Cambiare corsia in coda non conviene quasi mai, lo spiega la scienza
C’è un rituale che si ripete ogni weekend di esodo estivo. La corsia di destra si blocca, quella di sinistra sembra scorrere, e scatta il pensiero dell’automobilista di spostarsi. In realtà è una scelta che non conviene quasi mai. La matematica del traffico, dice una cosa scomoda: cambiare corsia in coda raramente serve, e spesso peggiora le cose per chi sta dietro. Il punto è che la credenza popolare continua ad avere la meglio sull’evidenza scientifica, e ogni agosto se ne fa una conferma in diretta.
Non tutte le code hanno un motivo
Cantieri, gallerie, incidenti, caselli, immissioni strette: le scuse per rallentare non mancano mai sulle autostrade italiane. Ma esiste anche una categoria più subdola di ingorgo, quella che compare su un tratto perfettamente libero, senza un ostacolo visibile, semplicemente perché il numero di veicoli si avvicina al limite massimo che quella carreggiata può gestire.
Un esperimento diventato un piccolo classico della fisica dei trasporti lo ha dimostrato con elegante semplicità: ventidue automobili messe a girare su un circuito circolare di 230 metri, con l’unica istruzione di mantenere velocità e distanza costanti. Dopo pochi giri, una minima esitazione di un solo conducente aveva innescato la reazione a catena: il primo frena un pelo, il secondo un po’ di più, il terzo ancora di più.
In breve, quello che era stato un tocco leggerissimo sul pedale si era trasformato in uno stop vero. E la cosa curiosa è che quel blocco si muoveva all’indietro a circa 20 km/h, anche se ogni singola auto continuava ad andare avanti.
È esattamente il meccanismo che si vive ogni weekend nelle autostrade italiane. Quando le auto sono poche, un rallentamento si dissolve da solo. Quando sono tante e vicine, ogni piccola frenata arriva alla macchina dietro prima che quella davanti sia riuscita a riprendere velocità. Il traffico si comporta come una fisarmonica: si allunga e si accorcia in continuazione, e nessuno sa esattamente perché è ferma la sua corsia.
L’istinto del cambio corsia
Quando si è bloccati in coda, l’istinto di spostarsi nella corsia accanto è potente quanto irrazionale. Succede sempre: non appena si vede un’apertura, il piede va sull’acceleratore. L’impressione è di aver guadagnato qualcosa. Nella realtà, quasi mai.
I modelli della fluidodinamica del traffico descrivono chiaramente cosa succede quando una strada si avvicina alla saturazione: più auto significa meno scorrimento, perché i veicoli si condizionano a vicenda al punto da ridurre la capacità complessiva della carreggiata.
In questo scenario, ogni cambio di corsia aggiunge una variabile al sistema, che sia una frenata, un’accelerazione brusca, o uno spazio che si chiude, e quella variabile si propaga indietro come un’onda.
Chi cambia corsia non ha quasi mai torto sulla percezione immediata: in quel preciso istante la corsia accanto può sembrare più rapida. Ma i secondi guadagnati vengono spesso riassorbiti poco dopo, mentre l’auto che si è lasciata dietro rallenta per richiudere il buco, e quella dietro ancora di più.
Lo studio che smentisce la credenza
Un ricercatore australiano ha analizzato le traiettorie reali di veicoli sull’autostrada M1 di Sydney, cercando di capire se il cambio di corsia porti davvero un vantaggio misurabile. Il risultato è stato eloquente: nella grande maggioranza dei casi, chi cambiava corsia non guadagnava velocità.
L’unica finestra in cui la manovra mostrava un margine di vantaggio concreto era nella fascia compresa tra i 45 e i 50 km/h, una condizione piuttosto specifica che non giustifica anni di zig-zag e nervi tesi al volante.
Lo studio ha poi rilevato un secondo dato interessante: congestione e cambi di corsia si alimentano a vicenda. Più coda porta a più manovre, più manovre peggiorano la congestione. Un circolo vizioso che si chiude su sé stesso ogni volta che qualcuno decide che la sua corsia è quella sbagliata.
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