L’intelligenza artificiale si sta facendo molti nemici

27 Giugno 2026 - 05:08
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L’intelligenza artificiale si sta facendo molti nemici

L’evoluzione impetuosa dell’intelligenza artificiale è arrivata  come una nuova rivoluzione industriale. È stata raccontata prima come una corsa ai modelli più avanzati e all’algoritmo più potente, poi una ricerca spasmodica ai chip e alle risorse fondamentali, a un certo punto sono entrati nel discorso anche gli enormi e problematici data center. E ovviamente ci siamo chiesti chi avrebbe investito di più, chi sarebbe rimasto indietro nella competizione con la Cina e molto altro. Da un po’ di tempo il dibattito ha aggiunto una stratificazione ulteriore, più politica: l’intelligenza artificiale inizia a spostare voti in tutto il mondo.

L’Economist ne parla nella sua nuova cover story intitolata “La reazione all’intelligenza artificiale è solo all’inizio” (titolo originale: The AI backlash is only getting started). Prima di entrare nel merito dell’editoriale di apertura è interessante notare il cambio di postura del magazine britannico: fin dall’inizio l’Economist è stato uno dei più convinti sostenitori della corsa all’intelligenza artificiale. Il rischio poteva essere solo quello di arrivare tardi nella nuova competizione strategica. Cioè investire troppo poco, regolamentare troppo, lasciare la supremazia tecnologica alla Cina. Oggi invece il settimanale individua un pericolo diverso: «La reazione contro l’IA è soltanto agli inizi, perché anche l’IA è soltanto agli inizi».

Il punto di partenza sono i data center. Negli Stati Uniti le proteste locali hanno già fatto saltare progetti per quasi cento miliardi di dollari. Al di là del dato economico, sorprende il grado di ostilità dei cittadini. «Sempre più americani dicono che preferirebbero avere vicino casa un reattore nucleare piuttosto che un data center», si legge nell’articolo. Sembra il più classico dei Nimby – not in my backyard – ma elevato a potenza, considerando l’impatto che possono avere sui territori e le comunità locali. Questi enormi hangar pieni di computer sono diventati il simbolo di un insieme di paure molto più ampio. Consumano energia, consumano acqua, occupano territorio, minacciano di sostituire i lavoratori e cambiare il mercato del lavoro – tralasciando per un momento i timori più apocalittici di chi guarda a un futuro in cui l’intelligenza artificiale è sfuggita di mano all’uomo e inizia ad agire per conto suo.

L’Economist è ancora velatamente ottimista sugli sviluppi delle nuove tecnologie – «potrebbe finalmente riaccendere produttività, redditi e innovazione» – ma a pagarne il prezzo non può essere solo una parte della popolazione mondiale. Il punto infatti è che l’intelligenza artificiale, come tutte le grandi innovazioni industriali, ha costi immediati e promette benefici futuri. Quindi avrà vincitori e vinti, in qualche modo. Per questo sta diventando soprattutto un tema politico: solo una prosperità condivisa può evitare un aumento spropositato delle disuguaglianze e un arricchimento – di soldi e di potere – di una piccolissima oligarchia.

Da qui arrivano le quattro proposte del magazine. La prima è distribuire i benefici: se un territorio ospita un data center, deve percepire un vantaggio concreto. Servono cioè strumenti che accompagnino chi subirà gli effetti della trasformazione, come forme di assicurazione salariale o politiche redistributive.

La seconda è regolamentare seriamente i rischi reali, dagli attacchi informatici al bioterrorismo, invece di lasciare che siano le paure indistinte a occupare lo spazio pubblico. La terza proposta è misurare tutto, nel senso che l’IA sta già distruggendo milioni di posti di lavoro e prosciugando grandi quantità di risorse in molti luoghi (come l’acqua nei territori in cui si costruiscono nuovi data center), allora bisogna avere statistiche e informazioni affidabili per calcolare l’impatto sulla vita delle persone.

Infine, la quarta proposta riguarda lo Stato, il suo miglioramento. «Non è solo il settore privato a poter utilizzare l’IA per aumentare la produttività», scrive l’Economist. «La dichiarazione dei redditi dovrebbe essere semplificata; i sistemi sanitari statali dovrebbero integrare i dati senza soluzione di continuità e le scuole dovrebbero sperimentare l’apprendimento basato sull’IA. L’IA potrebbe anche facilitare ai cittadini il monitoraggio dell’operato dei politici».

Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale è stato dominato da una domanda: chi arriverà primo? La cover story dell’Economist suggerisce che oggi ce n’è un’altra, molto più politica: chi riuscirà a evitare che gli elettori decidano di fermare la corsa? Se la globalizzazione ha insegnato qualcosa, è che una trasformazione economica può essere tecnicamente un successo e politicamente un fallimento. Il timore dell’Economist è che l’IA possa imboccare la stessa strada. Per questo prima di capire come avere macchine sempre più intelligenti, sarebbe più utile costruire una società disposta ad accettarle.

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