La Georgia ha trasformato il carcere politico in tecnologia di governo

20 Luglio 2026 - 06:05
0
La Georgia ha trasformato il carcere politico in tecnologia di governo

Seicento giorni. Nello spazio post-sovietico non esiste un termine di paragone per quello che sta accadendo a Tbilisi, dove l’occupazione quotidiana dello spazio pubblico è diventata la misura stessa della cittadinanza. Eppure, a questo punto della storia, l’ostinazione della piazza non è più l’unica notizia. La vera svolta strategica è che il governo georgiano ha smesso di considerare la protesta come una crisi di ordine pubblico da contenere e ha iniziato ad amministrarla attraverso il codice penale. La Georgia ha superato la fragile trincea della democrazia illiberale: non interrompe la legalità formale, ma la riscrive, trasformando il carcere politico in una tecnologia ordinaria e sistematica di governo.

Per molto tempo abbiamo descritto la mobilitazione georgiana come un’eccezione. Lo era, e continua a esserlo. È difficile individuare, nell’Europa contemporanea, un’altra capitale nella quale cittadini di ogni età abbiano occupato quotidianamente lo spazio pubblico per quasi due anni, senza che quella costanza si trasformasse in stanchezza o rassegnazione. Ma proprio la persistenza della protesta ha finito per produrre un effetto inatteso.

All’inizio la repressione seguiva uno schema familiare: cariche della polizia, arresti amministrativi, pestaggi, campagne di delegittimazione contro manifestanti, giornalisti e organizzazioni della società civile. Era la risposta di un potere convinto che bastasse aumentare il costo della partecipazione per svuotare le piazze. Quando è apparso evidente che quella strategia non funzionava, Georgian Dream (Sogno Georgiano) ha scelto una strada diversa e assai più pericolosa. Non reprimere soltanto il dissenso, ma amministrarlo attraverso una legalità su misura.

Negli ultimi mesi il Parlamento ha approvato un’impressionante serie di interventi legislativi che hanno ristretto il diritto di manifestazione, irrigidito le sanzioni amministrative, ampliato le ipotesi di detenzione, limitato ulteriormente l’autonomia delle organizzazioni civiche, colpito il giornalismo indipendente e reso sempre più semplice trasformare il conflitto politico in materia giudiziaria. La forza continua a essere presente, naturalmente, ma non è più il principale strumento del potere. Il vero protagonista è diventato l’apparato normativo. È questo il passaggio che dovrebbe preoccupare l’Europa. Un regime non entra in una fase autoritaria quando arresta qualche oppositore. Entra in una fase autoritaria quando costruisce un ordinamento nel quale l’arresto dell’oppositore cessa di essere un’eccezione e diventa una variabile strutturale e una routine burocratica. Quando il diritto smette di delimitare il potere e comincia a presidiarne la natura assoluta.

Václav Havel scriveva che il potere post-totalitario non vive soltanto grazie alla violenza, ma grazie alla capacità di costringere gli individui ad abitare una finzione giuridica e morale nella quale tutto appare formalmente corretto mentre la libertà viene progressivamente svuotata. È difficile leggere la Georgia di oggi senza riconoscere questa dinamica. Le istituzioni continuano a funzionare, i tribunali continuano a emettere sentenze, il Parlamento continua a legiferare. Eppure, proprio attraverso questi strumenti, il dissenso viene ridefinito come comportamento da reprimere anziché come elemento fisiologico della competizione democratica. Non è un caso che, nell’ultimo anno, il volto della repressione sia cambiato. Se nei primi mesi erano soprattutto i manifestanti anonimi a pagare il prezzo della mobilitazione, oggi il potere sembra perseguire un obiettivo ulteriore: costruire un catalogo esemplare di persecuzione. Colpire figure riconoscibili significa trasmettere un messaggio molto più efficace che reprimere indiscriminatamente una folla. Ogni fermo produce un precedente, ogni finto fascicolo giudiziario diventa un monito.

La sistematica pressione giudiziaria su Zurab Japaridze, tra le figure più note dell’opposizione liberale, e su Nika Melia, bersaglio privilegiato dell’apparato per la sua capacità di mobilitazione, non può essere letta come una sequenza di vicende isolate. Rappresenta il consolidamento di una strategia che utilizza il codice penale per ridefinire il perimetro della competizione politica. L’obiettivo non è soltanto intimidire i singoli leader, ma trasmettere l’idea che l’opposizione stessa possa essere progressivamente criminalizzata.

Lo stesso vale per il fronte dell’informazione, dove figure come la giornalista Mzia Amaghlobeli, alla guida di presidi fondamentali come Batumelebi e Netgazeti, sono diventate il simbolo della resistenza contro la stretta sulla stampa indipendente. Le denunce sulle violazioni procedurali, i fermi e le pressioni subite dai reporter sul campo hanno assunto un valore che trascende le singole vicende personali. Come documentato dal Media Freedom Rapid Response e dal Committee to Protect Journalists, colpire le voci più autorevoli del giornalismo georgiano significa colpire la possibilità stessa di documentare ciò che accade nel Paese. Attorno a questa difesa della verità si sono mobilitate organizzazioni internazionali e, in Italia, Europa Radicale, che attraverso le sue iniziative pubbliche denuncia da mesi il deterioramento dello Stato di diritto a Tbilisi.

Accanto ai nomi più conosciuti, tuttavia, cresce una generazione molto meno visibile di detenuti. Sono studenti, giovani professionisti, attivisti poco più che ventenni, arrestati durante i blocchi stradali e le manifestazioni degli ultimi mesi. Ragazzi accusati di reati gravi sulla base di teoremi giuridici contestati dalle difese e dalle organizzazioni per i diritti umani. È probabilmente questo l’aspetto più inquietante della nuova fase: il regime comincia a selezionare, intimidire e punire in modo mirato la generazione che ha rappresentato il volto più smaccatamente europeo della società georgiana.

Il dossier “Georgia. Prigionieri politici”, promosso da Europa Radicale, offre la prova empirica di questa mutazione: il carcere e la sanzione economica sproporzionata sono diventati dispositivi ordinari di governo del conflitto. Leader politici, giornalisti, studenti, attivisti: categorie diverse accomunate dall’essere finite nel medesimo ingranaggio. Considerati nel loro insieme, questi casi non rappresentano anomalie isolate, ma delineano un sistema. Imputazioni sproporzionate, uso estensivo della custodia cautelare, interpretazioni elastiche delle norme ed esecuzioni finanziarie definitive formano una logica che non è più quella della repressione emergenziale. È la logica della deterrenza permanente. La categoria di “prigioniero politico”, troppo spesso liquidata nel lessico europeo come formula retorica, torna così ad assumere il suo significato originario: descrivere una situazione nella quale la privazione della libertà risponde innanzitutto a un’esigenza di autoconservazione del potere.

Per anni abbiamo interpretato Georgian Dream attraverso il paradigma dell’illiberalismo, ma oggi questa categoria rischia di essere insufficiente. L’illiberalismo presuppone ancora un terreno condiviso sul quale maggioranza e opposizione competono, seppure in condizioni squilibrate. In Georgia assistiamo alla costruzione di una grammatica diversa, nella quale il diritto viene trasformato in uno strumento di selezione della cittadinanza politica: chi contesta il potere non è un avversario, ma un soggetto da neutralizzare mediante gli strumenti della legalità formale.

È qui che il pensiero di Jan Patočka torna sorprendentemente attuale. Nelle sue riflessioni sulla responsabilità civile, il filosofo ceco osservava che esistono momenti nei quali la politica non consiste più nella conquista del potere, ma nella difesa dello spazio stesso entro cui la verità può continuare a essere pronunciata. Le piazze di Tbilisi appartengono precisamente a questa categoria. Non chiedono soltanto un’alternanza di governo; difendono la possibilità stessa di continuare a chiamare le cose con il loro nome. E il nome corretto, oggi, è che la Georgia conosce prigionieri politici. Questa constatazione dovrebbe interrogare prima di tutto l’Europa. Non per ragioni geopolitiche, ma per una questione di coerenza.

La politica di allargamento dell’Unione europea ha sempre fondato la propria credibilità sull’idea che lo Stato di diritto non fosse una variabile negoziabile, bensì il criterio attraverso il quale distinguere una democrazia da un regime che della democrazia conserva soltanto il linguaggio. Se un Paese candidato può arrivare a normalizzare la detenzione e la persecuzione degli oppositori senza incontrare una risposta politica proporzionata, allora non è soltanto la Georgia a trovarsi davanti a un bivio. È l’Europa stessa a dover decidere se i principi che proclama costituiscano ancora un criterio di azione oppure soltanto una formula diplomatica.

La verità che spaventa il potere, per citare Havel, non ha bisogno di astrazioni: a Tbilisi coincide da seicento giorni con i corpi di chi riempie Rustaveli Avenue. Se il regime ha dovuto cambiare natura e rifugiarsi nell’algoritmo della detenzione amministrativa, è perché non ha saputo spezzare questa evidenza. Ora la traiettoria georgiana impone una cesura nel linguaggio delle istituzioni europee. Continuare a descrivere Tbilisi attraverso i filtri logori dell’illiberalismo o della “crisi di transizione” significa non voler vedere la realtà: il laboratorio dell’autocrazia giuridica è aperto, produce prigionieri politici a ritmo continuo, e il silenzio dell’Europa rischia di essere il suo verdetto definitivo. L’Italia può intervenire con sanzioni mirate ai membri di Georgian Dream, come già fatto dai Paesi Baltici, ed è in questa direzione che sarà necessario agire con ogni mezzo politico, per non spegnere la speranza di chi scende da seicento giorni in Rustaveli Avenue per resistere alla repressione sistemica del governo georgiano. 

L'articolo La Georgia ha trasformato il carcere politico in tecnologia di governo proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User