Dopo il Mar Rosso i bagliori della guerra arrivano fino al Mar Caspio

Come se già non bastasse l’estensione del conflitto nell’area meridionale del Mar Rosso e la conseguente incertezza per le navi commerciali nell’attraversare in sicurezza lo Stretto di Bab al-Mandeb, che collega il Mar rosso col Mare Arabico, è arrivato inaspettato, per stessa ammissione del presidente Zelensky, un attacco ucraino definito "a lungo raggio” – trans-continentale aggiungiamo noi – verso navi civili utilizzate (a detta delle autorità ucraine) per il trasporto di materiale bellico destinato all'Iran, oltre che verso una nave da guerra iraniana; insomma, la guerra contro la Federazione Russa assume sempre di più proporzioni inimmaginabili, che varcano i limiti geografici dell’Europa e sconfinano in territorio euroasiatico.
Questa nuova dottrina geostrategica è stata rivendicata con orgoglio dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha coniato un nuovo termine per rivendicare queste azioni di guerra che potremmo definire inusitate, chiamandole "sanzioni a lungo raggio" ucraine. Per la cronaca, anche nel Mediterraneo abbiamo assistito nel marzo scorso ad un attacco diretto contro una nave gasiera della Federazione Russa, la “Arctic Metagaz”, colpita da droni e incendiatasi senza che nessuna abbia mai rivendicato l’azione militar-terroristica compiuta. Ora dopo i fatti del Mar Caspio, ammessi e riconosciuti dall’Ucraina, l’analogia col Mediterraneo potrebbe diventare assai aderente alla realtà delle cose.
Perciò non resta che prendere atto (e consapevolezza) che il conflitto si è esteso imprudentemente fino al Mar Caspio in conseguenza dei raid a lungo raggio condotti dall'Ucraina, prima contro navi russe sospettate di trasportare materiale bellico in Iran, e ieri anche contro unità mercantili battenti bandiera della Repubblica islamica, aprendo un nuovo e inatteso fronte strategico in quest'area.
L’accusa mossa da Zelensky riguarda le rotte marittime del Caspio che, secondo le sue dichiarazioni, verrebbero impiegate per il trasferimento di rifornimenti militari e droni tra Mosca e Teheran: per questo motivo l'area caspica è diventata un obiettivo strategico per la guerra di Kiev.
La reazione a caldo dell'Iran com’è intuibile è stata molto dura, denunciando l'attacco deliberato alle proprie navi commerciali, mentre la tensione geopolitica cresce di ora in ora e ora si teme anche per il coinvolgimento di infrastrutture energetiche offshore presenti nella regione caspica.
La prima immediata percezione sull'estensione del conflitto, che dall’Europa centrale si spinge fino al bacino del Mar Caspio, si lega alla radicale modifica degli equilibri regionali, colpendo direttamente la stabilità economica e le strategie diplomatiche di Kazakistan e Azerbaigian, aree considerate storicamente un rifugio sicuro per la logistica energetica e militare russa, ora diventate zone ad alto rischio geopolitico.
Ricordiamo che il Kazakistan in questa fase della sua storia sta subendo ripercussioni economiche molto pesanti, dovute alle continue minacce alle rotte di esportazione dell'idrogeno. Le rotte commerciali dell'idrogeno nel Mar Caspio - ancora in fase di progettazione - si inseriscono nel più ampio progetto denominato “Caspian Green Energy Corridor”. Questo sistema è mirato a connettere la produzione di idrogeno verde e rinnovabili dall'Asia Centrale (Kazakistan e Uzbekistan) all'Europa attraverso l'Azerbaigian e il Caucaso, aggirando in tal modo i territori della Russia. Un richiamo particolare, infine, merita l’accordo strategico firmato a Baku da Kazakistan, Uzbekistan e Azerbaigian per la trasmissione di energia pulita e vettori energetici verdi.
L'Azerbaigian al contempo si trova a gestire una complessa situazione di equilibrio strategico, oscillando tra le opportunità di corridoio logistico e i rischi di sicurezza che potrebbero derivare in caso di rafforzamento dell'asse Russia-Iran; inoltre, il coinvolgimento bellico nel Mar Caspio metterebbe in serio rischio le piattaforme offshore e le rotte di navigazione commerciale della Repubblica azera. Baku ne è ben consapevole e teme che un’eventuale escalation militare possa colpire l'hub energetico del Caspio, vitale per le forniture di gas dirette anche verso l'Unione Europea.
L'uso del Mar Caspio come via di transito per il trasporto di armi e droni iraniani diretti in Russia ha, inoltre, costretto l'Azerbaigian ad aumentare le proprie capacità di sorveglianza radar nell’area di sua competenza, mentre le tensioni tra Baku e Teheran restano elevate, appesantite anche dalla presenza di droni ucraini a ridosso delle proprie acque territoriali. Rimane comunque innegabile che la crisi del corridoio settentrionale russo aumenti enormemente il valore strategico di Baku come terminale occidentale del Middle Corridor, rafforzando in tal modo la sua alleanza con la Turchia e accrescendo la sua importanza per l'Europa (irritando Mosca).
Un dato di fatto resta certo: i Paesi dell’Area caspica non possono più considerarsi semplici spettatori a distanza della guerra, in quanto si riducono giorno dopo giorno i loro margini di manovra, mentre aumentano le minacce reali ai loro asset economici e strategici.
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