Come il VAR ha trasformato il calcio in una nevrosi collettiva

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Il mio desiderio di scrivere del Var (Video Assistant Referee, cioè assistente arbitrale video) è nato prima della sua introduzione, il 3 marzo 2018, nelle regole del calcio mondiale. Era un pomeriggio di pioggia all’inizio degli anni Dieci, quando, impegnato nel mio ruolo di spettatore di una partita di Promozione mi capitò di assistere alla rabbia e alle proteste di un terzino verso chi l’arbitrava. Avrei dovuto essere pronto: ero un uomo ormai; pronto, quindi, anzitutto alle solite offese da repertorio, a pregare per le madri, a imparare qualche nuova variazione dialettale. E invece no. Prima stranezza, il terzino si teneva le mani dietro alla schiena, anche se nessuno aveva proceduto ad ammanettarle. Dove aveva imparato quella mossa? Ma soprattutto… che cosa stava urlando? “Bile”, “dire”…
Stava urlando “dire”, abbreviando “direttore di gara”, perché da un giorno imprecisato sui campi di calcio l’arbitro non andava più chiamato con il suo nome, con il suo ruolo designato: insomma, non veniva più chiamato semplicemente “arbitro”; è questo era accaduto forse perché, da qualche mese, nelle coppe europee, erano stati introdotti gli “assistenti addizionali d’area di rigore”, altra meteora del regolamento e del gergo Figc; o forse perché s’iniziava a parlare della costruzione dal basso, dei quinti e dell’ineffabile sottopunta… In conclusione: era l’ora di comportarsi bene.
Nei campetti in cui giocavo da pulcino, invece, il valore del pubblico veniva misurato dalla gravità delle offese urlate al “direttore di gara”. Non era un bel mondo, anzi: era un mondo anche sporco, opaco, cattivo. L’inclusione era debolezza. La bussola morale era di serie, ce l’avevano i più strani, installata da qualche parte vicino alla mente; senza dubbi era lontana dal cuore, dove stava l’anima di chi compete, il cui avversario più temibile è il regolamento. Quel “dire” veniva dalla televisione, ho pochi dubbi a riguardo. Ogni innovazione introdotta al livello apicale, nel calcio, sgocciola fino ai campi più scoperchiati e persi del mondo, replicando usi e costumi, modi di stare insieme, di pensare e vivere lo sport.
Quel giorno di pioggia iniziai a prenderne contezza, ed è forse da quel giorno che il gioco del calcio m’apparve all’alba di un processo di metamorfosi perpetua, di riforma e rarefazione, lo stesso processo ipercerebrale che avrebbe coinvolto il tifo. In un paio di decenni si sarebbe passati da “W l’Inter” sulle piastrelle dei bagni ai forum di tifosi esperti di “finanza amministrativa”, dal rosso diretto all’esegesi delle Dogso (Denying an Obvious Goal-Scoring Opportunity) durante le Ofr (On Field Review).

Non m’interessa difendere una delle due varianti: mi limito a osservare una trasformazione antropologica che investe tutto, calcio e mondo, e mi chiedo quale sia il mio ruolo, se di salvato o di sommerso. Rapito da questa indagine psicologica, sono tornato allora alle origini dell’ultima incredibile innovazione, ovvero l’introduzione dell’Announcement.
Nella storia del campionato italiano il primo annuncio è datato 25 agosto 2025. Una volta eseguita la On Field Review, il “dire” si dirige a passi molto “maschi” verso il centro del campo dove, schiena diritta e diaframma contratto, annuncia l’esito delle sue analisi. “A seguito di revisione, il numero 11 della Lazio è partito in posizione di fuorigioco. Decisione finale: fuorigioco!”. La voce è tirata, le vene sul collo stanno per cedere. L’annuncio viene concluso da un incongruo braccio teso, tra ufficialità e baldanza. Il braccio è il destro. Il video irradia delle evidenti vibrazioni sansepolcrine. Mi chiedo se sia la mia cattiva fede a dirlo, e trovo invece centinaia di commenti nostalgici al video, del tenore “La parola d’ordine, è una sola categorica e imperativa per tutti”. Vincere e vinceremo. Già.
Il Colosseo ruggisce, il cortisolo pure. La coreografia del Var, nella sua pretesa freddezza, manipola la psicologia di tutti gli attori in campo: giocatori, allenatori (non rari gli esaurimenti nervosi e le espulsioni), tifosi. Altro curioso effetto collaterale: il trionfo della paranoia, della micro-analisi, l’avvento di un nuovo paradigma indiziario. Torna in mente una cronaca di Daniele Manusia su Ultimo Uomo, intorno alle vicende dell’ultimo Milan-Lazio. In breve: ultimi minuti, un rigore sospetto esaspera entrambe le squadre. Ecco che dopo due minuti di analisi iconografica dell’arbitro, anche lo scrittore inizia a dubitare delle sue funzioni cognitive, sabotate dal VAR nonostante dall’infanzia s’impegnino a costruire un senso della realtà: “forse, rallentate sufficientemente, guardate abbastanza da vicino, tutte le azioni umane diventano segno di colpevolezza. Milan-Lazio come Blow Up di Michelangelo Antonioni, guardando il tocco di gomito di Pavlovic e sgranandolo per bene, ecco che in area di rigore compare il cadavere”.
Più aumenta la risoluzione e più si allarga la lente sul regolamento di questo sport, più si troveranno le mille insenature dove s’annida la logica e il suo antidoto. Il cosiddetto fuorigioco semi-automatico è un caso paradigmatico. Già dal nome: irresistibile, minaccioso, capace di una logica spietata. Il Saot (Semi-Automated Offside) è un dispositivo di controllo irradiato da dodici telecamere capaci di raccogliere 29 punti del corpo di ogni calciatore. Dall’occhio sinistro alla punta del piede destro, passando per tre punti pelvici e tutte le articolazioni principali.

La tecnologia, ma soprattutto i risultati del fuorigioco semiautomatico si avvicinano a quelli dei rilevatori di onde gravitazionali, delle macchine progettate e costruite per dimostrare qualcosa che sembrava impossibile: l’esistenza oggettiva di una misura fino ad allora solamente ipotizzabile. Nel caso calcistico, l’esistenza di un fuorigioco ideale, e giusto: uguale per tutti. Non serve precisare che anche in questo caso la nevrosi del tifoso è riuscita a trovare altri canali di sfogo. Il Saot, con le sue sole forze, ha inventato una nuova forma di sofferenza. Ovvero: qualsiasi squadra in qualsiasi situazione, compreso l’ultimo minuto di un secondo tempo supplementare, è chiamata a trattenere l’emozione del gol sospetto, e così il tifoso. Chi si lascia andare, è un inguaribile romantico. Un poveretto, forse uno sciocco. Tutti sanno che il gol verrà probabilmente controllato, così come tutti sanno che fumare fa male, che si muore anche di notte; tutti sanno che qualcosa è perduto per sempre, eppure l’attaccante esulterà, l’arbitro fischierà, gli avversari cadranno sulle ginocchia.
Quale sarebbe la procedura corretta, allora? La ignoro, ma conosco la più diffusa. All’ingresso del pallone in porta, si guarda il resto del divano e chi lo occupa; si calcolano le micro-esitazioni, misurandole sulle proprie; qualcuno agiterà il pugno, rassicurando tutti per rassicurarsi che “è buona, è buona”. Si attenderà “l’assenza di una schermata”, quella della cosiddetta On Field Review. Alla comparsa di quella, ci si arrenderà. Come di fronte a un plotone, a un’onda fatta come un grattacielo: più del 90% delle volte, il gol verrà revocato. Allora esclamazioni, sacramenti, e qualche redazione penserà: è ora di parlarne, il calcio non è più quello di una volta.
Mi chiedo quale sia il gesto ultimo che custodisce l’identità di questo sport. L’uso di una sfera? E se fosse un tronco di cono, non si vedrebbe meglio in televisione? Forse l’11 contro 11… Ma in mezzo a queste nuove leve bioniche, alle idee di allargare i campi, alle plusvalenze, qualcuno si accorgerebbe della differenza di un 12 contro 12? Forse sono i piedi, sì. L’ultimo tabù a cadere sarà l’uso delle mani, che infatti con i nuovi regolamenti sono finite nel loro ciclo di proteste: la mano, lì appesa in fondo al braccio attaccata al polso, semplicemente non deve esistere. Cosa rende il calcio, il calcio?
In questi anni la fenomenologia calcistica sta correndo parallela alla diffusione “dell’intelligenza artificiale”, parallela al collasso tra realtà e finzione. Prima di tutto si elabora il manufatto, il pallonetto o la gomitata, il fotomontaggio del Papa in Balenciaga. Una volta elaborato, i due risultati: il rifiuto rabbioso o la meraviglia frustrata. Fedele ai suoi tempi, oggi il calcio chiede tanta elasticità mentale, duttilità, propensione al cambiamento. E questa tensione superficiale tra me e Lui, che aumenta all’espandersi della bolla di commi e cavilli, temo che sia proporzionale al mio invecchiamento. O uno dei primi sintomi. Al soggetto, allora, resta da capire se resistere, o perdonare ancora.
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