’odio prima che si trasformino in violenza.
Per Foster, il 7 ottobre non ha soltanto aperto una nuova fase del conflitto in Medio Oriente.
Ha distrutto una certezza personale durata quasi un’intera vita: quella di vivere finalmente in un Paese nel quale un ebreo potesse sentirsi pienamente al sicuro.
Ricostruire quella fiducia sarà una delle sfide più importanti per l’Australia.
The post Antisemitismo in Australia, George Foster: «Il 7 ottobre ha distrutto una vita intera di sicurezza» first appeared on Allora! Italian Australian News.
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