Circolarità ancora al palo: nel mondo solo l’1% delle fibre nasce da riciclo tessile

18 Settembre 2026 - 17:25
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La sostenibilità del sistema moda non può più essere trattata come un obbligo normativo a cui adeguarsi, ma deve trasformarsi in una leva industriale capace di generare valore economico oltre che ambientale. È questo il concetto cardine emerso dalla prima edizione degli Stati Generali della Riparazione e dell’Upcycling, che si è tenuta ieri al Base di Milano, negli spazi ex Ansaldo di via Bergognone.

L’evento, promosso dalla società benefit Prism con il coinvolgimento di Comune di Milano, Regione Lombardia e Camera Nazionale della Moda Italiana – rappresentata dal presidente, Carlo Capasa – ha riunito attorno allo stesso tavolo brand, istituzioni, università, operatori della filiera, retailer e realtà produttive, con l’obiettivo dichiarato di far compiere al sistema moda il passaggio dalla sostenibilità dichiarata a infrastrutture operative concrete.

Nel corso della giornata è stato presentato in anteprima il report “Dopo il fast fashion. Riparare, recuperare, trasformare”, realizzato da Prism insieme al Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano e al Monitor for Circular Fashion di SDA Bocconi, che restituisce una fotografia piuttosto netta dell’urgenza del tema.

Secondo i dati dell’European Environment Agency (2025), nel 2022 il consumo pro capite di prodotti tessili nell’Unione europea ha raggiunto i 19 kg, in crescita rispetto ai 17 kg del 2019, a conferma che la pressione normativa e sociale verso una maggiore sostenibilità non ha ancora inciso sui volumi di vendita. Nello stesso anno l’Unione europea ha generato quasi 6,94 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, pari a 16 kg pro capite, di cui l’85% non è stato intercettato dalla raccolta differenziata. A livello globale la produzione di fibre ha toccato i 132 milioni di tonnellate nel 2024, con il poliestere che da solo copre il 59% del mercato; le fibre riciclate restano ferme al 7,6%, e meno dell’1% deriva effettivamente da tessili riciclati pre o post consumo, segno di quanto la circolarità della materia sia ancora lontana dall’essere realtà.

In Italia, che ha anticipato l’obbligo europeo di raccolta separata già dal 2022, i volumi raccolti sono in costante crescita: si è passati dalle 160,3 mila tonnellate del 2022 alle 171,6 mila del 2023, fino a una stima di circa 180 mila tonnellate per il 2024, pari a 3,1 kg per abitante. Il dato, pur positivo, non basta però a raccontare una filiera realmente strutturata: restano infatti pochi gli hub dedicati alla selezione e alla valorizzazione dei materiali raccolti, e la frammentazione tra comuni, operatori della raccolta, cooperative sociali e brand continua a limitare l’efficacia complessiva del sistema.

A rendere il tema sempre più stringente per le imprese contribuisce anche il quadro normativo europeo, che sta spostando la sostenibilità tessile da terreno volontario a responsabilità industriale vera e propria. Dal 1° gennaio 2025 gli Stati membri devono aver istituito sistemi di raccolta separata dei rifiuti tessili; la Direttiva (UE) 2025/1892 introduce inoltre la Responsabilità Estesa del Produttore, con sistemi che dovranno essere operativi entro il 17 aprile 2028, mentre il Regolamento (UE) 2024/1781 sull’ecodesign definisce nuovi requisiti di durabilità, riparabilità e tracciabilità, passaporto digitale di prodotto compreso. Il passaggio più immediato per le aziende resta però quello del divieto di distruzione dell’invenduto, che scatterà dal 19 luglio 2026 per le grandi imprese e dal 2030 per le medie, con l’esclusione di micro e piccole realtà.

Proprio su questo terreno normativo ed economico si è concentrata buona parte della discussione, con particolare riferimento al concetto di reverse supply chain, la filiera inversa che dal consumatore riporta il capo indietro verso la riparazione, il ricondizionamento o la trasformazione, specularmente rispetto al tradizionale percorso lineare di produzione e vendita.

Una filiera che, per potersi affermare su scala industriale, deve diventare profittevole quanto quella lineare, superando la logica di iniziativa episodica o puramente valoriale che ancora oggi la caratterizza in molti casi. Lo ribadisce Giovanni Lucchesi, fondatore di Prism, che osserva come il vero salto di qualità per il settore consiste nel passare da singole iniziative sparse a una filiera realmente coordinata, capace di integrare logistica, competenze, standard di qualità e condivisione dei dati lungo l’intero percorso di recupero del prodotto.

Il report presentato durante l’evento offre in questo senso una mappatura concreta, basata su sette casi aziendali anonimizzati analizzati dal Politecnico di Milano, che classifica i modelli di riparazione adottati dai brand lungo due dimensioni principali: il livello di controllo mantenuto internamente, che va dall’insourcing all’outsourcing fino alla totale assenza di un servizio strutturato, e la configurazione della rete di erogazione, centralizzata attorno a un unico hub oppure distribuita su più punti tra negozi, laboratori e artigiani affiliati.

Dall’analisi emerge come la maggior parte delle barriere alla diffusione della riparazione non sia né tecnologica né legata a una scarsa propensione dei consumatori, quanto piuttosto organizzativa: mancano percorsi standardizzati, personale specializzato, componenti di ricambio prontamente disponibili e strumenti condivisi per comunicare tempi e costi in modo trasparente. Tra i riferimenti internazionali più citati figura il Bonus Réparation francese, l’incentivo economico introdotto da Refashion che nel primo anno di attività ha sostenuto circa 826mila interventi di riparazione attraverso una rete di 1.540 riparatori certificati, a dimostrazione di come un sistema di incentivi ben strutturato possa tradurre la domanda latente dei consumatori in comportamento effettivo.

Non sono mancati, nel corso della giornata, gli esempi operativi legati alla stessa Prism, che nel primo semestre 2025 ha rendicontato oltre 4.500 metri di tessuti riutilizzati, con un risparmio stimato di circa 18mila kg di CO₂ evitata, e al progetto “DuckCare. Stitch Happens”, sviluppato insieme a Save the duck e analizzato attraverso una metodologia di Life Cycle Assessment che ha misurato in 0,41 kg di CO₂ equivalente l’impatto per anno di utilizzo di una giacca la cui vita utile è stata estesa fino a 15 anni grazie alla sola sostituzione della zip.

L’evento, che ha ospitato anche un contest di upcycling riservato agli studenti del Milano Fashion Institute, si configura come primo passo di un percorso condiviso che porterà alla redazione del primo Manifesto della Riparazione e dell’Upcycling, documento programmatico destinato a ridefinire gli standard operativi della moda circolare nei prossimi mesi.

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