C’era una volta l’acqua. Crisi climatica e infrastrutture fatiscenti riportano l’Italia in siccità

28 Luglio 2026 - 23:20
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C’era una volta l’acqua. Crisi climatica e infrastrutture fatiscenti riportano l’Italia in siccità

Mentre caldo estremo e siccità prosciugano fiumi, laghi e terreni, l’Italia continua a perdere nella distribuzione il 42,4% dell’acqua immessa in rete. Sono 3,4 miliardi di metri cubi ogni anno, pari a circa 107mila litri al secondo: un volume che potrebbe soddisfare il fabbisogno di 43 milioni di persone, ovvero tre quarti della popolazione italiana. È il doppio fronte ricostruito nel dossier “Crisi idrica e dispersione dell’acqua in Italia” (in allegato a coda dell’articolo, ndr) presentato oggi a Perugia da Alleanza Verdi e Sinistra con Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde, e Nicola Fratoianni, deputato e segretario di Sinistra italiana.

«Di fronte a fiumi in secca, caldo estremo, processi di desertificazione e incendi, è arrivato il momento che l’agenda politica e quella di governo si occupino seriamente della crisi climatica – dichiara Bonelli – La situazione è drammatica. Chiediamo che il governo intervenga». 

Gli effetti più pesanti della siccità si concentrano al momento nel centronord. L’ultimo bollettino Ispra disponibile, datato 11 luglio, colloca il distretto del fiume Po in uno scenario di severità idrica media, con portate inferiori ai valori tipici del periodo. Il successivo bollettino dell’Autorità di bacino distrettuale del Po segnala anche condizioni di siccità severa in alcune stazioni del Mantovano e del Cremonese. In Piemonte risultano a rischio mais, prati, frutteti e risaie, con danni stimati in 30 milioni di euro nel solo Torinese. Preoccupa anche il Lago Maggiore, che dal 23 giugno ha perso circa un metro e, in pochi giorni senza precipitazioni significative, è passato dal 13 all’8% di riempimento. Nel Centro Italia il caso più critico è quello dell’Umbria e in particolare del Lago Trasimeno. Liguria, Trentino-Alto Adige e Umbria hanno già adottato provvedimenti contro lo spreco di acqua potabile, mentre in Toscana l’Autorità idrica ha chiesto un’azione preventiva e coordinata per tutelare le falde e garantire la continuità del servizio.

Nel resto d’Europa non va meglio. L’analisi pubblicata il 23 luglio da World Weather Attribution evidenzia che tra aprile e giugno le precipitazioni sono rimaste sotto la media in gran parte del continente, dal Portogallo alla Finlandia meridionale. Le successive ondate di calore hanno aggravato la siccità, contribuendo ai danni agricoli e idrologici, all’abbassamento dei fiumi e alla diffusione degli incendi.

«Il clima europeo sta cambiando rapidamente – spiega la climatologa Sarah Kew del Royal Netherlands Meteorological Institute – Mentre gli schemi delle piogge restano irregolari, le nostre analisi mostrano che il caldo estremo è diventato il principale motore della siccità nel nostro continente. Stiamo vedendo le riserve d’acqua evaporare da suoli e fiumi più rapidamente di quanto accadrebbe in un mondo senza cambiamento climatico, trasformando quelli che sarebbero stati periodi secchi gestibili in siccità gravi».

Il bacino del Mediterraneo è particolarmente esposto. Il Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) segnala un rapido aumento della domanda d’acqua da parte dell’atmosfera: temperature più alte accrescono lo stress idrico, mentre la minore disponibilità d’acqua riduce la capacità del territorio di raffreddarsi attraverso l’evaporazione. Si alimenta così un circolo vizioso che può spingere aree oggi semi-aride verso condizioni pienamente aride entro la metà del secolo.

I dati Ispra mostrano già evidenti segni di degrado del suolo sul 21% del territorio italiano, soprattutto nel Centro-Sud. Le quote più alte si registrano nel Lazio, col 34% del territorio regionale, seguito da Umbria al 32%, Marche al 28%, Sardegna e Abruzzo al 26%, Molise al 24% e Campania al 22%. In Sicilia il Cnr-Ibe stima invece che il 70% del territorio sia a rischio desertificazione e il 40% presenti un’elevata criticità.

Alla pressione climatica si somma quella di reti idriche vecchie e inefficienti. Secondo gli ultimi dati Istat riportati nel dossier, le perdite totali nella distribuzione sono salite dal 42,2% del 2020 al 42,4% del 2022, con differenze territoriali enormi. La Basilicata perde il 65,5% dell’acqua immessa in rete, l’Abruzzo il 62,5%, il Molise il 53,9%, la Sardegna il 52,8% e la Sicilia il 51,6%.

A livello comunale il record negativo spetta a Potenza, dove la dispersione raggiunge il 71%; Como si ferma invece al 9,2%. Le perdite totali comprendono rotture delle tubazioni e vetustà degli impianti, ma anche errori nella misurazione dei contatori e allacci abusivi: il dossier Avs ne quantifica il danno economico in oltre 9 miliardi di euro all’anno.

Bonelli allarga il conto a circa 20 miliardi di euro annui, includendo maggiori costi energetici, perdite agricole e gli altri danni associati alla crisi climatica: circa 350 euro per abitante. «Preciso subito: non vogliamo attribuire a Giorgia Meloni la responsabilità della crisi climatica, così preveniamo qualsiasi battuta dalla destra – conclude afferma – Tolto questo dubbio, resta però il problema. Una situazione così grave merita la convocazione di un Consiglio dei ministri per lanciare un vero piano strategico nazionale. Continuiamo a dare soldi ai petrolieri, mentre le persone soffocano a causa del caldo estremo».

La crisi climatica in corso imporrebbe invece di agire con decisione sul doppio fronte della mitigazione e dell’adattamento. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è però di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per essere sicuri di centrare i target servirebbe accelerare sensibilmente, e a guadagnarci sarebbe non solo l'ambiente ma anche il portafogli, in quanto colmare il gap al 2030 significherebbe risparmiare 17 miliardi di euro (tra minori costi energetici, importazioni di gas naturale ed emissioni) e creare 60mila posti di lavoro.

Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno, eppure nell’ultimo anno le installazioni si sono fermate a +7,2 GW. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024) – basterebbero ad alleviare il problema.

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