Dagli accordi di Abramo agli accordi di pace nel Golfo Persico: cosa aspettarsi?

26 Maggio 2026 - 13:28
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Dagli accordi di Abramo agli accordi di pace nel Golfo Persico: cosa aspettarsi?

La notizia poco rassicurante di queste ultime ore si lega la fatto che il Pakistan ha fermamente respinto la richiesta degli Stati Uniti di aderire all’ampliamento degli “Accordi di Abramo” che, nel 2020 l'amministrazione trumpiana dell’epoca, con l’intento di conseguire l’ambizioso obiettivo di raggiunge la pace fra israeliani e palestinesi, coinvolgendo Emirati Arabi Uniti e Bahrein, diede vita ad una serie di incontri a Washington per normalizzare i rapporti con Israele. La decisione di respingere la richiesta di adesione, quindi, giunta in risposta all’appello del presidente Usa, Donald Trump, che ha esortato diversi Paesi a maggioranza musulmana, incluso il Pakistan, a firmare gli in massa gli accordi di Abramo, proprio adesso, mentre sono ancora in corso i difficili negoziati per raggiungere un punto di equilibrio condiviso, capace di porre fine alla guerra con l'Iran, iniziata il 28 febbraio scorso, arriva come una doccia fredda che blocca i facili ottimismi dei giorni scorsi.

C’è da dire, inoltre, che agenzie di stampa pakistane hanno confermato il rifiuto di Islamabad, affermando che le due questioni restano scollegate e non possono essere collegate: «Il Pakistan non è obbligato a soddisfare tali richieste», tagliando così in maniera netta la proposta avanzata dagli Usa; appare opportuno precisare che Donald Trump, oltre che col Pakistan, ha avuto colloqui telefonici (sempre sabato scorso) coi leader di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto e Giordania.

In un post apparso nelle ore successive sul “Truth Social”, Trump ha descritto la mossa, spiegandola come la creazione di una «coalizione mondiale senza pari»; subito dopo ha affermato che se l'Iran raggiungesse un accordo con gli Stati Uniti si risolvere dinamiche regionali molto complesse. E di questo, credo, tutti ne siano ben consapevoli.

In questa specifica circostanza, a posizione politica assunta dal Pakistan, risulta in tutta evidenza essere in linea con la sua dottrina politica – oramai in atto da lunga data - che associa a qualsiasi normalizzazione dei rapporti con Israele una preventiva risoluzione completa e definitiva della questione palestinese, inclusa la creazione di uno Stato indipendente con Al-Quds Al-Sharif come capitale, nome in arabo di Gerusalemme. Da questo punto di equilibrio diplomatico, Islamabad sembra non voler transigere.

Da sempre, ricordiamo, il ministero degli Esteri del Pakistan ha costantemente mantenuto questa posizione, sottolineando il sostegno di principio all'autodeterminazione palestinese; attualmente, i passaporti diplomatici pakistani continuano ancora a vietare i viaggi in Israele.

Aggiungiamo, inoltre, che nel corso dell’articolato giro di telefonate di sabato scorso da parte dell’amministrazione americana, non risultano essersi registrate reazioni di rilievo dalla maggior parte dei Paesi contattati da Trump; l'Arabia Saudita, in particolare, secondo notizie reperite nei media dei Paesi del Golfo Persico, ha condizionato ogni partecipazione a una chiara ed inequivocabile tabella di marcia rivolta verso la creazione dello Stato palestinese, citando il suo ruolo storico di custode dei due luoghi più sacri dell'Islam. E su questo punto di principio il mondo islamico si ricompatta e supera ogni possibile divisione tra sciti, sunniti, wahabiti, etc.

Nel mentre si alimentano notizie che ispirano rapide soluzioni alla guerra in corso, non possiamo esimerci dal segnalare che non si sblocca, purtroppo, lo stallo sull’Iran: Teheran parla di progressi negoziali ma avverte pure che l’intesa «non è imminente». Anche Trump prende tempo: «L’accordo sarà grandioso oppure non ci sarà»; intanto, per il sì o per il no - come direbbe il grande Andrea Camilleri -, gli Usa colpiscono un sito per il lancio di missili e navi iraniane che cercavano di collocare mine nel Sud dell’Iran e, con questi presupposti, è davvero complicato aggrapparsi alla speranza della tregua che possa condurci alla pace.

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