Attrazione glaciale. Oltre l’ossessione trumpiana, l’Artico è l’ultima frontiera del grande gioco globale. Ma il suo fascino è antichissimo
E’in atto una nuova corsa all’Artico. L’interesse per questa parte estrema del mondo si è manifestato a ondate, crescendo e calando nel corso dei secoli. Mentre storicamente fu mosso dall’ambizione di fare scoperte geografiche e scientifiche, oggi a motivarlo è in primo luogo il radicale cambiamento climatico, che apre impensate possibilità e ha implicazioni globali. L’Artico è la più recente (e forse l’ultima) frontiera nel Nuovo Grande Gioco, la sfida per le risorse e il dominio geopolitico tra Russia, Cina e Stati Uniti. Ma rimane anche una delle porte d’entrata alla scoperta della natura umana - e del confronto tra l’essere umano e la natura, una dinamica che ci ha portato al punto di svolta in cui ci troviamo.
Da tempo immemorabile, l’Artico ha suscitato terrore e fascino in tutti coloro che vivono fuori dal suo Circolo. Nell’Europa classica e medievale, la regione era situata oltre i limiti delle mappe, nel regno del mito e della leggenda. Nell’immaginario collettivo occidentale, racconti di vaste lande desolate ricoperte di ghiaccio dove non poteva esistere la vita, si misuravano con immagini altrettanto improbabili di perfetta felicità in paesaggi leggendari di eterna luce e lunga vita lontanissimi nell’Atlantico. Questa fantasia ottimistica trova le sue origini nell’antico mito greco degli Iperborei, un popolo sereno che viveva oltre il vento del nord (Borea). La loro vita poteva durare mille anni, eppure se si ritenevano pienamente appagati e desideravano concludere prima la loro esistenza, si avvolgevano di ghirlande e si lasciavano cadere in mare da un alto dirupo.
Concepito ora come paradisiaco ora come infernale, l’Artico è sempre stato un luogo di estremi opposti, spazio delle fantasie più ardite e delle paure più profonde dell’umanità. Nel corso dei secoli, l’idea della regione si è trasformata da stravagante chimera a realtà dai contorni sempre più chiari. La maggior parte dell’Artico fu cartografata nel Settecento e nell’Ottocento da esploratori russi, inglesi, americani, e scandinavi. La competizione per raggiungere punti geografici sempre più avanzati fu feroce. Il prestigio e la fama conferiti a coloro che li raggiungevano altrettanto grandi.
Un’impresa particolarmente perseguita fu la ricerca del mitico Passaggio a Nord-Ovest, che avrebbe consentito la circumnavigazione del Nord America dall’Oceano Atlantico al Pacifico. Senza dubbio, la spedizione più famosa fu quella di John Franklin, un capitano inglese che aveva cartografato gran parte della costa continentale tra Nunavut e l’Alaska, prima di partire nel 1845 alla ricerca del Passaggio. L’ipotesi che da qualche parte a Nord dell’Arcipelago Artico canadese, sconcertante labirinto di isole apparentemente senza fine, ci fosse un mare polare aperto era ampiamente condivisa tra gli scienziati del tempo, e quest’idea attrasse molti esploratori sulla via del loro fatale destino. Franklin e i suoi uomini non tornarono mai, e per oltre dieci anni ci fu una nutrita serie di spedizioni di soccorso nella speranza di trovare sopravvissuti o almeno resti del loro tragico viaggio.
Il viaggio del Narwhal di Andrea Barrett ci racconta proprio una di queste spedizioni. Lo scopo principale - e anche lo strumento più efficace per raccogliere fondi - era la cause celebre di trovare Franklin, ma c’era sempre la speranza di fare qualche grande scoperta. In effetti buona parte dell’arcipelago fu cartografato come risultato della ricerca di Franklin e delle sue navi, la HMS Erebus e la HMS Terror.
Le baleniere passavano numerose attraverso lo Stretto di Davis e la Baia di Baffin, ma solo poche spedizioni specializzate lasciarono quelle acque relativamente frequentate, dirigendosi verso il dedalo di isole, stretti, e baie ad Ovest. I capitani pensavano che i capi di queste spedizioni fossero dei temerari, ed è facile immaginare i balenieri, come fa Barrett, che mettono in guardia da “quei pazzi degli scienziati.” Il capitano della Narwhal è un baleniere scelto per la sua esperienza di navigazione nelle acque del Nord; il comandante della spedizione è il giovane e carismatico Zeke, uomo di grandi ambizioni e idee sconsiderate. La voce narrante del Voyage è quella di Erasmus Wells, il naturalista della spedizione, che doveva diventare cognato di Zeke quando, e se, fossero tornati. Quel fatidico se pervade la narrazione, e le eccezionali, spesso angosciose traversie dell’equipaggio della Narwhal avvincono e inquietano allo stesso tempo.
Andrea Barrett racconta a tinte forti le difficoltà straordinarie di un viaggio nell’Artico nel XIX secolo, scegliendo come voce narrante l’ordinato, scrupoloso, e sensibile naturalista, che conduce il lettore in un viaggio nell’Artico dettagliato, preciso e anche evocativo. Il compito di Erasmus è di osservare, e noi lettori seguiamo con entusiasmo il suo occhio attento. Quando la Narwhal incontra i primi iceberg - “bianchi candidi, incredibilmente enormi, tutti coperti di neve” - è difficile non condividere la sensazione di meraviglia provata da Erasmus e dall’equipaggio. “Ecco l’Artico, pensava Erasmus mentre la Narwhal attraversava lo Stretto di Davis e la notte cominciava a sparire”. E’ un paesaggio mutevole, in continuo cambiamento, e niente ci prepara a queste circostanze del tutto inconsuete.
Per chi è abituato alla topografia di zone più temperate, tanta variabilità è difficile da capire. Immaginate veri e proprie parti del paesaggio che si muovono - una montagna, ad esempio, che appare e scompare nello spazio di poche ore. Da esseri che si adattano e rispondono all’ambiente, come siamo, viene naturale pensare a come questa variabilità possa aver effetto su chi vive o si muove in questo paesaggio.
Il ghiaccio si presenta in vaste distese, lastre, banchi, e montagne. I balenieri, come gli Eschimesi che cominciano a incontrare, usano molte parole per definire il ghiaccio, a seconda della sua forma e del suo comportamento. “Dal ponte guardavano attoniti le lastre di ghiaccio frammentate alla deriva che il capitano Tyler chiamò il ‘middle pack’. Spesse pochi centimetri, parecchi metri; la misura di una nave, o come il centro di Philadelphia; in mezzo a queste lastre c’erano i passaggi, le aperture su cui galleggiavano. Senza un’idea di come attraversarono il pack, non si potrebbe capire del tutto quello che accadde dopo”.
Per una nave come la Narwhal, navigare in queste circostanze quasi da allucinazione era di importanza vitale, nel vero senso della parola, saper valutare le caratteristiche e il movimento del ghiaccio in ogni momento. Anche se gli scafi dei primi vascelli da esplorazione erano rinforzati con rivestimenti di legno massiccio e la prua fasciata con piastre di ferro, la banchisa in rapido movimento poteva intrappolare una nave e stritolarla. “Gli uomini di mare raccontavano di navi distrutte quando il vento spingeva il ghiaccio alla deriva contro la costa. Per questo motivo, dicevano, Melville Bay era chiamata il cantiere della demolizione. Navi schiacciate come noci, dicevano, o bloccate nel ghiaccio per mesi”.
Mentre la Narwhal naviga verso Nord, il ghiaccio si compatta. Quando la via d’acqua è libera solo a chiazze o talvolta sparisce del tutto, l’equipaggio deve tirare la nave nel ghiaccio: “Per due giorni, mentre un sottile canale era aperto, trascinarono la nave. Sul pack di ghiaccio attaccato alla costa, si misero a tracolla cinghie di canapa e poi agganciarono la loro imbracatura al cavo di traino. Arrancando a passo pesante, tiravano la nave come una squadra di cavalli può trascinare mezzi pesanti attraverso un campo”. Le mani gelate, vesciche ai piedi, al meglio potevano fare sei miglia al giorno. Quando il canale scompare, vanno avanti bucando a mano il ghiaccio: “Due uomini con un piccone di ferro facevano un buco sull’orlo di una probabile fessura e ci infilavano un’ancora, una gomena era legata all’ancora, con l’altra estremità fissata attorno al verricello della nave. Facevano tutti a turno a girare le barre dell’argano. Con la pressione dei loro corpi sulle barre, il verricello girava, la gomena vibrava, il ghiaccio cominciava a gemere. Se la gomena non si spezzava o l’ancora non sgusciava fuori, la nave avanzava centimetro dopo centimetro nella piccola spaccatura. Si sforzavano per ore senza avanzare di molto: pochi centimetri, mezzo metro, la lunghezza della nave”.
Considerate le difficoltà e i pericoli, è evidente che occorreva un certo grado di pazzia o disperazione, o entrambe, per imbarcarsi in un’avventura del genere. L’immagine di uomini che trascinano una nave sul ghiaccio verso una destinazione ignota, surreale come la nave di Fitzcarraldo nelle Ande, è emblematica di come la civiltà dell’occidente si è ostinata, al buio, a conquistare terre che non ci appartengono, e nelle quali non sappiamo come muoverci, come vivere o sopravvivere.
Mentre il viaggio della Narwhal finisce per risultare un fallimento, alcuni anni dopo (nella realtà) il Passaggio a Nord Ovest viene trovato, e alla fine anche le navi di Franklin. E poi arrivò la corsa al Polo Nord (a cui si riferisce Jules Verne ne Il mondo sottosopra): il primo tentativo di arrivarci dal cielo fu fatto nel 1897, su un pallone aerostatico; i corpi dei tre esploratori furono trovati 33 anni dopo su un’isola sperduta non troppo lontano dall’isola di Spitsbergen nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, da dove erano partiti. Il Polo fu raggiunto per la prima volta in volo nel 1926, mentre la prima spedizione via superficie fu americana su slitte a motore nel 1968, proprio un anno prima della missione Apollo 11. Per raggiungere il Polo Nord sul ghiaccio ci volle quasi lo stesso tempo che ci volle per raggiungere la Luna.
Si può ammirare la grande tenacia e il desiderio di conoscere che animarono tutti questi tentativi, anche se sanno di follia. In un saggio sulla Divina Commedia, Jorge Luis Borges descrive l’episodio di Ulisse, leggendario navigatore ed esploratore in cerca di avventure che Dante incontra nell’Inferno, tra le fiamme della bolgia dei fraudolenti: “Ulisse richiama tutti i suoi compagni e… propone loro una nuova impresa: andare oltre le Colonne d’Ercole e varcare l’Oceano… Dice loro che sono uomini, non bestie; che sono nati per essere coraggiosi, per sapere; nati per conoscere, per capire”. Essi seguono i suggerimenti di Ulisse e dopo un arduo viaggio, stanno per vedere terra quando una tempesta spaventosa si forma dal nulla e affonda la nave. Nella Commedia, Ulisse è punito, e il motivo, secondo Borges, è “quella generosa, audace impresa di voler conoscere il proibito, l’impossibile”.
Certamente il desiderio di sapere è un tratto distintivo di noi umani, che può mostrare la parte migliore e più geniale di noi, ma c’è anche una parte in ombra. Nella letteratura e nella mitologia di tutto il mondo, si trovano tante storie che ammoniscono, su personaggi che vanno oltre lo scopo naturale del sapere e cadono nell’ossessione e nella rovina: Pandora, Ulisse, Adamo ed Eva, Capitano Achab, Faust, e Frankenstein, per citarne solo alcuni. E’ significativo che il terrificante umanoide del Dottor Frankenstein, nell’indimenticabile climax del romanzo, corra fin sul ghiaccio dell’Artico nel tentativo disperato di sfuggire al suo creatore e alla sua stessa esistenza. L’impulso ad apprendere, ad esplorare e ad espandere la nostra conoscenza, è naturale, anche encomiabile, ma si accompagna a un avvertimento: c’è insieme una fame latente che una volta risvegliata diventa insaziabile, e distrugge l’anima.
Le montagne della follia è un altro libro interessante da considerare in questo contesto. H.P. Lovecraft scriveva dell’Antartico, il Polo Sud, in quello che è tra i primi capolavori di horror-fantascienza. Ma la sua visione degli estremi inaccessibili del nostro globo che nascondono nel profondo del ghiaccio un male primordiale, è strettamente rilevante alle nostre riflessioni sull’Artico. Il proposito del libro è “distogliere il mondo dell’esplorazione in generale da ogni imprudente o troppo ambizioso programma nella regione di quelle montagne di follia” . Il narratore, geologo e accademico che ha participato alla terribile spedizione antartica, si sente costretto a parlare perché, dice, “gli uomini di scienza hanno rifiutato di seguire il mio consiglio senza pensarci. E’ del tutto contrario alla mia volontà che io dico le ragioni della mia opposizione a questo piano di invasione dell’Antartico - con la sua vasta caccia ai fossili e la sua trivellazione e fusione su vasta scala dell’antica banchisa di ghiaccio - e sono ancor più riluttante perché il mio allarme può essere vano”.
Come suona tempestivo quest’allarme ora, che il global warming sta causando lo scioglimento del permafrost artico, minacciando di rilasciare miliardi di tonnellate di gas serra lì trattenuti in un’atmosfera già surriscaldata; che le trivellazioni petrolifere nell’Artico sono sempre più pratica comune; che i poteri dominanti vedono lo scioglimento del ghiaccio nel mare artico come una via promettente per aprire nuovi e redditizi corridoi di navigazione; che un presidente americano dice “vogliamo la Groenlandia”.
Prometeo rubò agli Dei il fuoco, che da allora è stato lo strumento dello sviluppo umano: noi bruciamo, bruciamo, bruciamo, in calderoni sempre più grandi, dal motore a scoppio alla fissione nucleare, tracciando un arco infuocato nel corso dell’evoluzione, cadendo come Icaro che volò troppo vicino al sole, finché, forse, anche noi finiremo con l’annientarci. In questo senso, l’Artico è la campana d’allarme dell’Antropocene.
“Traduzione dall’inglese di Martha Cooley e Antonio Romani”
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