Dai modelli alle capacità cyber, la Cina sta riducendo il divario sull’IA

27 Giugno 2026 - 05:08
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Dai modelli alle capacità cyber, la Cina sta riducendo il divario sull’IA

Per anni la domanda centrale nella corsa all’intelligenza artificiale è stata quanto la Cina fosse distante dai laboratori americani. Le notizie degli ultimi giorni suggeriscono che quella distanza potrebbe essersi ridotta più rapidamente del previsto. Non solo sul fronte dei modelli linguistici, ma anche su quello più sensibile: l’impiego dell’AI come capacità strategica per la cybersicurezza.

Il segnale più evidente arriva da Z.ai, società cinese che ha presentato GLM 5.2, un nuovo modello open-weight che la società di analisi Artificial Analysis ha indicato come il più avanzato della categoria nei propri benchmark. Al di là delle classifiche, il dato politico è un altro: il vantaggio statunitense sui modelli di frontiera non sembra ampliarsi con la velocità che molti osservatori avevano previsto.

Secondo un’analisi citata dall’Economist e basata su valutazioni dell’istituto di ricerca della Difesa norvegese, i modelli cinesi si troverebbero ormai a pochi mesi dalla frontiera americana nei benchmark pubblici e a meno di un anno nei test privati. Sono stime che vanno lette con cautela, perché misurare la distanza tra modelli di intelligenza artificiale è complesso e dipende dai criteri utilizzati. Ma indicano una tendenza chiara: la forbice tra Stati Uniti e Cina non si sta allargando.

Il punto, però, non è soltanto chi sviluppa il modello più potente. La nuova frontiera della competizione è capire chi riuscirà a trasformare quei modelli in strumenti operativi per la sicurezza nazionale.

Ed è qui che entra in gioco il terzo elemento della storia. A Pechino, Zhou Hongyi, fondatore della società di cybersecurity 360 Security Technology, ha annunciato Tulongfeng, definendolo la risposta cinese a Mythos, il sistema sviluppato da Anthropic per l’individuazione automatizzata delle vulnerabilità software attraverso l’intelligenza artificiale. Secondo Zhou, la Cina avrebbe bisogno di una capacità equivalente perché strumenti di questo tipo non possono essere controllati esclusivamente dagli Stati Uniti.

L’annuncio è significativo anche al di là dei risultati dichiarati dall’azienda. 360 sostiene che Tulongfeng abbia già individuato migliaia di vulnerabilità, alcune confermate dalle autorità cinesi, anche se le cifre non sono state verificate indipendentemente. Il punto strategico è un altro: una grande azienda cinese sta pubblicamente sostenendo che l’intelligenza artificiale applicata al cyber è ormai una capacità nazionale da sviluppare.

La tempistica rende il quadro ancora più rilevante. Nelle stesse ore in cui Pechino mostra di voler costruire strumenti equivalenti a quelli occidentali, le agenzie di cybersicurezza dei Paesi Five Eyes – Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda – hanno diffuso una rara dichiarazione congiunta sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulla sicurezza informatica. Il messaggio è stato insolitamente netto: la trasformazione delle capacità offensive e difensive prodotta dall’intelligenza artificiale non avverrà tra anni, ma nel giro di mesi. Le agenzie hanno invitato governi e privati a utilizzare deliberatamente l’intelligenza artificiale per rafforzare le proprie difese, riconoscendo che la tecnologia può accelerare tanto il lavoro dei difensori quanto quello degli attaccanti.

Messe insieme, le tre notizie raccontano una trasformazione più ampia. La competizione sull’intelligenza artificiale sta uscendo dal terreno della sola innovazione commerciale e sta entrando in quello della sicurezza nazionale. I frontier model non sono più soltanto strumenti per scrivere testi o generare immagini: stanno diventando potenziali moltiplicatori di capacità nel rilevamento delle vulnerabilità, nella protezione delle infrastrutture critiche e nelle operazioni cyber.

Per Washington il problema diventa quindi duplice. Da un lato c’è la necessità di impedire che capacità avanzate finiscano rapidamente nelle mani di avversari strategici. Dall’altro, però, c’è il rischio che restrizioni troppo ampie rallentino anche gli alleati.

Il caso Anthropic è emblematico. Le limitazioni sull’accesso a strumenti come Fable e Mythos nascono dall’idea che alcune capacità di intelligenza artificiale siano ormai tecnologie strategiche da proteggere. Ma la stessa comunità Five Eyes sostiene contemporaneamente che i difensori debbano poter utilizzare rapidamente l’intelligenza artificiale più avanzata per proteggere le proprie reti.

La tensione è evidente: controllare la diffusione delle tecnologie più sensibili senza indebolire la capacità dell’alleanza di difendersi.

La risposta potrebbe non essere una maggiore apertura indiscriminata, ma un modello di accesso differenziato per gli alleati più stretti, con meccanismi di condivisione controllata. Se l’intelligenza artificiale è davvero destinata a diventare un fattore determinante nel dominio cyber, infatti, la questione non sarà soltanto chi possiede i modelli migliori, ma chi riesce a costruire l’ecosistema più efficace per impiegarli.

La Cina sta dimostrando di voler competere su questo terreno. E il segnale arrivato dai Five Eyes indica che anche le capitali occidentali considerano ormai la corsa all’intelligenza artificiale applicata alla cybersicurezza una partita strategica aperta.

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