Caso Roggero, la paura dietro il bancone: dopo i gioiellieri diamo la parola a tabaccai e farmacisti, costantemente nel mirino

21 Luglio 2026 - 21:10
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Caso Roggero, la paura dietro il bancone: dopo i gioiellieri diamo la parola a tabaccai e farmacisti, costantemente nel mirino

La seconda parte del nostro approfondimento, dopo l’articolo pubblicato ieri, allarga il confronto alle categorie più esposte alle rapine. Perché giudicare una reazione a sangue freddo è facile, ma trovarsi davanti un’arma, vera o finta che sia, è tutt’altra storia.

Dopo gli orafi, la voce di altre categorie che vivono sotto attacco

Il caso di Mario Roggero continua a dividere l’opinione pubblica tra chi invoca il rispetto rigoroso dei limiti della legittima difesa e chi, invece, chiede di guardare anche allo stato d’animo di un uomo rapinato più volte nel proprio negozio.

Dopo le testimonianze raccolte tra orafi e gioiellieri, parola a tabaccai e farmacisti: professionisti che ogni giorno lavorano dietro un bancone, a contatto con il pubblico, custodendo denaro, valori o medicinali e sapendo di poter diventare, in pochi secondi, il bersaglio di una rapina.

Il tabaccaio del Padovano Franco Birolo, assolto dopo aver sparato ai ladri, uccidendone uno nel 2012, commenta in questo modo il caso Roggero. “Lo Stato deve accanirsi con i criminali non con la gente per bene, se no che messaggio passa la giustizia? Non si tratta di una esecuzione come in molti stanno scrivendo e neanche di omicidio, è legittima difesa”. Birolo, sette anni di processo, venna prima ritenuto colpevole, poi assolto perché il reato non sussisteva, quando i giudici gli riconobbero la legittima difesa.

Giovanni Lennoni gestisce una tabaccheria a Savona, due anni fa decise addirittura di chiudere temporaneamente l’attività perchè terrorizzato da un malvivente che l’aveva rapinato più volte: “In svariati anni di attività non mi era mai successa una cosa del genere, alla fine non riuscivo più ad essere lucido, la notte mi svegliavo con gli incubi. Poi la Polizia locale l’ha arrestato e io non posso che ringraziare le forze dell’ordine per il lavoro che svolgono quotidianamente”.

Si tratta di testimonianze che possono aiutare ad illuminare quella zona d’ombra che spesso scompare nelle ricostruzioni televisive: il trauma non termina necessariamente quando il rapinatore varca la porta del negozio. Resta nei gesti, negli sguardi rivolti all’ingresso, nel sospetto verso ogni cliente troppo nervoso e nella paura che tutto possa accadere di nuovo.

Quando l’arma è davanti a te, la teoria resta fuori

“Sono stato il farmacista più rapinato di tutta Italia, oltre 30 rapine subite” – dice Vittorio Contarina, fino al 2020 Presidente FederFarma Roma Lazio e Vice Presidente Nazionale  – “non mi sono mai sognato di reagire perché ho una famiglia; queste cose non finiscono sempre bene, non posso fare una sparatoria in farmacia, non ho il porto d’armi, e reagire non è mai la cosa più saggia. Non mi piace il Far West. Ho fatto mettere telecamere stile GF in collegamento con il Comando Centrale dove appariva in diretta la possibile rapina, non avrei mai inseguito il ladro, mirando al corpo. Una volta ho inseguito un rapinatore per segnalare alla polizia la sua posizione. Non mi faccio giustizia privata in mezzo alla gente e sparando al torace; se proprio una persona deve sparare, avendo il porto d’armi, dovrebbe mirare in aria o alle gambe come estrema ratio. Io, comunque, non avrei mai agito in questo modo perché è un eccesso di legittima difesa e so che iin Italia queste cose possono finire male”.

Prosegue Contarini: “Nell’animo delle persone e anche nel mio dispiace e dà fastidio che Ruggero sia in carcere, ma la legge dice che è un eccesso di legittima difesa. Bisogna restare lucidi di fronte a un pericolo, se no si rischiano guai, come quelli che sta passando Ruggero. Sicuramente il cervello delle persone non reagisce alla stessa maniera, l’adrenalina può salire a mille, ma 14 anni sono comunque troppi. E’ una pena esagerata per una persona che ha superato i 70 anni, come il blocco dei beni e il risarcimento alle famiglie dei ladri, che per me è una delle cose più assurde che abbia mai sentito – di fatto un’assicurazione e una tutela sindacale di chi commette un furto. Ci tengo, comunque, a fare una distinzione: una cosa è una rapina in un negozio, un’altra, invece, dentro casa, perché la proprietà privata e il proprio nido sono cose diverse. In quel caso la rapina non dura pochi secondi, il ladro deve metterti ko. Ho saputo di persone legate, picchiate, ferite, per prendere la refurtiva; non so come agirei in quel caso, ma non farei un passo indietro e mi difenderei. La propria casa è inviolabile come la propria famiglia”.

Questo non significa trasformare ogni reazione in un atto automaticamente giustificabile. Significa, però, riconoscere che paura, panico e memoria di precedenti aggressioni possono alterare profondamente la percezione del pericolo.

Le comode discussioni in tv, dove tutto appare più semplice

Nei salotti televisivi è facile stabilire quale sarebbe stata la risposta corretta, contare i secondi, misurare le distanze e tracciare il confine esatto tra difesa e vendetta. Dietro un bancone, con il volto coperto di un rapinatore davanti e il timore di non tornare a casa, la geometria morale diventa molto meno precisa. La nostra intenzione non è certo quella di riscrivere le sentenze né celebrare la giustizia privata. Vogliamo solo ricordare che, prima di giudicare chi ha vissuto una rapina, bisognerebbe almeno ascoltare chi quella paura la conosce davvero.

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