Culle vuote, non è solo una questione di soldi: perché l’Italia non fa più figli

03 Agosto 2026 - 20:20
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Culle vuote, non è solo una questione di soldi: perché l’Italia non fa più figli

Culle vuote, non è solo una questione di soldi: perché l’Italia non fa più figli

Rieccoci – accade ormai periodicamente – a fare i conti con la crisi demografica, così come ora emerge dal Dossier Natalità 2026, intitolato Volere o Potere, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato il 28 luglio a Palazzo Wedekind, a Roma, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps. In Italia, durante il 2025, a fronte di 355 mila nascite, si sono registrati 652 mila decessi, con un saldo naturale negativo pari a 297 mila persone (il dato più basso registrato dal secondo dopoguerra). Ed un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna.
Con questa tendenza il rischio di estinzione per il nostro Paese è dietro l’angolo. I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è infatti di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche mostrano che l’Italia è scesa sotto il tasso di sostituzione nel 1977 e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica.

Crisi demografica, le ragioni di una crisi

Quali le ragioni di questa crisi? Secondo il Dossier Natalità il 62,2% degli intervistati rinuncia ai figli per ostacoli economici, lavorativi e sociali. Soltanto il 5,5% dichiara invece che avere figli non rientra nel proprio progetto personale. Ad emergere il forte divario tra intenzioni e risultati. Se tutte le intenzioni di fecondità espresse dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio rispetto ai 355 mila effettivamente registrati. Il rapporto evidenzia inoltre una forte differenza tra uomini e donne. Il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, mentre questa preoccupazione riguarda il 24% degli uomini.

Secondo Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità, “per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono. I dati dimostrano esattamente il contrario. Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita. Oggi il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere. Finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti. La natalità non è una questione privata, ma la condizione da cui dipendono il futuro del welfare, dell’economia e della coesione del Paese”. Questi numeri non racconterebbero insomma una società che non desidera più avere figli. Al contrario, descrivono un Paese nel quale la distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che riescono concretamente a fare continua ad aumentare.
E’ proprio vero? Lungi da noi il volere contestare i risultati dell’indagine. Ci appare tuttavia semplicistico addurre ostacoli economici, lavorativi e sociali quali cause principali della rinuncia ad avere figli.

Problema culturale, non solo economico

Il tema – dal nostro punto di vista – ancora più che relativo alle politiche sociali è soprattutto antropologico e culturale. In che senso? Nel senso che, grazie ad una moda diffusa, piuttosto che una speranza ed una aspettativa di vita i figli sembrano ormai essere diventati un problema, “una palla al piede” – come ha teorizzato, qualche anno fa, la psicanalista francese Corinne Majer, con il suo “No Kid: quaranta ragioni per non avere figli”, un lungo quaderno di doléances, che parla del parto come di una tortura, vede le madri trasformate in dispensatrici di cibo, isolate socialmente, frustrate nelle loro aspettative di lavoro, sessualmente inebetite, con i figli percepiti come una voce di costo, parassiti e fannulloni. Ad emergere – in modo diffuso – pare essere l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale, in una sorta di “letargo esistenziale collettivo” con tutto ciò che ne consegue in termini demografici.

Per capire quanto siamo lontani da un Paese vitale, ci basta guardare ai decenni passati. C’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi un milione di bambini ogni anno. 1964: 1.000.000 nati/anno; 1995: 526.000 nati/anno, 2025: 355.000 nati/anno. In appena 60 anni abbiamo perso più della metà delle nascite. Con i ritmi attuali, servono 3 anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno nel 1964. Nello stesso arco di tempo, negli anni del baby boom, ne nascevano circa 3 milioni. Non è una crisi temporanea. È una trasformazione silenziosa e “strutturale”, che riguarda una “visione” collettiva, in grado di segnare – senza distinzioni territoriali – il Nord ed il Sud dell’Italia, che ne caratterizza le aspettative, che segna il corpo sociale.

La “percezione” della maternità

Un ulteriore, essenziale elemento è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso, il quale porta a dire che i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita. A vincere l’idea che è inevitabile pensare che le coppie senza figli hanno una maggiore libertà, tempo e possibilità di socializzazione, con le coppie focalizzate su loro stesse ma anche sul benessere e l’autonomia personale, sentendosi così maggiormente appagate. Alla base la crisi della famiglia, con il conseguente crollo dei matrimoni, in una sorta di relativismo esistenziale (nel nome della “cultura del provvisorio”) che rende anche la procreazione un’opzione irrilevante di fronte alla piena libertà individuale e di coppia, alle aspettative lavorative, alla rottura dei vecchi obblighi sociali legati al matrimonio e quindi all’aumento delle separazioni.

Come invertire la tendenza

In fondo si raccoglie quel che culturalmente si è seminato. Per questo ad avanzare è il deserto demografico: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani. Decisamente una brutta prospettiva … A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di una nuova cultura dell’accoglienza alla vita e della famiglia. Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere. Di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili nido, degli assegni familiari e degli incentivi alla procreazione, interventi sociali rilevanti ma – visto il contesto – non risolutivi.

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