Arabia saudita e Usa aprono in Iraq un nuovo fronte di guerra di cui nessuno sentiva il bisogno

Nel precario assetto geopolitico mediorientale è già assai complicato seguire le evoluzioni – spesso a voli pindarici – delle monarchie assolute che regnano in quell’area dove l’Islam resta l’unico e vero collante, oltre naturalmente agli interessi economici strettamente derivanti dall’estrazione di petrolio e gas naturale, di cui quei territori abbondano. Adesso c’è un fatto di rischio in più.
Restiamo ai fatti delle ultime ore e leggiamo il comunicato stampa ufficiale che il Centcom (Comando Centrale degli Stati Uniti) ha diffuso: le attività compiute dalle Forme armate Usa insieme alle Forze armate saudite in relazione agli attacchi di precisione condotti in Iraq, asseritamente contro “terroristi filo-iraniani che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche aveva incaricato di attaccare le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite”, sono state condotte con “aerei da combattimento statunitensi e sauditi” che hanno colpito “numerosi siti logistici e di armi terroristiche nell’Iraq orientale, in una decisa risposta agli oltre 30 attacchi con droni diretti dalle Guardie Rivoluzionarie avvenuti nelle ultime 72 ore. Gli attacchi ingiustificati contro le forze statunitensi non hanno avuto successo”, è stato poi precisato. Il Centcom ha tenuto una dettaglia rendicontazione degli attacchi contro cittadini e strutture statunitensi da parte di milizie terroristiche filoiraniane in Iraq contando, dal febbraio scorso ad oggi, circa 600 attacchi.
Come era naturale che accadesse, le autorità governative irachene hanno manifestato mercoledì (ieri per chi legge) il fermo rifiuto all'attacco eseguito dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita contro diverse posizioni delle milizie pro-iraniane, integrate formalmente nelle Forze di mobilitazione popolare (Fmp) presenti in territorio iracheno; in definitiva, quest'operazione ha lasciato sul campo almeno 20 morti e 32 feriti.
Il primo ministro iracheno, Ali al Zaidi, dopo aver convocato una riunione d'urgenza col “Consiglio di sicurezza nazionale” che presiede, ha espresso una “condanna e rifiuto per questo attacco”, sottolineando che l'offensiva si è verificata in un momento in cui a Baghdad si stavano tenendo colloqui sia con l'Arabia Saudita che gli Stati Uniti per fare il punto sulle azioni contro il territorio saudita, attribuite a queste milizie; purtroppo, prima ancora di individuare un possibile rimedio negoziale, si è scatenata la rappresaglia militare di Riad e Washington.
La reazione immediata del “Consiglio di sicurezza nazionale” del Governo iracheno è stata quella di elaborare un piano integrale di sicurezza per garantire il controllo del territorio e di affrontare qualsiasi violazione della sovranità dell'Iraq; insomma, si sta per aprire (o forse s’è già aperto) un nuovo fronte di guerra per impedire a chiunque di utilizzare il suolo iracheno per ritorsioni contro Paesi vicini: anche se non viene citato, si capisce che il Paese vicino cui si fa riferimento è l’Iran degli Ayatollah.
Ancora una volta viene fatto appello (invano?) “al Diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite al fine di documentare l'incidente e salvaguardare i diritti legittimi dell'Iraq", con l'intendimento di lasciare almeno una registrazione ufficiale dell'attacco e delle conseguenze subite dallo Stato sovrano dell’Iraq.
Riteniamo corretto chiarire che le milizie attaccate in territorio iracheno sono state riconosciute legalmente e oggi vengono ritenute parte delle Forze armate, anche se non sono integrate nell'Esercito dell’Iraq e rappresentano una struttura militare separata, dotata di un proprio autonomo comando proprio e finanziato però dallo Stato.
Insomma, l’assenza dell’Onu comporta, potremmo aggiungere, una sorta di caos generale: non si agisce più secondo il mandato internazionale contenuto nelle Risoluzioni dell'Onu, che autorizzano l'uso delle armi esclusivamente all'interno del “Consiglio di sicurezza” che, come sappiamo, è l'organo che ha la responsabilità principale di mantenere la pace nel mondo; il processo che origina da una crisi dovrebbe prima essere verificato da trattative diplomatiche e richiede il voto favorevole di almeno nove membri (dei 10 che ne fanno parte), senza che venga sollevato alcun veto da parte dei cinque Paesi permanenti.
Oggigiorno, purtroppo, le azioni militari, anche quelle più cruente, vengono decise unilateralmente così come unilateralmente vengono applicate (o forse meglio dire eseguite?), creando, in tal modo, l’annullamento pressoché totale delle regole stabilite e la morte conclamata del diritto internazionale, che ha sempre parlato col linguaggio della diplomazia, oramai divenuta desueta e quasi sparita dalla scena politica.
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