Ben Jonson e la commedia degli umori britannica

04 Agosto 2026 - 14:45
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Tra i grandi protagonisti del Rinascimento inglese, il nome di William Shakespeare tende inevitabilmente a dominare la scena. Tuttavia, accanto a lui operò un autore che contribuì in maniera altrettanto decisiva alla formazione del teatro moderno, imponendo uno stile personale, rigoroso e profondamente influenzato dalla cultura classica: Ben Jonson. Poeta, drammaturgo, attore e critico letterario, Jonson trasformò il teatro in uno strumento di osservazione della società, utilizzando l’ironia e la satira per mettere in luce i difetti umani e le contraddizioni della Londra elisabettiana e giacobita.

A differenza di Shakespeare, interessato soprattutto alla complessità psicologica dei suoi personaggi, Jonson costruì un teatro fondato sull’analisi dei caratteri. La sua celebre teoria della “comedy of humours”, ovvero la commedia degli umori, divenne uno dei modelli più influenti della drammaturgia europea, ispirando generazioni di autori inglesi e continentali. Ancora oggi le sue opere vengono rappresentate per la straordinaria modernità con cui raccontano avidità, vanità, ambizione e ipocrisia, difetti che continuano a caratterizzare la società contemporanea.

Dalla Londra elisabettiana al teatro classico: la formazione di Ben Jonson

Ben Jonson nacque probabilmente nel 1572, pochi anni dopo l’ascesa al trono della regina Elisabetta I. Il padre morì prima della sua nascita e la madre si risposò con un muratore, mestiere che il giovane Ben fu costretto a imparare fin dall’adolescenza. La sua vita avrebbe potuto seguire un percorso molto diverso se non fosse stato ammesso alla Westminster School, una delle più prestigiose scuole inglesi dell’epoca, dove ebbe come insegnante William Camden, storico, antiquario e studioso considerato tra i maggiori umanisti del Rinascimento inglese.

Camden gli trasmise una profonda conoscenza della cultura classica, facendogli studiare gli autori latini, la retorica e la filosofia antica. Jonson assimilò in particolare il pensiero di Orazio, Plauto, Terenzio e Aristotele, modelli che avrebbero influenzato tutta la sua produzione teatrale. Mentre molti drammaturghi del suo tempo privilegiavano l’intrattenimento popolare, Jonson cercava un teatro disciplinato, costruito secondo precise regole formali e finalizzato anche all’educazione morale dello spettatore. Una panoramica sulla sua vita e sulla sua produzione è disponibile nella biografia pubblicata dalla Poetry Foundation, una delle principali istituzioni statunitensi dedicate allo studio della poesia in lingua inglese.

Terminati gli studi, la sua esistenza assunse toni quasi avventurosi. Lavorò inizialmente come muratore, ma presto abbandonò quel mestiere per arruolarsi come soldato nelle Fiandre, dove l’Inghilterra sosteneva le Province Unite nella guerra contro la Spagna. Tornato a Londra, iniziò la carriera di attore e successivamente quella di drammaturgo, entrando rapidamente nel vivace ambiente teatrale della capitale.

Uno degli episodi più drammatici della sua vita avvenne nel 1598, quando uccise in duello l’attore Gabriel Spencer. Arrestato e processato, riuscì a evitare la pena di morte grazie al cosiddetto benefit of clergy, un’antica norma del diritto inglese che consentiva agli imputati alfabetizzati di ottenere una pena più lieve. Durante la prigionia si convertì al cattolicesimo, scelta particolarmente delicata in un’Inghilterra protestante dove le tensioni religiose erano ancora molto forti.

Proprio nel 1598 arrivò anche il primo grande successo teatrale con Every Man in His Humour, opera che segnò l’inizio della sua fama. Secondo la tradizione, nella compagnia che mise in scena la commedia figurava anche William Shakespeare come attore. Il rapporto tra i due è uno degli aspetti più affascinanti della storia della letteratura inglese. Erano colleghi, talvolta rivali, ma anche profondamente rispettosi l’uno dell’altro. Dopo la morte di Shakespeare, Jonson scrisse il celebre elogio inserito nel First Folio del 1623, definendolo con una frase destinata a diventare immortale: “He was not of an age, but for all time” (“Non apparteneva a un’epoca, ma a tutti i tempi.”).

Nonostante questa sincera ammirazione, i due rappresentavano concezioni teatrali profondamente diverse. Shakespeare privilegiava personaggi psicologicamente complessi, capaci di evolversi nel corso della vicenda. Jonson, invece, era convinto che il teatro dovesse osservare la società con l’occhio del moralista, mettendo in scena uomini e donne dominati da un’unica passione, esasperata fino a diventare ridicola. Questa idea avrebbe trovato la sua formulazione più compiuta nella celebre teoria della commedia degli umori, destinata a cambiare il volto della commedia inglese.

La Londra in cui Jonson iniziò a scrivere era una città in piena espansione economica e demografica. Mercanti, artigiani, avvocati, medici, banchieri, marinai, truffatori e predicatori convivevano in un ambiente straordinariamente dinamico, offrendo al drammaturgo un repertorio inesauribile di tipi umani. A differenza di molti suoi contemporanei, che preferivano ambientazioni storiche o immaginarie, Jonson portò spesso in scena la Londra del suo tempo, trasformandola quasi in un personaggio delle proprie opere. Le sue commedie costituiscono così una preziosa testimonianza della vita quotidiana nella capitale inglese tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, raccontandone i mercati, le taverne, i tribunali, i quartieri commerciali e le infinite contraddizioni di una società che stava rapidamente diventando una delle più moderne d’Europa.

La “comedy of humours”: quando un difetto diventa il protagonista della scena

L’elemento che distingue maggiormente Ben Jonson dagli altri drammaturghi del suo tempo è senza dubbio la teoria della “comedy of humours”, tradotta in italiano come commedia degli umori. Si tratta di un’idea originale solo in parte, perché affonda le proprie radici nella medicina dell’antica Grecia, ma che Jonson trasformò in uno straordinario strumento teatrale. Attraverso questa tecnica riuscì a costruire personaggi immediatamente riconoscibili, dominati da un unico tratto caratteriale portato all’estremo, rendendo il teatro uno specchio deformante della società londinese.

Per comprendere la sua intuizione bisogna tornare indietro di quasi duemila anni. Secondo Ippocrate, considerato il padre della medicina occidentale, e successivamente Galeno, medico dell’Impero romano le cui teorie dominarono la medicina europea fino al XVII secolo, il corpo umano era regolato dall’equilibrio di quattro fluidi fondamentali, chiamati appunto umori: il sangue, la flemma, la bile gialla e la bile nera. A ciascuno di essi corrispondeva un particolare temperamento. Il predominio del sangue rendeva l’individuo sanguigno, allegro, espansivo e impulsivo; quello della flemma produceva il carattere flemmatico, riflessivo e tranquillo; la bile gialla dava origine al temperamento collerico, energico, aggressivo e ambizioso; la bile nera era invece associata alla personalità melanconica, introversa, pessimista e incline alla riflessione.

Jonson prese questa antica teoria medica e la trasferì sul palcoscenico. Nelle sue opere ogni personaggio è dominato da un unico “umore”, cioè da una passione o da un’ossessione che condiziona ogni decisione e ogni comportamento. L’avaro pensa esclusivamente al denaro, il vanitoso vive soltanto per l’apparenza, l’ambizioso sacrifica qualsiasi principio pur di ottenere potere, il geloso interpreta ogni gesto come un tradimento. Non esistono sfumature psicologiche nel senso moderno del termine: il personaggio diventa una lente d’ingrandimento attraverso cui osservare un determinato difetto umano. Proprio questa esasperazione produce la comicità, ma anche la riflessione morale. Jonson non ride mai semplicemente dei suoi protagonisti; invita piuttosto il pubblico a riconoscere in loro i vizi della società contemporanea.

La prima applicazione compiuta di questo metodo si trova in Every Man in His Humour, rappresentata nel 1598, opera che segna il vero inizio della sua carriera. Ambientata inizialmente in Italia e successivamente trasferita nella Londra contemporanea, la commedia mette in scena una galleria di personaggi ciascuno dominato dal proprio “umore”. L’intreccio non serve tanto a raccontare una storia complessa quanto a mostrare l’effetto delle ossessioni individuali quando entrano in collisione tra loro. L’opera ebbe un enorme successo e divenne il modello della nuova commedia inglese. Ancora oggi è considerata il manifesto della comedy of humours, tanto da essere regolarmente studiata nei corsi universitari dedicati alla letteratura inglese. Una sintesi critica della sua importanza è disponibile anche nella voce dedicata a Jonson dell’Enciclopedia Treccani, uno dei principali riferimenti italiani per la storia della letteratura.

L’anno successivo Jonson ampliò ulteriormente questa impostazione con Every Man out of His Humour. Se nella prima commedia i personaggi conservavano ancora una certa credibilità, qui diventano volutamente più caricaturali e grotteschi. La satira si fa più aspra, quasi feroce, e il bersaglio non è più soltanto il singolo individuo, ma l’intera società londinese, con le sue mode, i suoi arrivisti, i falsi intellettuali e gli opportunisti. L’opera fu accolta con minore entusiasmo dal pubblico rispetto alla precedente, probabilmente proprio per il tono più severo e meno conciliatorio.

La satira rappresenta infatti il cuore del teatro di Jonson. Il suo modello non è tanto Aristofane quanto Orazio, il poeta latino che vedeva nella satira uno strumento per correggere i costumi senza rinunciare all’eleganza dello stile. Jonson era convinto che il teatro dovesse avere anche una funzione educativa. Ridicolizzando l’avidità, la presunzione, la superstizione o l’ignoranza, sperava di indurre gli spettatori a riconoscere quei difetti nella vita quotidiana e, possibilmente, a correggerli. Per questo motivo le sue commedie sono spesso molto più severe di quanto possa apparire a una prima lettura. Dietro ogni battuta si nasconde un giudizio morale, dietro ogni situazione comica una critica precisa ai comportamenti della società.

Questa impostazione raggiunge la piena maturità con Volpone, pubblicata e rappresentata nel 1606, considerata da molti studiosi il suo capolavoro assoluto. Ambientata a Venezia, città che nella letteratura europea dell’epoca simboleggiava spesso il commercio, la ricchezza e gli intrighi, la commedia racconta la storia di un ricchissimo uomo che finge di essere sul letto di morte per attirare intorno a sé una serie di avidi pretendenti all’eredità. Ognuno cerca di conquistare il suo favore con doni sempre più costosi, sperando di essere nominato erede universale. Volpone, insieme al fedele servitore Mosca, manipola cinicamente tutti i personaggi, trasformando la loro cupidigia in uno spettacolo grottesco.

L’opera rappresenta uno dei più potenti attacchi all’avidità mai scritti nella letteratura inglese. Nessun personaggio è realmente innocente: chi cerca il denaro perde progressivamente dignità, onore e senso della giustizia. Pur ambientando la vicenda a Venezia, Jonson allude chiaramente anche alla Londra del suo tempo, dove il rapido sviluppo economico stava modificando profondamente i rapporti sociali. Il risultato è una commedia straordinariamente moderna, nella quale la ricchezza diventa il motore di ogni comportamento umano e il denaro finisce per sostituire qualsiasi valore morale.

L’eredità di Ben Jonson: dalla Londra di Giacomo I al teatro moderno

Dopo il successo di Volpone, Ben Jonson consolidò definitivamente la propria reputazione come il più autorevole drammaturgo inglese dell’età giacobita dopo Shakespeare. Nei primi decenni del Seicento continuò a perfezionare la sua idea di teatro, utilizzando la satira come strumento per analizzare una società sempre più complessa, dominata dall’espansione del commercio, dalla ricerca del prestigio sociale e dall’emergere di nuove forme di ricchezza. Le sue opere successive dimostrano come la commedia degli umori non fosse una semplice formula narrativa, ma un metodo di osservazione della realtà, capace di adattarsi ai cambiamenti politici ed economici dell’Inghilterra.

Tra i suoi capolavori spicca The Alchemist, rappresentato nel 1610, una delle commedie più perfette della letteratura inglese. L’intera vicenda si svolge nell’arco di una sola giornata, rispettando in modo rigoroso le cosiddette unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, principi che Jonson aveva appreso studiando la poetica classica. L’opera racconta la storia di tre truffatori che approfittano dell’assenza del padrone di casa per convincere una serie di ingenui clienti di poter trasformare il piombo in oro grazie all’alchimia. In realtà, ogni promessa è una menzogna costruita per sfruttare la credulità e l’avidità delle vittime.

Ciò che rende The Alchemist sorprendentemente moderna è il bersaglio della satira. Jonson non prende in giro soltanto gli imbroglioni, ma soprattutto coloro che desiderano arricchirsi senza fatica. L’alchimia diventa una metafora universale di tutte quelle illusioni che promettono ricchezza immediata, successo facile o scorciatoie verso il potere. Cambiano gli strumenti, ma il meccanismo psicologico rimane attualissimo: ieri era la pietra filosofale, oggi potrebbero essere investimenti miracolosi, truffe finanziarie o facili guadagni diffusi attraverso internet. È proprio questa capacità di individuare comportamenti umani ricorrenti che rende Jonson ancora così attuale.

Un’altra opera fondamentale è Epicoene, or The Silent Woman (La donna silenziosa), rappresentata nel 1609. Apparentemente si tratta di una commedia sul matrimonio e sulle convenzioni sociali, ma in realtà affronta temi molto più complessi, come l’identità, le apparenze e il ruolo dei generi nella società inglese del Seicento. L’opera è ricordata soprattutto per il sorprendente colpo di scena finale, ancora oggi considerato uno dei più celebri della drammaturgia rinascimentale. Jonson dimostra ancora una volta la sua abilità nel costruire intrecci rigorosi, dove ogni dettaglio trova una precisa giustificazione narrativa.

Tra le sue commedie più ambiziose figura anche Bartholomew Fair, rappresentata nel 1614. Se Volpone aveva utilizzato Venezia come scenario simbolico dell’avidità, qui Jonson sceglie invece la Londra contemporanea, ambientando l’intera vicenda nella celebre fiera di Smithfield, uno degli eventi popolari più importanti della capitale inglese. Mercanti, predicatori, ladri, prostitute, commercianti, giudici, artisti di strada e semplici curiosi popolano una gigantesca rappresentazione della società urbana. La fiera diventa il simbolo di una città dove ogni classe sociale si mescola alle altre, dando vita a un microcosmo vivace, rumoroso e spesso contraddittorio.

Dal punto di vista storico, Bartholomew Fair rappresenta una fonte di straordinario valore. Attraverso dialoghi, situazioni e personaggi, Jonson documenta la vita quotidiana della Londra giacobita con una precisione quasi giornalistica. A differenza di Shakespeare, che spesso preferisce ambientazioni storiche o immaginarie, Jonson osserva direttamente la città in cui vive, trasformando il teatro in uno specchio della realtà contemporanea. Per questo motivo le sue opere sono ancora oggi utilizzate dagli storici per comprendere la società londinese tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento.

Parallelamente alle commedie, Jonson sviluppò un altro genere destinato a esercitare una profonda influenza sulla cultura britannica: il masque. Si trattava di spettacoli sontuosi organizzati alla corte di Giacomo I, nei quali teatro, musica, danza e scenografia si fondevano in un’unica rappresentazione celebrativa. Jonson scrisse numerosi masques collaborando con Inigo Jones, il celebre architetto che introdusse in Inghilterra il linguaggio dell’architettura classica e rivoluzionò anche la scenografia teatrale grazie all’impiego di prospettive, macchinari e scenografie mobili. La collaborazione tra i due contribuì a trasformare lo spettacolo di corte in una forma d’arte estremamente sofisticata, anche se il loro rapporto si deteriorò progressivamente a causa di profonde divergenze artistiche.

Un momento fondamentale della carriera di Jonson arrivò nel 1616, quando pubblicò la raccolta delle proprie opere con il titolo The Workes of Benjamin Jonson. Oggi può sembrare una scelta normale, ma all’epoca rappresentava una vera rivoluzione. Il teatro era considerato un intrattenimento popolare, raramente degno di essere pubblicato accanto alla poesia o ai trattati filosofici. Jonson fu il primo autore inglese a rivendicare apertamente il valore letterario delle proprie opere teatrali, utilizzando il termine Works, “Opere”, fino ad allora riservato ai grandi autori classici. Questa decisione contribuì in modo decisivo al riconoscimento del teatro come forma di alta letteratura.

Negli ultimi anni della sua vita si dedicò anche alla riflessione teorica sulla scrittura. Nel manoscritto noto come Timber, or Discoveries, pubblicato postumo, raccolse osservazioni sulla poesia, sul teatro, sul linguaggio e sull’arte della composizione. Il testo è considerato uno dei primi grandi esempi di critica letteraria inglese e testimonia la profondità del suo pensiero, spesso oscurata dalla fama delle sue commedie.

L’influenza di Ben Jonson si estese ben oltre il suo tempo. Nel teatro inglese ispirò autori come John Dryden, William Congreve, Richard Brinsley Sheridan e Alexander Pope, mentre in Europa la sua concezione della commedia di carattere influenzò profondamente Molière, che riprese l’idea di costruire personaggi dominati da una singola ossessione, trasformandola in uno dei pilastri della commedia francese. Anche molti autori successivi, pur senza citarlo direttamente, ereditarono il principio secondo cui il teatro può divertire e, allo stesso tempo, smascherare le debolezze della società.

Il confronto con Shakespeare resta inevitabile, ma forse è anche riduttivo. Se Shakespeare esplora la complessità dell’animo umano, le contraddizioni interiori e l’ambiguità morale dei suoi protagonisti, Jonson osserva il comportamento sociale con lo sguardo del moralista e del satirico. Il primo costruisce personaggi che cambiano; il secondo crea personaggi che si rivelano. Shakespeare racconta l’individuo, Jonson analizza la società. Insieme rappresentano le due anime complementari del teatro inglese del Rinascimento.

La fama di Jonson fu enorme già durante la sua vita. Alla sua morte, avvenuta nel 1637, venne sepolto nella Poets’ Corner dell’Abbazia di Westminster. Sulla sua lapide compare ancora oggi una delle iscrizioni più celebri della letteratura inglese: “O Rare Ben Jonson”. Tre parole semplici, ma sufficienti a riassumere il rispetto e l’ammirazione che i contemporanei nutrivano per un autore che seppe trasformare la satira in arte e la commedia in uno straordinario strumento di analisi della natura umana.

Domande frequenti su Ben Jonson e la commedia degli umori

Chi era Ben Jonson?

Ben Jonson (1572-1637) fu un poeta, drammaturgo, attore e critico letterario inglese, considerato il più importante autore teatrale dell’età elisabettiana e giacobita dopo William Shakespeare.

Che cos’è la “comedy of humours”?

È una forma di commedia ideata da Ben Jonson in cui ogni personaggio è dominato da un unico tratto caratteriale o “umore”, portato all’estremo per creare comicità e satira sociale.

Da dove nasce la teoria dei quattro umori?

Deriva dalla medicina dell’antica Grecia, sviluppata da Ippocrate e Galeno, secondo cui il carattere umano dipendeva dall’equilibrio tra sangue, flemma, bile gialla e bile nera.

Qual è il capolavoro di Ben Jonson?

Molti studiosi considerano Volpone (1606) il suo capolavoro, grazie alla brillante satira contro l’avidità e la corruzione.

Qual era il rapporto tra Ben Jonson e Shakespeare?

Furono colleghi, collaboratori e in parte rivali. Dopo la morte di Shakespeare, Jonson gli dedicò il celebre elogio “He was not of an age, but for all time”, pubblicato nel First Folio del 1623.

Perché Ben Jonson è ancora importante oggi?

Perché la sua satira affronta temi universali come avidità, ambizione, vanità e ipocrisia, mentre la sua concezione della commedia ha influenzato profondamente il teatro europeo, da Molière fino agli autori della Restaurazione inglese.


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