Cosa prevede la nuova legge elettorale, e perché conviene a Meloni

21 Luglio 2026 - 06:05
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Cosa prevede la nuova legge elettorale, e perché conviene a Meloni

Questo è un estratto di “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina alle 7 rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti. È curata da Andrea Fioravanti. Finora abbiamo parlato del caso Garlasco, dell’hantavirus, di Magnifica Humanitas, dei Mondiali di calcio, dello scontro tra Meloni e Trump, di Marine Le Pen e dei lefebvriani. Se vuoi iscriverti, clicca qui.

Qual è la notizia?
Giovedì 16 luglio la Camera dei deputati ha approvato la nuova legge elettorale, soprannominata dai media “Melonellum” o “Stabilicum” a seconda delle occasioni. I voti favorevoli, espressi a scrutinio segreto, sono stati 217, i contrari 152 e gli astenuti 2. Per diventare legge, il testo deve essere approvato anche dal Senato, dove non si è ancora votato. Se Palazzo Madama lo modificherà anche con un solo emendamento, dovrà tornare alla Camera. La riforma introdurrebbe un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. L’approvazione è arrivata dopo alcuni giorni agitati per il governo. Martedì 14 luglio, sempre alla Camera, la maggioranza era stata battuta per un solo voto (187 favorevoli e 188 contrari) su un emendamento che avrebbe introdotto le preferenze per alcuni candidati, ma non per il capolista, scelto direttamente dal partito.

Il governo aveva espresso parere favorevole e chiesto alla maggioranza di votare compatta, ma nello scrutinio segreto sono mancati poco più di trenta voti favorevoli, rispetto a quelli preventivati. Dopo il flop, il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ha sostenuto che la maggioranza avesse sfiduciato Giorgia Meloni; la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha invitato il governo a prendere atto del fallimento e ad «andare a casa»; Riccardo Magi di PiùEuropa e Angelo Bonelli dei Verdi hanno chiesto alla presidente del Consiglio di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Meloni ha risposto che sulle preferenze aveva «vinto la palude» e che il risultato imponeva una riflessione. Due giorni dopo, però, il centrodestra ha approvato la riforma, ma senza introdurre le preferenze.

Il punto. Domande e risposte.

Se fosse approvata dal Senato, che tipo di legge elettorale avremmo?
Avremmo un sistema proporzionale con un premio di maggioranza. Tradotto: la maggior parte dei seggi sarebbe distribuita in proporzione ai voti ottenuti dai partiti, ma la lista o la coalizione vincitrice potrebbe ricevere un gruppo di seggi aggiuntivi per avere una maggioranza più stabile. I partiti potrebbero presentarsi da soli oppure in coalizione. La lista o la coalizione che arriva prima e ottiene almeno il 42 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato riceve 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi. Ma attenzione: se la soglia del 42 per cento non fosse raggiunta in uno dei due rami del Parlamento, il premio non scatterebbe da nessuna parte e e i seggi diversi da quelli della circoscrizione Estero e da quelli attribuiti nei collegi uninominali della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige sarebbero distribuiti proporzionalmente. La coalizione vincitrice non potrebbe comunque superare 220 deputati e 113 senatori, senza contare i parlamentari eletti all’estero.

Perché la coalizione non può superare 220 deputati e 113 senatori?
Il limite serve a evitare che il premio produca una maggioranza troppo grande rispetto ai voti ottenuti. Se superasse la soglia del 42 per cento alla Camera e al Senato, la coalizione vincitrice potrebbe quindi raggiungere al massimo 220 deputati su 400 e 113 senatori eletti su 200: abbastanza per governare autonomamente, ma molto meno dei due terzi del Parlamento necessari per modificare la Costituzione senza rischiare un referendum. Alle elezioni del 2022, il centrodestra ottenne 237 deputati e 115 senatori. Con i limiti previsti dal Melonellum avrebbe quindi avuto 17 deputati e 2 senatori in meno. La differenza è che l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, non prevede alcun tetto: vincendo molti collegi uninominali, una coalizione può ottenere una quota di seggi superiore alla propria percentuale di voti.

I partiti sono costretti a presentarsi in coalizione?
No. Un partito può presentarsi da solo e partecipare alla distribuzione dei seggi se supera il 3 per cento dei voti su scala nazionale. Al Senato, invece, può essere ammessa anche una lista che raggiunga almeno il 20 per cento in una singola regione. In teoria un partito potrebbe ottenere anche il premio di maggioranza, se arrivasse primo e superasse da solo il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato. I partiti che scelgono di coalizzarsi devono superare la soglia del 10 per cento, sia alla Camera sia al Senato, presentare un programma comune la medesima persona come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio. Devono inoltre dichiarare il collegamento tra le liste della Camera e quelle del Senato e presentare liste circoscrizionali comuni di candidati per l’attribuzione del premio di governabilità, in ciascuna circoscrizione interessata. La parte più difficile sarà decidere come dividersi i posti in queste liste, perché la legge non stabilisce quanti candidati spettino a ciascun alleato: saranno i partiti a negoziarne la ripartizione prima delle elezioni.

Aspetta, e se una coalizione non supera il 10 per cento che succede?
La coalizione viene esclusa e non può ottenere il premio di maggioranza. I suoi partiti, però, possono salvarsi singolarmente: quelli che hanno superato il 3 per cento a livello nazionale partecipano comunque alla distribuzione proporzionale dei seggi. Per esempio, se una coalizione ottiene complessivamente l’8 per cento, ma uno dei partiti che la compongono raggiunge il 5 per cento, quel partito entra in Parlamento. Gli alleati rimasti sotto il 3 per cento, invece, vengono esclusi.

E se la coalizione supera il 10 per cento?
Le liste della coalizione che superano il 3 per cento sono ammesse alla distribuzione proporzionale dei seggi. Tra quelle rimaste sotto viene ripescata soltanto la più votata. Le altre sono escluse dal riparto e i loro voti non aiutano la coalizione a raggiungere il 42 per cento necessario per ottenere il premio di maggioranza. Un loro esponente potrebbe comunque entrare in Parlamento se fosse stato inserito dai partiti nel listone comune collegato al premio.

Mi fai un esempio concreto?
Immaginiamo la coalizione di centrosinistra, il cosiddetto “campo largo”, composto da Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, PiùEuropa e Italia Viva. Il Pd ottiene il 25 per cento, il M5S il 10, Avs il 5, PiùEuropa il 2 e Italia Viva l’1. Complessivamente l’alleanza avrebbe raccolto il 43 per cento. PiùEuropa e Italia Viva sono entrambe sotto il 3 per cento, ma viene recuperata soltanto PiùEuropa perché, tra le due, è quella che ha ottenuto più voti. Il suo 2 per cento viene conteggiato nella cifra della coalizione, mentre l’1 per cento di Italia Viva viene escluso. Ai fini del premio, quindi, il campo largo risulterebbe al 42 per cento e non al 43. Per evitare questo problema, i piccoli partiti potrebbero essere costretti a riunirsi in una lista comune.

Non ho capito la questione delle preferenze
Le preferenze permettono all’elettore di scegliere non soltanto il partito, ma anche uno o più candidati di quella lista. Con il testo approvato dalla Camera non si può fare: si vota il simbolo e i candidati vengono eletti nell’ordine stabilito dal partito. Per questo si parla di liste bloccate. La maggioranza aveva presentato un emendamento che avrebbe consentito di esprimere fino a tre preferenze. Il capolista, cioè il primo candidato, sarebbe però rimasto fuori dalla scelta degli elettori e avrebbe continuato a essere indicato direttamente dal partito. L’emendamento è stato bocciato alla Camera per un solo voto: 187 favorevoli e 188 contrari. Di conseguenza, nel Melonellum approvato dalla Camera non ci sono preferenze. Il Senato potrebbe ancora introdurle, ma in quel caso il testo dovrebbe tornare alla Camera per una nuova approvazione. Le preferenze continuerebbero invece a essere utilizzate nella circoscrizione Estero.

Sbaglio o è da tantissimo che non si vota con le preferenze?
Non si usano dal 1992. Fino ad allora gli elettori potevano votare un partito e scrivere anche il nome del candidato prescelto. Il Mattarellum del 1993, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora deputato della Democrazia Cristiana, eliminò questo sistema. Da quel momento, alle elezioni politiche, abbiamo votato candidati nei collegi uninominali oppure liste con un ordine stabilito dai partiti. Le preferenze sono però rimaste nelle elezioni comunali, regionali ed europee e nel voto degli italiani all’estero.

Mattarellum, Porcellum, Melonellum: perché si chiamano così le leggi elettorali?
È una tradizione giornalistica cominciata nel 1993, quando il politologo Giovanni Sartori coniò il termine Mattarellum per evidenziare il forte legame della legge con Mattarella. Il nome imitava il latino, ma era volutamente maccheronico. Da allora quasi ogni sistema elettorale ha ricevuto un soprannome simile. Il Porcellum del 2005 prendeva il nome dalla “porcata” con cui Roberto Calderoli aveva definito la propria legge. Il Consultellum era il sistema rimasto dopo l’intervento della Consulta sul Porcellum. Sono arrivati poi l’Italicum di Matteo Renzi e il Rosatellum, dal cognome di Ettore Rosato. “-Ellum” è diventato così il suffisso informale delle leggi elettorali italiane.

E Stabilicum che c’entra?
A coniarlo è stato Stefano Benigni, vicesegretario di Forza Italia e uno degli esponenti del centrodestra che hanno lavorato alla riforma. Benigni la utilizzò pubblicamente alla fine di febbraio, spiegando di aver scelto quel nome perché l’obiettivo della legge era garantire un premio di maggioranza che desse «stabilità» al futuro governo. Nelle ultime settimane i giornali non lo hanno chiamato più “Stabilicum”, ma Melonellum perché lo scontro politico si è concentrato maggiormente su Giorgia Meloni.

Perché Meloni vuole cambiare così tanto la legge elettorale?
Perché con il Rosatellum il centrodestra rischia di perdere molti collegi uninominali. Nel 2022 li vinse facilmente perché era unito, mentre Pd e M5S si presentarono separati. Se alle prossime elezioni le opposizioni formassero il campo largo, quella situazione potrebbe rovesciarsi. A complicare le cose c’è il nuovo partito di Vannacci, che sottrae voti soprattutto alla destra. Il Melonellum eliminerebbe la generalità dei collegi uninominali del Rosatellum, mantenendo però quelli delle circoscrizioni speciali: uno alla Camera e uno al Senato in Valle d’Aosta; quattro alla Camera e sei al Senato in Trentino-Alto Adige. Quasi tutti i seggi verrebbero distribuiti proporzionalmente e la coalizione più votata, se raggiungesse almeno il 42 per cento, riceverebbe un premio sufficiente a ottenere una maggioranza parlamentare. Meloni potrebbe così governare anche senza sfiorare il 50 per cento dei voti, evitando l’incertezza di decine di sfide locali. La riforma obbligherebbe inoltre gli alleati a presentare la stessa persona come candidata alla presidenza del Consiglio e un elenco comune dei parlamentari destinati a entrare grazie al premio. Meloni, essendo la leader del partito più grande nel centrodestra, partirebbe come candidata naturale. Mentre il centrosinistra avrebbe qualche problema nel decidere il suo candidato presidente del Consiglio.

Che problema?
Il Pd considera Elly Schlein la candidata naturale perché è la segretaria del partito più grande. Giuseppe Conte, però, da ex presidente del Consiglio non accetta che la leadership venga assegnata automaticamente al Pd e chiede primarie di coalizione, alle quali potrebbe candidarsi. Il campo largo deve quindi risolvere tre questioni: chi candidare, come sceglierlo e quale programma affidargli.

Chiaro. Continuo a non capire il casino sulla votazione per le preferenze. Qual è il problema politico?
Meloni dispone sulla carta di una maggioranza molto più ampia di un solo voto. Se chiede pubblicamente ai propri parlamentari di approvare una modifica e l’Aula la boccia, significa che una parte della maggioranza non segue le sue indicazioni. Il problema non sono le preferenze, ma l’autorità della presidente del Consiglio sui suoi alleati. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, all’appello sarebbero mancati tra 31 e 36 voti della maggioranza, tra assenti e contrari. I parlamentari che, approfittando dello scrutinio segreto, votano contro le indicazioni del proprio partito senza farsi riconoscere vengono chiamati “franchi tiratori”. Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Meloni non perché il governo fosse tenuto a lasciare l’incarico (non si trattava di un voto di fiducia), ma per trasmettere agli elettori un messaggio: la presidente del Consiglio non riesce a controllare la propria maggioranza.

Perché questi franchi tiratori hanno votato contro?
Perché le preferenze riducono il potere delle segreterie dei partiti. Con le liste bloccate, sono i leader a decidere l’ordine dei candidati e quindi, in buona parte, chi entrerà in Parlamento. Con le preferenze, invece, i candidati dello stesso partito devono competere tra loro e sono gli elettori a scegliere. Per le segreterie, questo sistema sarebbe più difficile da controllare. Fratelli d’Italia era favorevole perché si tratta del primo partito nei sondaggi. Erano contrari, invece, gli alleati per ragioni diverse. La Lega, indebolita dalla scissione di Vannacci, temeva nuove competizioni interne tra candidati e disponeva di meno seggi sicuri da distribuire. Forza Italia, invece, è storicamente un partito nel quale la selezione della classe dirigente dipende molto dal vertice nazionale.

Rimane solo un dubbio: Vannacci entrerà nella coalizione di centrodestra?
Non si sa ancora. Il leader di Futuro Nazionale minaccia di correre da solo per aumentare il gradimento nei sondaggi e alzare il prezzo dell’accordo: sa che senza il suo 6 per cento Meloni rischia di perdere. Salvini e Forza Italia non lo vogliono, ma potrebbero essere costretti ad accettarlo pur di vincere. Dipende tutto da quanto vorranno vincere.

Perché ne parlano tutti? (Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede).
1. Perché cambiare la legge elettorale significa decidere oggi come si potrà vincere domani. Il tema forse appassiona più i giornali e i partiti che gli elettori, ma racconta una cosa importante: la campagna per le politiche del 2027 è già cominciata. Il Melonellum modifica le convenienze di tutti, spinge i partiti ad allearsi e può determinare quale coalizione partirà favorita, chi sarà costretto a cambiare compagni di viaggio e chi rischierà di restare fuori dal Parlamento.

2. La sconfitta sulle preferenze ha trasformato una questione tecnica in un test sull’autorità di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio aveva chiesto alla maggioranza di votare compattamente, ma l’emendamento è stato bocciato per un solo voto. Lo scrutinio segreto ha nascosto i franchi tiratori, lasciando però visibile il problema: nella parte finale della legislatura Meloni non riesce sempre a controllare i propri parlamentari e gli alleati.

La maggioranza sembra vivacchiare per arrivare a due date segnate sul calendario. Il 4 settembre il governo Meloni diventerebbe il più longevo della storia repubblicana, superando il Berlusconi II (2001-2005). Il 14 aprile 2027, invece, i parlamentari al primo mandato maturerebbero il requisito contributivo per la pensione parlamentare.

3. Perché ancora una volta tutto porta a Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale si presenterà con il centrodestra oppure correrà da solo? La risposta non è scontata, o forse sì, ma in ogni caso fa riflettere i lettori. Accogliere l’ex generale sarebbe umiliante per Matteo Salvini, che dovrebbe allearsi con il proprio ex vicesegretario dopo averlo accusato di aver tradito la Lega. E non avrebbe nemmeno la certezza di recuperare i consensi perduti, perché gli elettori leghisti potrebbero continuare a preferire la destra più dura di Vannacci. Forza Italia avrebbe il problema opposto: rischierebbe di essere risucchiata in una coalizione sempre più spostata a destra, perdendo parte dell’elettorato moderato. Il centrodestra potrebbe quindi avere bisogno di Vannacci per vincere, ma vergognarsi di ammetterlo.

4. Il Melonellum costringe anche il campo largo a decidere che cosa vuole diventare da grande. Pd, Movimento 5 stelle, Avs, Italia Viva e +Europa possono essere competitivi se si presentano insieme, ma devono indicare lo stesso candidato alla presidenza del Consiglio e trovare un compromesso sui temi che li dividono, a cominciare dalla politica estera e dal sostegno militare all’Ucraina.

Il caso più interessante è quello di Matteo Renzi. Italia Viva è sotto il 3 per cento e, presentandosi da sola, rischierebbe di non eleggere parlamentari. Renzi può restare nel campo largo per impedire una nuova vittoria di Meloni, accettando però un’alleanza con Conte e Avs, dai quali è lontano su molte questioni; oppure può rivendicare la propria autonomia, rischiando che la scelta coincida con la fine della sua rilevanza politica.

5. Anche l’affollatissimo centro dovrà smettere di rinviare le proprie decisioni. Azione di Carlo Calenda, ORA! di Michele Boldrin e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin dovranno scegliere se presentarsi separatamente, costruire una lista comune oppure allearsi con uno dei due schieramenti principali. Calenda assicura di non voler tornare con Renzi e rifiuta una coalizione che comprenda il Movimento 5 stelle. Ma una legge che premia le coalizioni e mantiene la soglia del 3 per cento rende la solitudine molto costosa.

Nelle prossime settimane vedremo quindi incontri, veti, smentite e improvvisi riavvicinamenti. Tutto dipende però dal Senato: se approverà il testo senza modifiche, la riforma diventerà legge; se lo modificherà, il testo tornerà alla Camera; se la riforma si fermerà, i partiti dovranno ricominciare i calcoli con il Rosatellum.

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