Clima, non servono alibi: la scienza ci dice già come prevenire i danni

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sostiene che la crisi climatica non possa essere risolta con un decreto capace di «far piovere o far piovere di meno». È certamente così, ma nessuno pretende che un Governo governi le nuvole. Quello che dobbiamo pretendere dalla politica è qualcosa di molto più concreto: utilizzare ciò che la scienza già conosce per ridurre la vulnerabilità dei territori e prevenire i danni prima che gli eventi estremi si trasformino nell’ennesima emergenza.
Lo stesso ministro riconosce che sull’adattamento «dobbiamo fare di più». È esattamente questo il punto. Mitigazione e adattamento sono le due dimensioni inseparabili della risposta alla crisi climatica: dobbiamo ridurre le emissioni che alimentano il riscaldamento globale e, contemporaneamente, preparare città, infrastrutture, sistemi produttivi, risorse idriche ed ecosistemi agli effetti che sono già in corso e a quelli che non possiamo più evitare.
I numeri spiegano perché non possiamo più rinviare. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno provocato nell’Unione europea circa 822 miliardi di euro di perdite economiche tra il 1980 e il 2024. Oltre 208 miliardi, circa un quarto dell’intero ammontare di oltre quarant’anni, si sono concentrati nel solo periodo 2021-2024. Ancora più significativo è l’andamento nel tempo: le perdite economiche medie annue sono passate da circa 8,6 miliardi di euro negli anni Ottanta a 44,9 miliardi l’anno nel periodo 2020-2024.
Non stiamo parlando, dunque, di scenari lontani. Stiamo parlando di costi che stiamo già sostenendo. E non c’è soltanto l’economia. Il caldo estremo rappresenta ormai un problema di salute pubblica, con conseguenze particolarmente pesanti per anziani, bambini, lavoratori esposti e persone fragili. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che nella sola estate del 2022 sono stati stimati 61.672 decessi correlati al caldo in Europa.
Questi non sono dati ideologici. Sono vite umane, costi sanitari, perdita di produttività, danni all’agricoltura, alle infrastrutture, alle imprese e alle famiglie. Ed è proprio qui che emerge il valore economico, oltre che ambientale e sociale, della prevenzione.
Da tempo porto in Parlamento proposte che affrontano l’adattamento partendo da questa impostazione. Un primo grande tema è l’acqua. Con la mia proposta di legge n. 2178 ho affrontato l’efficienza nell’utilizzo della risorsa idrica, il riuso delle acque reflue depurate, la water footprint e strumenti come i certificati blu, capaci di incentivare risparmi idrici effettivamente misurabili. Di fronte a periodi siccitosi sempre più frequenti non possiamo limitarci a discutere di nuovi invasi. Dobbiamo ridurre le perdite, recuperare e riutilizzare l’acqua, aumentarne l’efficienza nell’agricoltura e nelle attività produttive e conoscere quanta risorsa viene realmente utilizzata lungo i processi produttivi.
La stessa logica vale quando l’acqua è troppa. Suoli impermeabilizzati, consumo di suolo e perdita degli ecosistemi naturali riducono la capacità dei territori di assorbire precipitazioni intense. Siccità e alluvioni possono apparire fenomeni opposti, ma ci consegnano lo stesso messaggio: dobbiamo cambiare il modo in cui gestiamo l’acqua e il territorio.
Lo stesso vale per le città. Le ondate di calore vengono amplificate dall’effetto isola di calore urbana e per questo ho proposto la realizzazione di una rete nazionale di rifugi climatici, luoghi pubblici accessibili e riconoscibili nei quali trovare condizioni microclimatiche più sicure durante le giornate di caldo estremo. Ma i rifugi climatici rappresentano soltanto una parte della risposta. Servono più alberature, infrastrutture verdi e blu, superfici permeabili, ombreggiamento, deimpermeabilizzazione e rigenerazione urbana. Dobbiamo ripensare piazze, scuole, edifici pubblici e quartieri considerando il clima non più come una variabile esterna, ma come un elemento strutturale della pianificazione urbana.
C’è poi una dimensione che considero fondamentale: quella generazionale. Ho promosso come prima firmataria la risoluzione 7-00193 sulle strategie per prevenire gli impatti negativi della crisi climatica sulle prospettive delle giovani generazioni, successivamente approvata dalla Commissione Ambiente della Camera come risoluzione n. 8-00059. È un passaggio importante anche rispetto all’appello che oggi Pichetto Fratin rivolge alle opposizioni per costruire uno spirito unitario sul clima, perché quel lavoro parlamentare ha già dimostrato che una convergenza è possibile quando si parte dalla scienza e dalla tutela delle persone.
La risoluzione richiama un dato particolarmente significativo: limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali ridurrebbe per i nuovi nati l’esposizione alle ondate di calore del 45%, alla siccità del 39%, alle inondazioni del 38%, alla perdita dei raccolti del 28% e agli incendi del 10%. Numeri che rendono immediatamente comprensibile il significato della responsabilità intergenerazionale: le decisioni che assumiamo oggi determinano una parte rilevante del rischio climatico che accompagnerà chi nasce oggi per il resto della propria vita.
Ma adattamento significa anche contrastare il consumo di suolo, ripristinare gli ecosistemi e affrontare scientificamente fenomeni come l’erosione delle coste. Non quando una mareggiata ha già distrutto una strada o un’alluvione ha già sommerso un territorio, ma prima. È questa la differenza fondamentale tra prevenzione e gestione dell’emergenza.
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici rappresenta certamente uno strumento necessario, ma approvare un Piano non può essere considerato il punto di arrivo. Un Piano diventa politica pubblica quando alle azioni corrispondono risorse, responsabilità chiaramente individuate, tempi, indicatori e sistemi di monitoraggio. Lo stesso principio vale per il Piano nazionale di ripristino della natura: non possiamo permetterci di diventare un Paese pieno di Piani e povero di attuazione.
Anche dal punto di vista strettamente economico continuare a rinviare non conviene. Le valutazioni europee indicano un fabbisogno di investimenti per l’adattamento di decine di miliardi di euro ogni anno e, contemporaneamente, mostrano quanto la prevenzione possa produrre ritorni economici rilevanti. Per la protezione dal crescente rischio di inondazioni costiere, ad esempio, le analisi europee indicano che ogni euro investito nell’adattamento può generare circa sei euro di benefici. Prevenire, dunque, non significa semplicemente spendere per l’ambiente: significa evitare costi futuri molto maggiori, proteggere il valore economico dei territori e rendere più resilienti infrastrutture e sistemi produttivi.
Per questo considero positivamente la disponibilità manifestata dal ministro Pichetto Fratin a costruire un confronto che superi gli schieramenti politici. La crisi climatica non appartiene a una maggioranza o a un’opposizione. E l’approvazione della nostra risoluzione sulle giovani generazioni dimostra che un terreno comune può essere costruito. Ma un patto sul clima non può limitarsi a distribuire indistintamente le responsabilità: deve diventare un accordo sulle cose da fare.
Servono risorse certe per l’adattamento, sostegno tecnico e finanziario ai Comuni, sicurezza idrica, rigenerazione urbana, contrasto al consumo di suolo, tutela delle coste e degli ecosistemi, protezione delle persone dal caldo estremo e accelerazione della transizione energetica. La dimensione planetaria della crisi climatica non rende meno importanti le politiche nazionali. Al contrario, è proprio a livello nazionale e locale che decidiamo come costruire una città, come gestire l’acqua, quanto suolo consumare, come proteggere una costa e quali persone tutelare per prime.
Nessuno chiede al ministro di far piovere per decreto. Gli chiediamo di fare ciò che la politica può e deve fare: preparare il Paese alla pioggia quando sarà troppa, alla siccità quando l’acqua mancherà e al caldo quando metterà a rischio la salute delle persone.
Possiamo scegliere se investire oggi nella prevenzione oppure spendere molto di più domani per riparare i danni. La scienza ci indica già dove intervenire. Adesso la responsabilità è della politica.
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