“Eliminare i fascisti”: spunta l’inquietante nota della casa editrice “D” dopo lo scandalo del “patentino antifa”

13 Luglio 2026 - 12:45
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“Eliminare i fascisti”: spunta l’inquietante nota della casa editrice “D” dopo lo scandalo del “patentino antifa”

“Eliminare i fascisti”: spunta l’inquietante nota della casa editrice “D” dopo lo scandalo del “patentino antifa”

Il caldo, si sa, può dare alla testa, ma l’antifascismo rischia di creare danni persistenti nel corso del tempo. L’ha dimostrato il “Patentino antifascista” richiesto agli editori che vorrebbero partecipare alla fiera romana Più libri, più liberi, su cui hanno storto il naso anche diversi intellettuali di sinistra come Luciano Canfora. Ma stavolta c’è qualcuno che ha deciso di esagerare, esasperando la questione culturale con toni odiosi e inappropriati.Stiamo parlando della casa editrice “D edizioni”, che in un post su Instagram ha analizzato la vicenda della certificazione rossa in modo avvilente: «Abbiamo già fatto l’errore di credere che il fascismo si potesse combattere solamente con le idee. Sarò molto chiaro, e chi legge i nostri libri sa che lo pensiamo veramente: il fascismo si combatte con una violenza senza quartiere, con l’eliminazione fisica dei suoi gerarchi, con lo smantellamento dei suoi canali di divulgazione ideologica».

Il concetto è chiaro: quando i compagni non riescono ad avvalorare le proprie tesi, spingono sull’acceleratore del rancore ideologico, finendo per schiantarsi sul muro della vergogna. I libri non sono colpevoli e tantomeno chi li produce, perché la divulgazione di materiale storico non è un reato. Ma è altrettanto singolare che messaggi di questo genere, sulla brutalità e la morte, arrivino proprio da una casa editrice che dovrebbe trasmettere il senso della pluralità.

“Eliminare i fascisti”, la nota odiosa della casa editrice che non parteciperà a Più libri, più liberi

Quest’anno, D editore non parteciperà a Più libri, più liberi per varie motivazioni elencate nella nota, anche per i prezzi degli stand. Tengono a precisare di non essere intenzionati ad attaccare «colleghi e colleghe» che parteciperanno, «ma con affetto sincero e amicizia non possiamo non ricordare che andando in quei luoghi non si vanno a occupare degli spazi: si sta pagando (e quindi finanziando) un servizio». Insomma, non hanno intenzione di piegarsi al regolamento, ma ne richiedono uno su misura. Non a caso, prima di parlare di violenza contro il fascismo hanno motivato il ragionamento «partendo dal presupposto che molte case editrici di destra hanno firmato senza problemi quel documento». Eppure le note case editrici di stampo conservatore, come Giubilei Regnani di Francesco Giubilei ed Eclettica edizioni del deputato di FdI, Alessandro Amorese, si sono ribellate al “Patentino antifascista”. Dunque, il pensiero di D editore non è neanche lontanamente giustificabile.

D editore: cos’è, quando nasce e quali temi tratta

La casa editrice in questione è stata creata da Emmanuele Jonathan Pilia, nello storico quartiere romano di San Lorenzo, noto anche per la mala movida e per l’attivismo del centro sociale occupato “Esc Atelier Autogestito”. Fin dal dopoguerra viene comunemente considerato un quartiere “rosso”, per via delle attività portate avanti dagli attivisti antifascisti. Il 18 aprile, circa 200 manifestanti anarchici si sono radunati nel quartiere, precisamente a piazza dell’Immacolata, per protestare contro il regime di 41 bis. Comunque sia, sul sito web di D editore c’è scritto che l’attività nasce «con l’obiettivo di pubblicare libri che altri non oserebbero: dal pensiero anarchico al transfemminismo, dall’antirazzismo alla cultura punk, il nostro catalogo è un’ode alla disobbedienza, una celebrazione delle voci che rifiutano il silenzio».

In sintesi, siamo davanti a un altro calderone woke e politicamente corretto quando gli pare. Il sito della casa editrice commercializza anche gadget che mostrano borsette su cui sono stampate bombe molotov che riportano lo stemma del pugno chiuso. Non mancano magliette con su scritto: «Colpisci dove fa più male», con il nome del serial killer americano Theodore John Kaczynski e conosciuto con il soprannome di Unabomber. La mitomania ideologica non è emancipazione. Aveva ragione Leopoldo Longanesi quando sosteneva che «non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi».

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