Delitto di Garlasco, parla Marco Poggi: “Rabbia e stanchezza. Choc per impronta 33 attribuita a Sempio”

06 Giugno 2026 - 10:15
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Delitto di Garlasco, parla Marco Poggi: “Rabbia e stanchezza. Choc per impronta 33 attribuita a Sempio”

Per la prima volta in 19 anni, Marco Poggi, il fratello della 26enne Chiara uccisa a Garlasco il 13 agosto del 2007, parla della sorella. Sceglie di farlo in esclusiva ai microfoni di ‘Quarto Grado’, la trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero su Rete4.

Non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. Da quest’ultimo anno, da questa riapertura, la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata. Era da diverso tempo che pensavo di parlare, anche per fare finire tutte le relazioni, allusioni e questo alone di mistero che c’è sulla mia figura. Non so veramente come si sia arrivati a questo punto”, ha affermato il 38enne, che ha raccontato come l’accusa che lo ha ferito di più sia stata l'”essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore. È la cosa che difficilmente mi andrà più via. Ho imparato a conviverci. I sentimenti che ho provato di più in quest’ultimo anno sono rabbia e stanchezza. È stato detto di tutto e di più, probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può avere alimentato anche queste voci. C’è anche un minimo di colpa da parte mia. Se forse avessi fatto interviste prima, tutte queste voci e teorie non sarebbero nate”.

L’ipotesi di coinvolgimento in un giro di droga: “Mai provato sostanze”

Alla giornalista che ha chiesto se c’è qualcosa di vero sull’ultima versione emersa da alcuni audio che vorrebbero lui, Andrea Sempio e Stefania Cappa coinvolti in un giro di droga che Chiara avrebbe scoperto, Poggi ha risposto: “Sì, ho sentito anche questa cosa, ma si è detto di tutto in quest’anno, si è fatta qualsiasi ricostruzione. Non ho mai avuto problemi di droga, non l’ho neanche mai provata, per cui siamo nella fantasia che più fantasia non può essere. Se nessuno mette un freno, se nessuno toglie alle persone l’illusione che una determinata pista o ricostruzione non esiste, ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque. Ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche tutte le altre su cui si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara”.

Che cosa avrebbe ferito di più sua sorella Chiara? “Non credo che avrebbe mai voluto tutta questa esposizione mediatica, tutte queste insinuazioni sulla sua doppia vita o sulla sua vita privata. Sicuramente non le avrebbe volute”, ha spiegato Marco Poggi, che poi ha aggiunto: “Sicuramente non le avrebbe volute. Voglio arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite, penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere”.

“Giusto che l’inchiesta vada avanti, ma essere tenuti in disparte ci ha amareggiato”

Sull’inchiesta in corso, Marco Poggi non ha dubbi. “Deve andare avanti, è giusto che vada avanti, è giusto che ci siano i processi e che la stampa faccia cronaca e riporti come andranno le indagini. Non è giusto tutto il resto; spero che quello possa finire”. Poi si è soffermato anche sulla scoperta, fatta a fine indagini, relativa alle intercettazioni che hanno riguardato la sua famiglia. “Siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del DNA di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro. Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Sinceramente, mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente ‘So che siete convinti di altro. Stasi è stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine’. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, però me lo aspettavo come segno di rispetto e umanità. Mi spiace che non ci sia mai stato neanche un colloquio di questo tipo”.

La convinzione della colpevolezza di Alberto Stasi: “Tutte le prove ci hanno persuaso in maniera definitiva”

Durante l’intervista, a Marco Poggi è stato fatto notare come la sua famiglia sia stata fortemente criticata, quasi non accettasse l’ipotesi alternativa che Andrea Sempio possa essere l’assassino di Chiara. Da che cosa nasce il convincimento che sia invece Alberto Stasi il colpevole? “Nasce dall’aver seguito un po’ tutti i processi e le discussioni in aula”, ha dichiarato, ricordando di essere stato presente a tutte le udienze. “Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva. All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto e anche quando era stato incarcerato, personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c’entrasse nulla. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto. Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C’erano dei passaggi sulla spiegazione del DNA di Chiara che fu trovato sui pedali della bicicletta che mi avevano lasciato un po’ stranito. Non è che perché viene aperta un’indagine, significa che abbiamo un convincimento diverso. Secondo me, sarebbe ancora più grave se lo cambiassimo solo perché è partita questa indagine. Questo vorrebbe dire che non abbiamo creduto alla condanna che c’è stata negli anni passati”, ha spiegato.

Marco Poggi ha poi dichiarato che le prove nei confronti di Andrea Sempio non lo hanno convinto. “Ho letto un po’ anche le varie memorie e le informative e non ho cambiato la mia idea. Vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, e convinti che le ultime sentenze a cui siamo arrivati nei processi siano la verità. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti, non l’abbiamo mai preteso e non lo pretenderemo mai; quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto”.

Poggi è stato definito ostile da una parte degli inquirenti. “Credo che si si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento per cui la verità è stata già accertata e per cui credo veramente che Andrea Sempio sia estraneo”, ha replicato il 38enne. “Non credo servissero parole provocatorie. Hanno deciso di definirmi così, lo accetto. Non è sicuramente il messaggio che volevo far passare”. Poggi ha detto che, se si fosse ricordato nell’ultimo anno di qualcosa che può incastrare Sempio e scagionare Stasi, l’avrebbe messo a disposizione degli inquirenti: “La cosa che forse non è chiara e che viene mal interpretata è che, se potessimo mettere un punto a tutta la vicenda, saremmo veramente i primi a volerlo, perché non so se si può immaginare quanto siamo stanchi di rivivere tutto, di rimettere in discussione tutto, di fare sempre e ciclicamente gli stessi pensieri”.

L’eventuale risarcimento ad Alberto Stasi

La giornalista ha chiesto a Marco Poggi se la sua famiglia si oppone a un’eventuale revisione nei confronti di Alberto Stasi per non restituire il risarcimento di 750.000 euro. “Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e consulenti di tutta la trafila dei processi che c’erano stati. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto e lo pago con il mio stipendio”, ha puntualizzato Poggi. Sul perché pensa che l’opinione pubblica in gran parte abbia assolto Alberto Stasi a furor di popolo, ha risposto: “C’è stata una forte campagna mediatica di notizie false, indiscrezioni che poi si sono rivelate false, che hanno sostanzialmente indirizzato l’opinione pubblica. Non è facile vedere chi è stato, essere trasformato in un sicuro innocente, in una vittima. Quello ovviamente è difficile da accettare”. E su una possibile corrispondenza con Stasi, che sta conducendo la sua battaglia per dimostrare la propria innocenza, ha affermato: “Non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto. Tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po”.

L’amicizia con Andrea Sempio: un legame iniziato alle scuole medie

L’intervista non poteva sorvolare sul rapporto tra Marco Poggi e Andrea Sempio, al centro della nuova inchiesta per il delitto di Garlasco. “Ci siamo conosciuti alle scuole medie, quando ho conosciuto un po’ tutto il resto del gruppo di amici che sono stati sentiti e coinvolti quest’anno”, ha ricordato Poggi. “Eravamo amici e lo siamo tutt’ora, perché anche se ci si vede meno poi le amicizie del passato rimangono”.

Su una presunta uscita a Garlasco con il suo amico il 3 agosto 2007, quando Poggi era in procinto di partire per la montagna con i suoi genitori, il 38enne ha ammesso di non poter dire “di ricordarmi questa cosa. È stata ricostruita dal fatto che quella sera stessa chiamiamo casa mia col suo cellulare (di Sempio, ndr) per avvisare mia mamma che facevo tardi”. Sulle telefonate arrivate da Sempio mentre era in montagna il 7 e l’8 agosto 2007, ritenute particolarmente sospette dagli inquirenti, ha precisato: “Non ricordo onestamente di averle ricevute, ma non posso neanche escluderlo. Ho anche chiesto se volessero analizzare il mio cellulare dell’epoca, ma non l’hanno ritenuto utile“.

Secondo la Procura di Pavia, Chiara è stata molestata telefonicamente da Andrea Sempio. La giornalista ha domandato se la ragazza avrebbe mai cercato per parlarne con suo fratello. “Penso proprio di sì”, ha risposto Marco Poggi. “Nel momento in cui è coinvolto un mio amico, non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi: ‘Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio, è un problema per me, prova a sentirlo tu’. Questo me lo sarei aspettato, come mi sarei aspettato che l’avesse detto a qualcuno delle persone che vedeva in quei giorni lì, come Alberto Stasi o mia cugina. Se veramente qualcuno l’avesse importunata, qualcun altro avrebbe dovuto saperlo”.

Il rapporto tra Andrea Sempio e Chiara Poggi: “Non ho nessun ricordo di lei con i miei amici”

Non ho questo ricordo che Andrea e Chiara si siano incrociati”, ha aggiunto Poggi rispetto al possibile rapporto tra il suo amico e la sorella. “Si saranno incrociati, come lui ha detto, si saranno salutati, in tutti gli anni dell’adolescenza”. Il movente a sfondo sessuale di Andrea Sempio ipotizzato nella nuova inchiesta fa dubitare Poggi: “Ho letto di questa ricostruzione. Faccio fatica a trovarci una logica, perché non c’era nessun contatto, non ho nessun ricordo di Chiara con i miei amici. Non la incrociavamo neanche quando uscivamo, non li ricordo parlare con lei le volte in cui ci siamo incrociati in casa. Non posso escludere che io alcune volte sia andato in bagno, sia andato a prendere da bere o a far uscire il gatto e quindi abbia lasciato Andrea lì, nella stanza di Chiara, per pochi minuti. Frequentavamo la sua camera per giocare ai videogiochi sul computer. Era un computer di famiglia, non era solo di Chiara, tutti usavamo quello”, ha precisato Poggi.

Il focus si sposta sui video intimi della 26enne. “Non li ho mai visti. Sapevo solo della loro presunta esistenza da una chat su MSN che avevo letto anni prima, ma non li ho mai visti e non ho mai detto questa cosa né ai miei amici né ad altre persone”, ha affermato il 38enne. “Sono cose private di mia sorella che non avrei mai messo in giro, nemmeno la voce”.

Marco Poggi ha detto di non ricordare Andrea Sempio arrivare a casa sua in bicicletta. “Mi hanno anche chiesto che bici avessero i miei amici, ma non mi ricordo più onestamente. Non ho ricordo che Andrea avesse delle scarpe Frau. In realtà ho ricordo che avesse scarpe totalmente diverse, me lo ricordo sempre con gli stessi stivaletti”, ha replicato, aggiungendo che “Ho visto talmente poche volte Alberto Stasi che non mi ricordo che scarpe indossasse”.

A Poggi è stato chiesto anche un commento rispetto alle intercettazioni del suo amico Andrea, trascrizioni che ha avuto modo di visionare lo scorso 6 maggio in Procura a Pavia. “La mia reazione a caldo è stata quella di incredulità e di non riuscire a trovare un nesso. Quel giorno sono uscito abbastanza confuso e anche con il pensiero di ascoltare questi audio e di capire qual è la spiegazione. Li ho sentiti in queste settimane e onestamente rimango dell’idea che mi sono fatto. Non ci vedo quell’interpretazione e non riesco proprio a sentire ed essere sicuro che vengano dette determinate parole. Non sono io che devo giudicare, quindi ci sarà qualcuno che lo farà. Aspettiamo di sentire quale sarà il giudizio finale”, si è limitato a dire.

L’interrogatorio in Procura e lo choc per l’impronta 33

Oltre alle intercettazioni, sembrerebbe essere determinante l’impronta 33, che si trova sul muro della scala che conduce alla cantina dove è stata trovata Chiara e che per gli inquirenti sarebbe riconducibile a Sempio. Poggi ha rivelato che “In quest’ultimo interrogatorio mi hanno chiesto di descrivere, oltre ai luoghi principali in cui passavamo il tempo, che erano il salottino, la TV e camera di Chiara, quali erano le altre stanze che i miei amici potessero aver visto o in cui potessero essere passati. E tra queste, mi hanno chiesto anche della cantina. E sì, ho un po’ il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte. La cantina era una sorta di magazzino e lì c’erano console vecchie, riviste di videogiochi e altre cose. Ho questo ricordo che è capitato che siamo scesi. Non so veramente dire chi c’era o chi no, perché è passato talmente tanto tempo che non lo so. È la prima volta che mi chiedono di descrivere anche tutte le altre stanze o parti della casa in cui, magari, i miei amici possono essere stati anche solo di passaggio”.

Marco Poggi ha ammesso di non aver dato importanza all’impronta 33 e di non aver mai forzato la mano su un ricordo che possa scagionare Sempio. “Mi hanno fatto prima la domanda sulle stanze e poi mi hanno mostrato questa ormai famosa impronta 33. Quella famosa foto che poi è uscita anche sui media lo stesso giorno. Mi hanno detto che era di Andrea Sempio. Me l’hanno fatta vedere che era rossa e ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio pensando che fosse sangue. Ovviamente è stato un po’ uno shock per come me l’hanno presentata e per il fatto che la reputavano di Andrea. Non ho più capito se mi avevano detto che era sangue o no. L’ho elaborato meglio dopo, quando sono tornato a casa”.

L’impronta risultava rossa a causa del reagente usato, la ninidrina. Un’impronta insanguinata sulla scala cambierebbe lo scenario? “Sì”, ha detto Marco Poggi, che ha aggiunto: “A caldo, la risposta che avevo dato è che mi sembra impossibile che sia stato Andrea Sempio. È ovvio che un’impronta insanguinata diventi difficile da spiegare”.

La scoperta del delitto durante il soggiorno in montagna

“Per quanto possa esser stato difficile e devastante quest’ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni, dopo quel 13 agosto”, ha confidato Marco Poggi. Quella dell’agosto 2007 era la prima vacanza in cui Chiara rimaneva da sola a casa a Garlasco per stare con il suo fidanzato. Il fratello ha detto di non ricordare la mattina della partenza per la montagna. “È un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. Non mi ricordo l’ultimo saluto, non lo ricordo più”, ha affermato.

La memoria di dove si trovasse al momento della prima notizia di quanto accaduto a Garlasco è però ben impressa nella mente del 38enne. “Eravamo in montagna, ci eravamo divisi: io, mio papà e alcuni amici eravamo andati a fare una passeggiata un po’ lunga, mentre mia mamma e una nostra amica, che era la mamma di Alessandro Biasibetti, erano invece andate a fare un giro a San Vigilio, credo. L’abbiamo saputo inizialmente a un rifugio. Ci cercavano, cercavano la famiglia Biasibetti o noi, adesso non mi ricordo bene. Eravamo irraggiungibili perché probabilmente eravamo in alta quota. Lì, il padre di Biasibetti aveva parlato al telefono credo con i soccorritori, che gli avevano dato la notizia. Lui, anziché dirci che era venuta a mancare Chiara, ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma e che era in ospedale. Da lì, è arrivata una jeep del soccorso alpino a prenderci. Siamo scesi a valle e mio papà ha chiamato mia mamma per sapere come stava. In quel momento ho saputo quello che era successo. Poi siamo tornati a Garlasco. È stato un viaggio un po’ interminabile, con un lungo silenzio, mi ricordo questo. Pensavamo a un incidente non domestico, a un ladro o qualcosa del genere”.

La famiglia Poggi è rientrata nella casa di Garlasco otto mesi dopo la morte di Chiara. Alla giornalista che ha chiesto come sono riusciti a vivere in quella che è diventata la scena del crimine, Marco Poggi ha risposto: “I ricordi di Chiara erano lì e noi volevamo tornare dove potevamo rivivere e alimentare questi ricordi. Spero veramente che possa finalmente essere lasciato un po’ in pace il suo ricordo, finire questo gioco che c’è nei confronti della sua morte e della sua vita. Ne sono certo, non avrebbe voluto tutto questo. Spero che possa avere un po’ di tregua anche lei. Ho rimpianti personali per non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno evidente. Mi spiace non aver potuto trasformare il rapporto fratello-sorella anche in un rapporto di amicizia. Questo purtroppo non è stato possibile farlo”.

A fine intervista, Marco Poggi si è soffermato sui ringraziamenti rivolti a chi, in questi 19 anni dall’assassinio di sua sorella, è stato vicino alla sua famiglia. “Il grazie più banale va ai miei genitori per tutti questi anni, perché ci sono sempre stati, non sono mai crollati e sono stati fondamentali nel non far crollare anche me. Il grazie che forse è meno scontato è quello per gli avvocati, consulenti e soprattutto le loro famiglie, che ci sono rimaste vicino. Loro stessi hanno subito un sacco di attacchi personali, insulti e diffamazioni”, ha concluso.

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