Da oggetto di diagnosi a soggetto che comunica. I racconti del corpo

13 Luglio 2026 - 10:20
0

Hai voglia a decantare la bellezza dell’anima. E’ il corpo la nostra vera risorsa. Tanto reale che Dante descrive le anime della Commedia come corpi eterei ma aggiunge loro le caratteristiche fisiche che possedevano in vita. Beatrice, donna angelicata, pura luce, ha gli occhi sfavillanti e il sorriso che “mparadisa la mente.” Ci sono voluti secoli per scoprirne i segreti, molti dei quali sfuggono all’interpretazione della scienza e, indovati tra pieghe e cavità, si fanno beffe di medici e ricercatori. Codice da decifrare e riprodurre per la genetica, carne da mortificare per i cattolici, il corpo rimane argomento dibattuto tra scienza, filosofia, arte, che ne danno descrizioni ambivalenti e contraddittorie senza approdare a una visione comune.

Dante descrive le anime della Commedia come corpi eterei, ma attribuisce loro le caratteristiche fisiche che possedevano in vita

Noi siamo il nostro corpo. Basta un aumento degli ormoni tiroidei a far crescere la tensione interna o un loro calo per assomigliare a bradipi sonnolenti. Un picco di ossitocina in più per sprizzare allegria, una flessione della serotonina per cadere nella tristezza. Per il mondo greco la parola soma era il cadavere. Il corpo vivente veniva rappresentato dall’azione e gli organi dalla loro funzione. Gli occhi erano la vista, la vulnerabilità il tallone di Achille, oggi metafora dell’imperfezione. Quando Platone scopre l’anima, il corpo con le sue prerogative passa in secondo piano. Esso è “multiforme, inintelligibile, dissolubile e mai identico a se medesimo” spiega il filosofo nel Fedone, mentre l’Anima immutabile ha una natura divina. Cartesio perfeziona il dualismo corpo/anima e distingue tra res cogitans e res extensa. Ma nell’età matura, quando si è più inclini ai ripensamenti, fa confluire le due parti nella ghiandola pineale, una struttura contenuta nel cervello, e attribuisce a certi spiriti animali il compito di trasferire i messaggi agli organi di senso, aprendo la strada a una visione unitaria dell’essere umano. Spinoza si inserisce in questa scia con un’intuizione che anticipa le scienze moderne. Le emozioni, dice, non sono debolezze o vizi, ma processi naturali. Tutto ciò che accade è parte della Natura. Nella seconda metà del Novecento Damasio, neuroscienziato portoghese, utilizzando tecniche di neuroimaging, dimostra che le emozioni sono reazioni chimiche e neuronali, mentre i sentimenti sono la rappresentazione che il cervello fa di esse. L’uomo attraverso la conoscenza e la comprensione razionale può trasformare le proprie emozioni da negative in positive, approdando a una migliore regolazione biologica e sociale. Concetti già noti ai monaci tibetani che grazie alle tecniche di meditazione agiscono sulle emozioni a vantaggio dell’organismo e della comunità stessa. Bastano pochi, profondi respiri per trasformare la rabbia in amore, la paura in quiete. E’ il potere del corpo, che nel bene e nel male condiziona il destino degli esseri umani.

L’anima rimarrà a turbare l’immaginario degli artisti che ne indagheranno moti e ragioni continuando a nobilitarla. Anna Achmatova, poetessa russa del secolo scorso, pensa che nelle incombenze più miserabili essa non sia presente. “L’anima la si ha ogni tanto. Nessuno la ha di continuo e per sempre. Quando si compilano moduli/ e si trita la carne/ di regola ha il suo giorno libero”. Addio a Platone, dunque. Lui però aveva ragione su una cosa: il corpo cambia continuamente. Le donne lo sanno bene, dalla pubertà alla menopausa, passando per gravidanze e allattamento, è un continuo divenire. Seni che crescono, aumentano di volume o cambiano forma, pance che si gonfiano; la linea alba, quel rafe mediano sull’addome di solito invisibile, si scurisce e dopo il parto rimane evidente a ricordar loro che sono mamme; le mucose cambiano di colore, il sanguinamento mensile; per non parlare delle oscillazioni del tono dell’umore causate delle fluttuazioni ormonali in grado di far impazzire qualunque essere vivente. Ma non le donne, i cui sistemi di regolazione naturali permettono loro di superare lo tsunami emotivo e trovare di volta in volta un nuovo livello di organizzazione.

Il corpo umano dispone di complessi sistemi di adattamento e strutture di sorveglianza per il mantenimento del proprio equilibrio interno, chiamato omeostasi. Le mutazioni delle cellule vengono prontamente riconosciute dal sistema immunitario e bloccate prima di diventare malattia. Alcuni cambiamenti improvvisi e irreversibili richiedono però uno sforzo che va oltre le naturali capacità di adattamento. L’esposizione dell’organismo a radiazioni, a sostanze chimiche dannose, certi stili di vita che provocano infiammazione cronica, un lutto dolorosissimo, possono indurre mutazioni nelle cellule che i nostri sistemi di sorveglianza non sono in grado di eliminare. Il cancro altro non è che la perdita dell’organizzazione di una cellula, di un tessuto, di un organo. E quando si verifica l’esplosione della bomba, le conseguenze ricadono sul singolo e sulla comunità, in una reazione a catena imprevedibile. Nelle antiche tribù la malattia non era considerata un fatto biologico, ma uno squilibrio nella vita dell’individuo. Tutto il villaggio prendeva parte ai rituali sciamanici, le cure, che duravano fino a completa guarigione. L’esperienza della malattia arriverà con lo sviluppo della tecnica. Fegato, polmone, stomaco sono infatti termini moderni e moderne sono le complesse definizioni utilizzate dalla comunità scientifica per indicare la disorganizzazione. Lo schema corporeo, quel luogo dove l’essere umano ritrova i suoi organi e si orienta, si modifica a seguito della malattia e delle cure. Il paziente, privato di un polmone o di un rene, senza capelli, non riesce più a riconoscersi in quelle assenze, nelle nuove cicatrici.

Il corpo umano si presenta in modo simmetrico, due occhi, due braccia, due gambe, due seni. La simmetria è alla base del costrutto culturale e della bellezza, insieme con l’armonia. In chirurgia plastica, nel mondo dell’arte esiste la proporzione aurea, cioè il rapporto tra le distanze dei lineamenti, ed è racchiusa in un numeretto. Il volto più bello del mondo è quello di Michelle Pfeiffer. Secondo i chirurghi plastici tra naso, occhi e bocca della bionda attrice passa la perfetta proporzione aurea.

La chirurgia interviene sulla simmetria, tagliando via un organo ammalato o parte di esso. Si può vivere con un solo rene, l’anca malfunzionante può essere validamente sostituita da una protesi in metallo. Il seno colpito dal cancro viene asportato, tutto o in parte, ma può essere ricostruito e avere una forma persino migliore. Va da sé che il processo di cura sarà appannaggio di personale specializzato e confinato in luoghi segregati, gli ospedali, dove il senso di ciascuna esistenza rimane tagliato fuori. Nelle unità senologiche la ricostruzione del seno oggi viene offerta di default alle pazienti operate, purtroppo non in modo uniforme sul territorio nazionale. Ma facendo finta che siamo nel migliore paese possibile, e che da nord a sud beneficiamo tutti dello stesso trattamento, la riparazione della ferita non è sufficiente a ricostruire la vecchia organizzazione. Non si tratta di ripristinare lo schema corporeo, ma di interagire con certe tristezze, certi pensieri bui che accompagnano la convalescenza. Arthur Frank, nel saggio Il narratore ferito, spiega che quando ci ammaliamo gravemente perdiamo la mappa e la meta della nostra vita. Non sempre la guarigione è contestuale al ripristino dell’organizzazione, ché il corpo non è un semplice coacervo di organi. Perché essa sia completa bisogna ritrovare anche l’immagine di sé, il complicato miscuglio tra l’idea che l’individuo ha di se stesso, quella che hanno gli altri di lui e quell’ideale cui tutti tendono. Quell’anima capricciosa, che secondo la poetessa russa manca quando tritiamo la carne, ha bisogno dello sguardo altrui per capire ciò che è. Rappresentato nel cervello in zone precise quali l’emisfero cerebrale destro, l’insula, l’amigdala, la corteccia cerebrale occipitale, frontale, il concetto di sé non è solo una storia di sensi, ma è frutto della interazione sociale. In quel tempo di durata indefinibile tra la fine della cura e la guarigione, il paziente dovrà imparare a pensare se stesso in maniera diversa.

Moravia, affetto da una tubercolosi articolare, visse a letto per anni, immobilizzato dal gesso. Fu la zia Amelia a insistere perché il nipote venisse trasferito nel sanatorio di Cortina, dove fu subito liberato dal busto che lo opprimeva e sottoposto a una trazione della gamba con notevole sollievo dal dolore. Una terapia così diversa dalla precedente, che Moravia subì non senza perplessità. Scriverà in una lettera alla zia: “io non ci capisco più niente, a dirti il vero. La differenza di vedute tra il medico mio e quello di qui è assoluta. Sempre più credo che la medicina sia una questione di opinioni”. Sfiducia, fatalismo, figlie del dolore fisico e della paura del futuro, influenzarono i suoi ragionamenti. “Nelle malattie, in fondo, ci si ammala per caso, e si muore per caso o si guarisce per caso”. Asseriva nei giorni del ricovero. Ma le reazioni biochimiche del suo corpo presero in seguito la forma di due sentimenti dominanti. Noia e indifferenza lo guidarono nella costruzione di un nuovo sé e nella scrittura di due magnifici romanzi. Tristezza, sfiducia, preoccupazione, rabbia, angoscia sono emozioni che appaiono fisiologiche a chi attraversa lo spartiacque della malattia. Non è né depresso né sfigato Leopardi. Il dolore che nelle sue opere diventa universale, è prima di tutto una sofferenza fisica causata dalla spondilite anchilosante, rara patologia infiammatoria cronica che colpisce la colonna vertebrale deformandola. Se il poeta avesse potuto usare il cortisone non avrebbe sperimentato certe afflizioni e forse non avremmo letto i suoi versi sublimi. Il giallo rutilante dei girasoli di Van Gogh è conseguenza della porfiria acuta, una rara condizione ereditaria, che altera la percezione dei colori: gli oggetti bianchi assumono una tonalità giallastra, gli azzurri tendono al violetto. Nei momenti di crisi acuta questi ammalati sono tormentati da spasmi addominali, stanchezza, allucinazioni, convulsioni.

Quello di Leopardi è anzitutto dolore fisico per la spondilite anchilosante. Il giallo rutilante dei girasoli di Van Gogh è conseguenza della porfiria acuta

La tristezza esistenziale che accompagna gli squilibri biologici oggi è il più delle volte considerata patologica. Il medico, incapace di sostenere il dolore del cambiamento, vede nel paziente solo la malattia e considera come tale anche i “sentimenti collaterali”, ricorrendo alla psicoterapia e alla farmacoterapia come soluzione. In compenso disponiamo di farmaci che allungano la vita, senza preoccuparci della sua qualità. Le comunità scientifiche si impegnano a scongiurare la morte costi quel che costi, cronicizzando malattie che un tempo avevano un esito fatale, compresa la vecchiaia che con i suoi acciacchi anticipa la morte. “Senectus ipsa est morbus” afferma Terenzio Afro. “Quando il corpo comincia a dolerci, dolerci, smonta di turno alla chetichella” recita Achmatova. Per dirla in modo più comprensibile, non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché si deve morire. In una società basata sulla performance, che non accetta l’assenza di produttività, vecchi e ammalati condividono lo stesso destino e vengono segregati gli uni nelle Rsa, gli altri negli ospedali. Tirando le somme: la malattia produce un cambiamento che vuole essere riconosciuto e quindi raccontato. La medicina narrativa, una nuova pratica comunicativa basata sull’ascolto e sulla narrazione scritta, vuole colmare le lacune della medicina dell’evidenza. Ma al momento rimane una pratica limitata a una ristretta cerchia. Parla il paziente e usa un linguaggio non suo, mutuando parole dalla tecnica per cercare di farsi capire. E visto che è sotto la giurisdizione della scienza, si è adattato a lasciarsi rappresentare come depresso pur di essere ascoltato. Il medico, abituato a osservarlo come oggetto di indagine, ne misconosce soggettività, si aggrappa ai principi della medicina dell’evidenza e crea uno iato tra sé e il paziente. E’ evidente che il dialogo fa parte del percorso di cura. Non è un caso che negli ultimi anni molti scrittori abbiano centrato i loro racconti sul senso della malattia e sulla cura. Si scrive dei propri acciacchi senza pudore, li si raccontano in radio, in teatro. Il pubblico si riconosce in certi movimenti viscerali, manifesta attenzione e ne decreta il successo.

La medicina narrativa vuole colmare le lacune della medicina dell’evidenza. Ma al momento è limitata a una ristretta cerchia

Su queste premesse si fonda “Dialoghi per organi assenti” presentato al Festival di Spoleto 2026, nell’ambito della rassegna “I dialoghi delle donne” curata da Paola Severini Melograni. Il progetto, nato in collaborazione con l’associazione beautiful after breast cancer, si propone di accogliere il bisogno di ascolto che i pazienti manifestano e di far dialogare tra loro gli organi ammalati utilizzando un linguaggio semplice, diretto, scevro da metafore e artifizi appresi nel corso della vita. La verbalizzazione, la messa in scena, il racconto dell’esperienza, la testimonianza in generale può essere di grande utilità nell’accettazione di un’altra immagine corporea e nella formazione di nuove comunità, restituendo alla malattia un valore sociale che può essere scambiato o trasferito. Come già succede nei gruppi di sostegno, spazi protetti, formati sull’esempio degli alcolisti anonimi, dove il malato trova accoglienza. Ma con un cambio di prospettiva: non più racconto “sul”, ma “del” corpo.

Con il progetto “Dialoghi per organi assenti” presentato al Festival di Spoleto 2026, si vuole accogliere il bisogno di ascolto che i pazienti manifestano

Una semplice preposizione cambia il ruolo del corpo da oggetto di discussione a protagonista. Il fatto è che bisognerebbe riconoscere l’antica saggezza del corpo e il suo potere di autoguarigione; mettere al centro la pratica dell’amore e della compassione buddista, e ricucire gli strappi che hanno diviso negli anni i malati dai sani, i guaritori dai guariti. Perché come dice Susan Sontag “Siamo cittadini di due regni, quello dello star bene e quello dello star male. Preferiremmo servirci del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Eventi e News

Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User