Cia: destinare quota proventi Ets a forestazione urbana diffusa
Roma, 6 lug. (askanews) – Portare la copertura arborea urbana al 30% può ridurre la temperatura dell’aria fino a 1,5 °C nelle aree più esposte, mentre un aumento del 10% di chiome garantisce cali medi di circa 0,8 °C. Le zone senza alberi hanno fino a cinque volte più probabilità di superare le soglie critiche di stress termico, proprio nelle ore pomeridiane più calde. Di fronte a questi dati, l’Associazione dei Florovivaisti Italiani-Cia chiede che il verde sia riconosciuto come vera infrastruttura di raffrescamento pubblico, al centro delle politiche climatiche di città e campagne.
Per questo i Florovivaisti Italiani-Cia propongono di destinare in modo strutturale una quota dei proventi del mercato europeo delle quote di emissione (ETS) a programmi di forestazione urbana diffusa, alla creazione di micro-oasi verdi e tetti vegetali per isolare passivamente gli edifici e ridurre l’uso dei condizionatori, e allo sviluppo di sistemi di gestione idrica sostenibile che aiutino le piante urbane e rurali a superare i periodi di siccità. Il cambiamento climatico corre veloce: le piante non sono un accessorio, ma la materia prima viva con cui costruire lo scudo climatico delle nostre città e tutelare la salute dei cittadini.
“Il condizionatore d’aria offre un sollievo immediato, ma sposta solo il problema all’esterno – ricorda Emanuela Milone, presidente dei Florovivaisti Italiani-Cia – riversando calore nelle nostre strade, sovraccaricando le reti elettriche e alimentando lo stesso inquinamento che genera il surriscaldamento globale”. Mentre nelle città ci si chiude in casa, le aziende agricole e florovivaistiche lavorano in campo senza tasti “off”, facendo i conti ogni giorno con caldo estremo e scarsità d’acqua.
Troppo spesso, ricorda Cia, l’agricoltura viene descritta solo come settore inquinante, dimenticando che, grazie al lavoro dei florovivaisti, coltiva gli unici esseri viventi capaci di assorbire anidride carbonica e mitigare il clima. Il verde non è un lusso, ma una componente essenziale della risposta al cambiamento climatico.
“L’agricoltura viene descritta, in modo errato, come settore inquinante. La gestione del patrimonio arboreo non risponde a una semplice esigenza estetica, ma è un investimento strutturale sulla salute pubblica e sulla sostenibilità economica delle nostre città”, sottolinea il professor Francesco Ferrini, docente di Arboricoltura all’Università di Firenze. L’Italia dispone di una filiera florovivaistica di eccellenza e di competenze scientifiche: occorre integrarle stabilmente in urbanistica e piani clima”.
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