Covid, una sentenza della Cassazione (ignorata dai media) boccia Conte: «I tamponi non potevano farli tutti»

Nuova tegola sull’ex premier Conte per la gestione della pandemia: a distanza di anni dalla fase più drammatica del Covid, la Suprema Corte torna a pronunciarsi su uno dei temi che hanno caratterizzato la vita quotidiana degli italiani. Con la sentenza n. 21622, depositata l’11 giugno 2026, la Sesta Sezione penale ha chiarito che il prelievo nasofaringeo eseguito a fini diagnostici costituisce un’attività riservata al personale sanitario qualificato, respingendo l’idea che l’emergenza potesse giustificare un’estensione indiscriminata delle competenze professionali.
Il confine tra autotest e attività sanitaria
I giudici distinguono nettamente due situazioni. Da una parte c’è l’autotest effettuato dal cittadino con kit espressamente destinati all’autodiagnosi; dall’altra c’è il prelievo eseguito su altre persone nell’ambito di un’attività organizzata, che richiede competenze tecniche specifiche e rientra nell’esercizio delle professioni sanitarie.
Il testo integrale della sentenza
È proprio questo secondo caso ad aver portato alla contestazione dell’esercizio abusivo della professione. Secondo la Cassazione, non basta invocare il contesto emergenziale per aggirare norme poste a tutela della salute pubblica e della sicurezza dei pazienti.
Una sentenza che riaccende il dibattito sugli anni del Covid
La pronuncia arriva mentre continua la riflessione su come l’Italia abbia gestito la pandemia. Gli anni del governo guidato da Giuseppe Conte sono stati segnati da una continua produzione di Dpcm, ordinanze e protocolli che hanno inciso profondamente sulla vita dei cittadini, delle imprese e del sistema sanitario.
Per i critici di quella stagione, l’emergenza finì spesso per trasformarsi in una giustificazione permanente di deroghe, improvvisazioni organizzative e decisioni adottate in tempi strettissimi. La sentenza della Cassazione richiama invece un principio opposto: anche nelle situazioni eccezionali esistono limiti che non possono essere superati e professionalità che non possono essere improvvisate.
Che cosa dice la sentenza n. 21622, depositata l’11 giugno 2026
La sentenza n. 21622 della Cassazione valorizza il ruolo di medici, infermieri e operatori sanitari, ricordando che alcune attività richiedono formazione specifica e responsabilità professionali ben definite. Un messaggio che assume un significato particolare se letto alla luce delle tensioni vissute durante la pandemia, quando la necessità di aumentare rapidamente la capacità di effettuare test portò a soluzioni che alimentarono polemiche e contenziosi.
La decisione della Suprema Corte non riscrive la storia dell’emergenza Covid, ma ribadisce un principio destinato a valere anche per il futuro: la tutela della salute pubblica passa attraverso il rispetto delle competenze previste dalla legge, e neppure una crisi sanitaria può cancellare i confini tra ciò che è consentito e ciò che non lo è.
Con il senno di poi, la sentenza rappresenta anche un’occasione per riflettere sugli anni delle restrizioni e delle misure straordinarie. Un periodo nel quale, ricorda la Cassazione, il rispetto delle regole professionali non avrebbe dovuto conoscere eccezioni.
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