Dalla crisi dei progressisti europei alle divisioni della sinistra in Italia

24 Giugno 2026 - 08:32
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La sinistra in Europa è in crisi profonda. È affetta da un virus che nemmeno una terapia d’urto è riuscito a debellare. I vaccini sono stati inutili, così come gli antibiotici e il cortisone. Keir Starmer, il leader laburista, ha dovuto dimettersi e ha lasciato in fretta e furia il numero dieci di Downing Street. Chissà se mai tornerà in politica.

È il quinto premier se n’è dovuto andare nel giro di otto anni. Il tanto decantato Pedro Sanchez, osannato in Italia per il suo coraggio dimostrato contro Trump, vive un periodo difficilissimo. La moglie è sotto processo, il suo braccio destro è stato condannato a 24 anni di carcere per corruzione. Il governo che presiede traballa: un giorno sì e un altro pure deve mettere toppe per non precipitare. In Francia, Macron non sa più a che santo votarsi, perché lì è la destra che gli toglie il respiro.

Cerca di difendersi percorrendo in lungo e in largo il vecchio continente per dimostrare che è ancora vivo. In Germania il cancelliere Friedrich Merz conta i giorni perchè anche lui è messo alle strette da un’opposizione che non gli dà tregua. Stessa situazione in Slovenia e in Bulgaria. Come stabilità il governo Meloni non ha rivali perché guida da quattro anni il governo e arriverà certamente al quinto.

Mentre al di là dei nostri confini la vita politica non è affatto tranquilla, in casa nostra che cosa succede? Certo, non c’è il delirio che abbiamo descritto, però anche da noi, la sinistra non ha un gioco facile. Ha una leader che ha ridato fiato al partito “tornato a difendere il lavoro” secondo il pensiero di Arturo Scotto, un esponente del Partito Democratico. Ha dalla parte sua il gruppo più oltranzista di sempre che la difende a spada tratta anche nelle occasioni più complicate.

I dem, con lei, hanno sterzato in modo inequivocabile a sinistra, tanto che i riformisti vorrebbero farla fuori il prima possibile. Chi le è contro non usa mezzi termini, però debbono rendersi conto che se la Schlein cade al suo posto arriva di prepotenza Giuseppe Conte, il leader dei 5Stelle. Diplomaticamente, ma anche in maniera assai furba, l’avvocato del popolo, a parole, è con la prima donna del Pd; ma in cuor suo ha un altro pensiero: quello di essere lui il candidato che dovrà battere la Meloni alle politiche del 2027.

È proprio questo il grande problema che assilla la sinistra italiana. Si decanta il campo largo, la segretaria continua a ripetere che solo uniti si potrà sperare di vincere alle prossime elezioni. Ma da questo orecchio i pentastellati e il loro presidente non ci sentono. Poi – si chiedono gli oppositori di Elly – qual è il campo largo di cui si parla come se fosse la panacea di tutti i mali?

Di recente è apparsa su tutti i giornali una foto in cui solo quattro componenti della sinistra sedevano a quel tavolo di una taverna romana. I due gemelli, Fratoianni e Bonelli, e gli “inseparabili” Conte e Schlein.

Il quinto, cioè Matteo Renzi, dov’era finito? Negli ultimi quattro anni è stato lui il più tenace protagonista della battaglia contro la premier. Cercava così di rientrare nel giro dopo essere finito in un cantuccio. Previsioni sbagliate, tanto è vero che il quinto commensale deve essersi accorto di non essere gradito ed ha quindi cambiato rotta.

Dirigendosi verso quel centro che è stato il primo amore della sua vita politica. In pectore, i compagni di viaggio non sono pochi: insieme con lui potrebbero correre i soliti riformisti (nostalgici di un Pd diverso), il nuovo gruppo che fa capo alla dimissionaria Pina Picierno, i moderati di una destra stanca che non riesce ad emergere, Europa Uno, Carlo Calenda (nonostante la presenza di Matteo Renzi), oltre agli indecisi e gli assenteisti che non vanno a votare da tempo.

Manca all’appello Maurizio Landini che fra non molto (secondo il regolamento) dovrà lasciare la poltrona della Cgil. Sperava, e forse spera ancora, che il Pd lo accogliesse a braccia aperte, ma il ritornello è sempre lo stesso. “Basta con i sinistri-sinistri, ne abbiamo piene le tasche”, sostengono i moderati del partito democratico. Così, il sindacalista numero uno, rischia di rimanere fuori e di non occupare più una poltrona di prestigio. Invoca a tutta voce la patrimoniale “un toccasana” per il nostro Paese. Miliardi che potrebbero essere impiegati per risolvere i tanti problemi che ci assillano. Però questo è un sostantivo (patrimoniale) che non piace, alcuni lo ritengono un autogol e si affettano a fare gli scongiuri. Si comportano come Eduardo De Filippo quando parlava della superstizione: “Non è vero, ma ci credo”.

L'articolo Dalla crisi dei progressisti europei alle divisioni della sinistra in Italia proviene da Blitz quotidiano.

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