Il Governo getta altri 125 mln di euro per tagliare 17 cent dal costo del diesel in due settimane

28 Luglio 2026 - 17:20
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Il Governo getta altri 125 mln di euro per tagliare 17 cent dal costo del diesel in due settimane

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto legge – su proposta della presidente Meloni e dei ministri Giorgetti (Economia), Urso (Imprese), Pichetto (Ambiente) e Salvini (Trasporti) – per provare a calmierare i costi dei carburanti, che continuano a crescere a causa delle tensioni legate alla guerra scatenata in Medioriente da Usa e Israele.

Si tratta di un intervento di basso profilo rispetto a quelli analoghi già messi in campo a partire dal marzo di quest’anno. Stavolta il decreto riduce di 17 centesimi al litro il prezzo del diesel (tramite una riduzione dell’aliquota di accisa di 14 centesimi e dell’Iva di ulteriori 3 centesimi) fino al 6 agosto, senza toccare il prezzo della benzina; sempre per queste due settimane la stessa aliquota si applica ai gasoli paraffinici ottenuti da sintesi o da idro-trattamento e al biodiesel.

Da dove arrivano le risorse a copertura? L’ipotesi iniziale, ovvero aumentare le accise su un prodotto dannoso per la salute come le sigarette, è stata accantonata. La grande parte dei fondi arriva invece dal meccanismo delle accise mobili, di fatto un sussidio ambientalmente dannoso.

Con l’accisa mobile il Governo s’impegna a utilizzare l’extragettito sull’Iva incassata dallo Stato quando il prezzo del carburante aumenta per ridurre le accise sui carburanti in un periodo successivo. In questo caso, Giorgetti ha specificato che per lo sconto alla pompa fino al 6 agosto verrà usato l’extragettito maturato a giugno, poi si vedrà. Si tratta comunque di una cifra rilevante.

«Meloni spende altri 125 milioni di euro di soldi pubblici – argomenta nel merito Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e co-portavoce di Europa Verde – per ridurre il prezzo del gasolio di appena 17 centesimi al litro per due settimane. E il ministro Giorgetti se ne vanta, sostenendo che l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver adottato questa misura. È vero: siamo anche l’unico Paese ad aver speso oltre 2,2 miliardi di euro, dal 16 marzo a oggi, senza chiedere un euro agli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Da quando governa la destra sono stati spesi circa 35 miliardi di euro di risorse pubbliche per contrastare il caro energia. Il risultato? Carburanti alle stelle e energia elettrica tra le più care d’Europa. Giorgia Meloni continua a schierarsi dalla parte dei petrolieri invece che dei cittadini. Manca una strategia energetica: invece di accelerare sull’elettrificazione del Paese e sulle energie rinnovabili, per ridurre i costi e renderci autonomi, il Governo continua a usare soldi pubblici per tamponare l’emergenza senza risolverla».

Si tratta di una lettura coerente con quella offerta dalle principali istituzioni internazionali a partire dall’Onu, dato che lo stesso segretario generale Antonio Guterres parla degli extraprofitti petroliferi in questo modo: «Sono guadagni inaspettati nati dal dolore, dall’instabilità, dalle difficoltà e dalla dipendenza. Esorto i governi a tassarli».

Cos’altro si potrebbe fare dunque, se non tagliare il costo delle accise? Tra i suggerimenti messi in campo dalla Commissione Ue spiccano l’accelerazione nell’installazione di impianti rinnovabili – la sola fonte solare ha fatto risparmiare 110 milioni di euro al giorno dall'inizio della guerra, a livello Ue – la (nuova) diffusione dello smart working, la riduzione degli spostamenti in auto e in aereo, di fatto ricalcando quanto già affermato dalla Iea, dal trasporto pubblico al car sharing. Tutte misure temporanee per tagliare da subito i consumi di gas e petrolio, anziché incentivarne il consumo con riduzioni alle accise.

Gli sconti a pioggia infatti non solo non funzionano, ma vanno a beneficio soprattutto dei ricchi, allo stesso modo degli extraprofitti che stanno gonfiando i guadagni delle imprese oil&gas come mostrano a livello internazionale economisti come Isabella Weber. Anche in Italia, come ricorda Matteo Villa dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), nel 2022 i tagli alle accise decisi dal Governo Draghi non impedirono la corsa dell’inflazione, costarono 9 miliardi di euro e i due terzi andarono a beneficio della metà più ricca della popolazione (che consuma più combustibili fossili); meglio sarebbe intervenire sui costi dei beni e servizi di prima necessità, ad esempio abbassando l’Iva per alcuni prodotti alimentari o incidendo sui costi dei trasporti pubblici.  

«In caso di shock dei prezzi, la tentazione è quella di sopprimerli, come si è visto durante la crisi energetica del 2022-2023. Questo sarebbe un errore – confermano  dal think tank Bruegel – Gli aiuti finanziari dovrebbero essere mirati ai gruppi più vulnerabili, mantenere intatti gli incentivi al risparmio e promuovere gli investimenti in tecnologie di elettrificazione a prova di futuro. Invece di ridurre le tasse sul gas, una riduzione delle tasse sull'elettricità contribuirebbe a diminuire le bollette energetiche delle famiglie. Ciò renderebbe anche più economiche le tecnologie di elettrificazione, come le pompe di calore e le auto elettriche».

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