Covid, puff… e spariscono 900mln. Mascherine pagate da 2 a 5 volte il costo, quelle farlocche pure di più. Cosa non torna dell’acquisto di Conte e Arcuri

Covid, mascherine «pagate 2 euro, valevano da 41 a 6 centesimi» e il mistero dei 900 milioni “spariti”… Cifre e dettagli della compravendita danno platealmente – e sconcertantemente – la portata numerica (e non solo) del presunto misfatto sotto inchiesta della Commissione parlamentare sul Covid. O meglio, sulla gestione della pandemia ai tempi del premierato di Giuseppe Conte e della struttura commissariale a guida Domenico Arcuri.
L’inchiesta condotta da Il Tempo fa luce infatti sui passaggi dell'”affaire mascherine” e analizza i contratti della maxi-fornitura da circa 800 milioni di dispositivi cinesi acquistati dall’ufficio dell’allora Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica, Domenico Arcuri. Evidenziando, nelle more, che su un appalto complessivo da 1,25 miliardi di euro, oltre 900 milioni si sarebbero a un certo punto dei passaggi procedurali, «volatilizzati»… Ma procediamo con ordine.
Covid, inchiesta mascherine: “Il Tempo” elenca le cifre dello scandalo e la portata dello sconcerto
Di più. Il quotidiano capitolino svela una macroscopica forbice di prezzo che, emblematicamente, definisce «maxi-profitto», stimandone la portata e calcolandone le discrepanze a partire dal «costo effettivo (per quelle buone) di 41 centesimi e (per quelle scadenti) di 6 centesimi» e confrontando i dati dei prezzi cinesi con il dato secondo cui, scrive sempre Il Tempo, Arcuri le avrebbe pagate invece «oltre 2 euro a pezzo (trasporto escluso)». Veniamo allora al dettaglio di cifre e raffronti evidenziati dall’indagine giornalistica in oggetto.
Il divario tra costi di produzione in Cina e prezzi pagati dall’Italia
«Per una mascherina chirurgica, 3 strati di cui uno meltblown (ossia il tessuto non tessuto) – scrive il quotidiano citato – il picco del prezzo di produzione raggiunto (tra marzo e aprile 2020) varia da 0,10 a 0,12 euro al pezzo. Mentre per le Kn95 e le ffp2 il range di prezzo di produzione nel momento di massima emergenza si aggira tra 0,41 e 0,46 euro al pezzo. Ne segue che un prezzo di mercato «onesto» cosiddetto «franco fabbrica», ossia escludendo le spese di imballaggio, trasporto, assicurazione e sdoganamento, si sarebbe aggirato tra un euro e un euro e 20 centesimi al pezzo».
La struttura italiana però, secondo le elaborazioni de Il Tempo, «paga per le ffp2 un prezzo di 2,16 euro al pezzo. Al quale va aggiunto 0,38 euro di trasporto per ogni singola mascherina. Risultato: ogni ffp2 è stata pagata in totale mediamente 2,54 euro. Mentre le Kn95 sono state pagate 2,20 al pezzo più il costo del trasporto (sempre 0,38 euro al pezzo) per arrivare a un prezzo finale di 2,58 euro, come dimostrato da una fattura della Wenzhou Light e da una nota della Guardia di Finanza. Ergo: la struttura di Arcuri avrebbe pagato quelle mascherine più di 2 volte il prezzo di mercato. E quasi 5 volte il prezzo industriale stimato».
La doppia anomalia sui dispositivi «non conformi e pericolosi» pagati anche «17 volte il prezzo»
L’anomalia raddoppia per i 250 milioni di pezzi risultati «non conformi e pericolosi», pagati fino a «17 volte il prezzo» reale. Nonostante, e il dato fa rabbrividire, «il “cuore” costoso delle mascherine, ossia il materiale che costituisce il filtro, non c’era». Dunque, tirando le somme, calcola sempre il quotidiano romano, «alla luce di tutto ciò la domanda da porre è: a quanto ammonta lo scarto tra il miliardo e 251 milioni di euro sborsati dall’Italia e il valore economico reale della merce consegnata? Per stabilirlo bisogna sottrarre al valore totale (quindi 1 miliardo e 251 milioni), 145 milioni di euro rappresentato dal valore reale della merce effettivamente consegnata. Più trasporto. E margine di profitto».
Covid, inchiesta mascherine: maxi-profitto? I numeri tra costi, ricarichi e guadagni nel dettaglio
«Il totale – prosegue l’inchiesta de Il Tempo – è pari a 1 miliardo e 100 milioni di euro. E coincide con il «volatilizzato». Questa cifra è così composta: 904 milioni di euro è il residuo opaco; ossia la cifra assorbita dalla catena di fornitura cinese e dall’intermediazione, in un contesto di fatture false e società inesistenti costituite ad hoc. I mediatori avrebbero intascato circa 72 milioni di provvigioni. E i restanti 130 milioni di euro sarebbero stati trasferiti in paradisi fiscali».
900 milioni “volatizzati” e dispositivi farlocchi
Non c’è fine allo scandalo e allo sconcerto. E FdI, in prima linea sul caso, non fa mistero di stupore e indignazione innescati anche da questi ultimi rilievi. Riscontri che, come detto, danno la portata non solo numerica del presunto sfregio. A partire dal capogruppo alla Camera di FdI, Galeazzo Bignami, che sottolinea che i «costi opachi» e i dispositivi «risultati perfino non conformi, impongono la massima trasparenza». Rivendicando al contempo il diritto delle vittime e dei familiari di «conoscere tutta la verità».
Covid, Bignami: «Fare luce sui 900 milioni di maxi profitti sulle mascherine»
Dichiarando pertanto: «Le indiscrezioni pubblicate oggi da Il Tempo, secondo cui nella maxi fornitura di mascherine acquistate durante l’emergenza Covid vi sarebbero oltre 900 milioni di euro di costi opachi, con dispositivi pagati oltre 2 euro al pezzo nonostante un costo industriale di poche decine di centesimi e, in molti casi, risultati perfino non conformi, impongono la massima trasparenza. È anche per fare luce su vicende come questa che il Parlamento ha istituito la Commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. Il lavoro svolto finora dimostra quanto sia necessario continuare ad accertare i fatti e le eventuali responsabilità. Gli italiani, le vittime della pandemia e i loro familiari, hanno il diritto di conoscere tutta la verità su come sono stati spesi i loro soldi».
Covid, Malan: gli interrogativi sconcertanti che l’indagine e le sue cifre sollevano
Ancora più netto il presidente dei senatori di FdI, Lucio Malan, che parla di «una cifra enorme e ingiustificabile», sollevando contestualmente pesanti interrogativi. «La commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione della pandemia Covid – asserisce prendendo atto dell’inchiesta de Il Tempo – che già ha svolto un grande lavoro sui vari aspetti correlati all’emergenza, dovrà fare un ulteriore lavoro per accertare dove sono finiti i 900 milioni di euro che costituiscono la differenza tra il costo delle mascherine e quanto pagato, solo in quel singolo ordinativo».
«Il ricarico sulle mascherine è più grande della maxitangente Enimont»
Proseguendo poi: «Una cifra enorme e ingiustificabile, visto che la struttura commissariale guidata dal dottor Domenico Arcuri che agiva in nome dell’Italia, non doveva avere bisogno di chissà quali intermediazioni». E concludendo: «Troppi misteri: perché comprare da soggetti appena costituiti? Perché accettare prezzi esosi? E perché pagare provvigioni così alte a personaggi – guarda caso– legati alla sinistra?».
E ancora. «Solo le provvigioni già accertate ammontano a 203 milioni di euro: una somma ben superiore alla maxitangente Enimont, l’episodio più importante di Mani pulite, il ciclone giudiziario che portò alla distruzione dei partiti di governo dell’epoca. Il totale di 150 miliardi di lire di quella tangente, distribuita a vari soggetti, tenuto conto dell’inflazione, equivale a meno di 190 milioni di euro di oggi». Chiosando quindi in calce: «Fratelli d’Italia andrà fino in fondo. Nonostante l’ostruzionismo della sinistra».
Filini, sulle mascherine l’ombra di un «nuovo superbonus di spreco pubblico»
Infine: il deputato di FdI Francesco Filini, intervenuto a sua volta sulle novità emerse dall’indagine de Il Tempo, commentando e accostando la vicenda a «un nuovo superbonus, visto lo sperpero di denaro pubblico», incalza i vertici del tempo: «Chi ha avuto un ruolo nelle decisioni, a partire da Giuseppe Conte e Domenico Arcuri, deve fornire risposte definitive».
Buonguerrieri: «Gli italiani devono sapere se qualcuno faceva affari mentre loro affrontavano la pandemia»
Un sollecito ribadito anche dalla deputata Alice Buonguerrieri. Per la quale i due «hanno il dovere di chiarire una volta per tutte cosa sia realmente accaduto», affinché gli italiani sappiano «se, nel pieno della pandemia, siano stati sperperati centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche. E chi abbia tratto vantaggio da quelle forniture».
L'articolo Covid, puff… e spariscono 900mln. Mascherine pagate da 2 a 5 volte il costo, quelle farlocche pure di più. Cosa non torna dell’acquisto di Conte e Arcuri sembra essere il primo su Secolo d'Italia.
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