Ciclospora, oltre 11mila casi negli Usa: l’epidemia mette sotto pressione il sistema di sicurezza alimentare. Andreoni (infettivologo): «La rapidità è decisiva»

30 Luglio 2026 - 11:45
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Oltre 11 mila casi di ciclospora segnalati in più di 40 Stati degli USA, indagini ancora aperte e polemiche sulla gestione dell’emergenza. Per l’infettivologo Massimo Andreoni il caso americano dimostra quanto siano fondamentali sorveglianza, tempestività e una comunicazione del rischio efficace

di Elisabetta Turra

L’epidemia di ciclospora che sta interessando gli Stati Uniti continua ad allargarsi e, secondo gli ultimi aggiornamenti dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), è ormai considerata la più grande mai registrata nel Paese. Dall’inizio di maggio sono stati confermati oltre 4.100 casi acquisiti sul territorio nazionale, mentre più di 7.400 ulteriori segnalazioni sono ancora in fase di verifica. Complessivamente, i casi confermati e sospetti superano gli 11mila e interessano 41 Stati, con oltre 300 ricoveri e nessun decesso segnalato finora.  Parallelamente proseguono le indagini della Food and Drug Administration (FDA) e del CDC. Il principale focolaio è stato collegato a lattuga iceberg distribuita in nove Stati e proveniente da uno stabilimento messicano di Taylor Farms de Mexico, ma gli investigatori stanno esaminando anche altri possibili alimenti contaminati. La stessa FDA ha inoltre aperto un’ulteriore inchiesta su un secondo focolaio di ciclosporiasi, al momento ancora senza una fonte identificata. A complicare ulteriormente la gestione dell’emergenza è stato anche un errore di laboratorio: la FDA aveva inizialmente comunicato di aver individuato il parassita in un campione di lattuga, salvo poi chiarire che si trattava di un falso positivo. L’episodio ha alimentato dubbi tra i consumatori e riacceso il dibattito sull’efficacia del sistema di sicurezza alimentare americano. Nelle ultime ore sono aumentate anche le critiche sul piano istituzionale. Secondo diversi esperti ed ex responsabili della sicurezza alimentare, i recenti tagli ad alcuni programmi federali di sorveglianza e le riduzioni di personale potrebbero avere rallentato la capacità di individuare tempestivamente i focolai e coordinarne la risposta. Il CDC ribadisce che il monitoraggio nazionale continua regolarmente, ma il confronto sulla tenuta del sistema resta aperto.

«Meglio un falso positivo che un falso negativo»

Per il professor Massimo Andreoni, infettivologo e membro del Consiglio Superiore di Sanità, durante un’emergenza alimentare la rapidità della risposta rappresenta uno degli elementi più importanti: «Un errore diagnostico rimane sempre un errore e non dovrebbe verificarsi – spiega a Voce della Sanità -. Tuttavia, in sanità pubblica è molto più pericoloso un falso negativo rispetto a un falso positivo. Se un alimento contaminato o una persona infetta non vengono identificati, il rischio è che il parassita continui a circolare favorendo l’espansione del focolaio. Un falso positivo può invece portare ad adottare misure che successivamente si rivelano non necessarie, ma consente comunque di agire secondo un principio di precauzione». Secondo Andreoni, il vero obiettivo deve essere individuare il prima possibile il veicolo dell’infezione. «Quando si sospetta un alimento contaminato, soprattutto se distribuito su larga scala, è fondamentale identificarlo rapidamente e interromperne la distribuzione. È questa la misura di sanità pubblica più efficace per contenere un’epidemia».

Cos’è la ciclospora e quali sintomi provoca

La ciclosporiasi è un’infezione intestinale causata dal protozoo Cyclospora cayetanensis, trasmesso principalmente attraverso acqua o alimenti contaminati. «A differenza di molte altre infezioni trasmesse per via oro-fecale – spiega Andreoni – non si diffonde normalmente da persona a persona, perché il parassita deve completare una parte del proprio ciclo biologico nell’ambiente prima di diventare infettante». L’infezione si manifesta soprattutto con diarrea intensa, vomito e, in alcuni casi, febbre. «La caratteristica principale è la durata della malattia. Mentre molte gastroenteriti si risolvono in due o tre giorni, la ciclosporiasi può protrarsi anche per sette-dieci giorni, con un rischio significativo di disidratazione». I soggetti più vulnerabili sono bambini piccoli, anziani, persone con patologie croniche e pazienti immunodepressi, nei quali l’infezione può assumere forme particolarmente severe.

Italia ed Europa: sistemi efficaci, ma serve più tempestività

L’epidemia americana rappresenta anche un banco di prova per riflettere sulla capacità di risposta dei sistemi europei. «In Italia e in Europa i sistemi di sorveglianza delle malattie infettive sono complessivamente validi – osserva Andreoni -. Più che le procedure, che sono ben definite, occorre migliorare la tempestività con cui vengono notificati i casi e attivate le misure di contenimento». Secondo l’infettivologo persistono differenze regionali che incidono sulla velocità della risposta. «Esistono realtà più rapide nell’identificare i casi e intervenire. In sanità pubblica il tempo è determinante».

La lezione dell’epidemia americana

Per Andreoni quanto sta accadendo negli Stati Uniti rappresenta soprattutto un richiamo a non abbassare la guardia. «La globalizzazione fa sì che persone e alimenti circolino molto più rapidamente rispetto al passato. Di conseguenza anche un focolaio alimentare può diffondersi in tempi brevi. Per questo i sistemi di sorveglianza, controllo, notifica e risposta devono essere sempre più efficienti. Investire nella sanità pubblica- conclude – significa investire anche nella sicurezza alimentare e nella capacità di prevenire epidemie future».

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