Dal caso Ferragni ai content creator del territorio. Alla Liuc il marketing studia gli influencer

Per anni dire che un argomento era “da chiacchiera da bar” è stato un modo per sminuirlo, relegarlo a conversazione leggera, poco autorevole. Oggi, invece, succede il contrario. Il dibattito accademico entra nei bar, si mescola al linguaggio dei social e diventa “pop seminar”. È accaduto al Bar Picasso della Liuc di Castellanza, dove il mondo universitario ha scelto di confrontarsi apertamente con influencer e content creator per analizzare uno dei fenomeni più potenti della comunicazione contemporanea, partendo dal caso Ferragni-Balocco.
(nella foto in primo piano il docente della Liuc Niccolò Comerio)
UN SEMINARIO POP
«L’obiettivo di oggi è quello di presentare un articolo scientifico, però facendolo in maniera un po’ più pop. Noi l’abbiamo chiamato seminario pop per il semplice motivo che semplificheremo un po’ i contenuti di questo articolo scientifico e ne parleremo direttamente con tre persone che lo fanno di lavoro». Così Niccolò Comerio, docente Liuc e coordinatore del Responsible tourism lab, ha introdotto il seminario “Tutti vogliono essere influencer: un viaggio tra le opportunità e i rischi del mestiere”. L’incontro ha messo a confronto ricerca accademica ed esperienza diretta, approfondendo il ruolo sempre più centrale degli influencer nel turismo, nella cultura e nella promozione territoriale. Con Comerio e la docente Aulona Ulqinaku sono intervenuti Samuele Corsalini (“Quel che non sai di Varese”), Valerio Fazio (“Svaresando”) e Mirko Tassin (“Tasso Culinario”).
LA RICERCA
Ulqinaku ha illustrato una ricerca nata proprio dopo il caso Ferragni-Balocco e poi pubblicata sul “Journal of the academy of marketing science”. «Quando c’è una monellata e non si sa di chi è la colpa, tipicamente abbiamo visto che i consumatori vanno a punire l’influencer con più del 70% dei tweet, prima ancora di sapere di chi è realmente la colpa. Allora ci siamo chiesti il perché» ha spiegato la docente.
Secondo Ulqinaku, il motivo è legato al rapporto personale che si crea sui social. «Si diventa amici con l’influencer che si segue. C’è una relazione che però è unilaterale». Un tema ripreso anche dal pubblico durante il dibattito finale. Al centro di quel rapporto non c’è soltanto la popolarità, ma anche la fiducia che, secondo i relatori, è strettamente legata alla credibilità dell’influencer. Fiducia che si costruisce giorno dopo giorno e può essere compromessa rapidamente.

NON CHIAMATECI INFLUENCER
«Mi piace più dire che creo contenuti sui social media», ha raccontato Valerio Fazio, che nel 2022 ha trasformato un passatempo in un lavoro. Attraverso il progetto “Svaresando” visita i comuni della provincia di Varese con un tono ironico e leggero. «Con le visualizzazioni sono arrivati anche i contatti da parte di aziende», ha spiegato.
Più orientato alla divulgazione culturale Samuele Corsalini, ideatore di “Quel che non sai di Varese”. «Cerco di rivalorizzare il patrimonio storico e artistico che abbiamo».
Dal turismo al food, Mirko Tassin ha invece raccontato la sua esperienza da ex cuoco diventato creator gastronomico. «Se ancora oggi riesco a fare quello che faccio è perché sono me stesso, sono vero».
È UN LAVORO
Nel corso dell’incontro è emerso anche il lato meno visibile del lavoro sui social, fatto di studio, analisi dei dati, ricerca dei trend, ore di montaggio e produzione. «Non è vero che l’influencer non fa niente – ha osservato Tassin -. Ci sono giornate in cui si lavora fino a 18 ore senza sosta».
Sul tema del futuro si è chiuso il confronto. Alla domanda se si vedano ancora a fare questo mestiere tra venti o trent’anni, nessuno dei creator ha dato una risposta definitiva. «Cinque anni fa non avrei mai immaginato di essere arrivato a questo punto», ha ammesso Corsalini che tra l’altro è un laureato Liuc. Fazio ha parlato di «equilibrio e libertà conquistate», mentre Tassin guarda oltre i social, immaginando un domani anche in televisione come divulgatore gastronomico.
Per tutti e tre, però, resta la stessa consapevolezza. Il mondo digitale cambia rapidamente, ma autenticità, credibilità e capacità di raccontare continueranno a fare la differenza anche quando gli algoritmi saranno diversi da quelli di oggi.
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