Delpini: «L’amore di Gesù offre ristoro alla nostra stanchezza»
L'Arcivescovo in raccoglimento davanti all'altare«Credo che meditando sulla vita e su quello che noi sappiamo dell’esperienza dei preti che abbiamo conosciuto, delle sorelle e dei fratelli con cui abbiamo condiviso la vita e che sono morti in questo anno, possiamo capire che Gesù ci offre ristoro. Penso che, meditando più profondamente e continuando a dialogare con coloro che ci hanno lasciati e che sono vivi presso Dio, possiamo dare un contenuto a questo ristoro che Gesù dà a chi si rivolge a lui».
Nella cappella feriale del Duomo gremita l’Arcivescovo ricorda i tanti presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, consacrate e consacrati scomparsi dal giugno dell’anno scorso a oggi. Un anno che ha visto la morte di ben 50 sacerdoti ambrosiani e di 4 diaconi permanenti, a cui si aggiungono appunto i religiosi. Tutti coloro per cui monsignor Delpini presiede una celebrazione eucaristica nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giornata della Santificazione sacerdotale. A concelebrare il rito una ventina di sacerdoti tra cui due Vescovi, il Vicario generale monsignor Franco Agnesi e monsignor Angelo Mascheroni e i Canonici del Capitolo metropolitano.

Dopo la lettura dei nomi dei sacerdoti scomparsi da parte del Moderator Curiae monsignor Carlo Azzimonti, l’omelia dell’Arcivescovo si fa così appello a non cadere nelle tante forme di stanchezza che segnano il nostro presente.
La stanchezza che opprime
«Dobbiamo riconoscere che c’è in noi un principio di infelicità. Di che cosa siamo stanchi? Non è la stanchezza di chi lavora molto, la fatica fisica, non la serietà delle nostre responsabilità e la frenesia del lavoro per cui può giovare il ritmo ragionevole del riposo; non l’esagerazione nella dedizione alle persone amate: è una stanchezza per qualcosa che opprime, per il tempo che non passa mai, per il vuoto e la solitudine che niente riesce a riempire. È la stanchezza della noia».
E c’è anche, nota ancora l’Arcivescovo, «la stanchezza che viene dalla frustrazione per l’impegno profuso che non arriva mai al risultato desiderato, il proposito virtuoso che resta sempre incompiuto, la delusione a proposito di se stessi, delle proprie scelte, delle aspettative riposte negli altri; per il desiderio, i sogni, i programmi che si rivelano inconsistenti, irrealizzabili».

E così è anche per quella forma triste di stanchezza che deriva dall’essere mortificati: «Quando si constata che la fatica non è riconosciuta, non si sente neppure dire un grazie, per la costatazione di non essere stimati, apprezzati per quello che si vale, per le richieste legittime che non sono neanche prese in considerazione. Mortificati in un contesto che vuole sottovalutare».
Infine, una quarta modalità di stanchezza: quella dell’umiliazione per la nostra impotenza. «L’esperienza – scandisce l’Arcivescovo – di vedere i problemi e non trovare la soluzione, riconoscere che si fa molto per dare gioia e, invece, si diffonde il malumore, non riuscendo a consolare, a guarire, a dare gioia».
Da qui coloro che, stanchi e oppressi, «si arrabbiano con la vita, con Dio, con se stessi e con gli altri, vivendo risentiti o cercando evasioni e concessioni», ma anche quelli che «si chiudono, si rassegnano, si ripiegano su di sé a compatirsi, a sentirsi vittime, a confermarsi nella persuasione di non valere niente, di vivere per niente».

Il ristoro che viene da Gesù
Ma, poi, «ci sono di quelli ascoltano la voce di Gesù e lo cercano, lo seguono, confidano in lui. Sono i piccoli che hanno ricevuto la rivelazione delle cose nascoste ai sapienti», spiega l’Arcivescovo in riferimento al Vangelo proprio della Solennità, con la pagina di Matteo al capitolo 11. «Sono i semplici, inclini alla fiducia, che imitano Gesù, mite e umile di cuore. Quelli che trovano in lui il compimento delle sue promesse, anche se hanno le loro fatiche».
Un ristoro fatto «di un’amicizia in cui abitare, di una sua presenza fedele. Certo, il Signore non toglie le fatiche, non risolve i problemi, ma è lì presente, accanto, e il peso della stanchezza diventa leggero, il giogo soave. Forse così gli amici di Dio sperimentano la “perfetta letizia”, come insegna san Francesco».
«Gesù offre ristoro perché rende partecipi del suo modo di vivere, dello stile con cui ha vissuto sulla terra. Nella comunità, nella fraternità è possibile accogliersi gli uni gli altri, trovare gioia nel procurare gioia. Gesù non ci autorizza a essere risentiti, ma miti e umili di cuore, amando oltre le aspettative umane, fino al perdono dei nemici. I sentimenti di Gesù ci liberano dall’oppressione che rende tristi e arrabbiati, invitando a non metterci allo specchio per esaltarci, per complimentarci di ciò che siamo e ciò che abbiamo fatto, o per riconoscere che siamo sbagliati. Il nostro ristoro sta nello sguardo di Dio che ci offre il suo amore», ha concluso monsignor Delpini richiamando la «confidenza con i nostri morti che ripetono per noi le parole di Gesù».

Dopo le litanie dei Santi, cantate in ginocchio da tutta l’assemblea – tra cui tante consorelle di religiose e consacrate tornate alla Casa del Padre, amici e parenti degli scomparsi – a conclusione della Messa il pensiero dell’Arcivescovo torna alla gratitudine e al suffragio per i defunti «che credo si uniscano alla preghiera della nostra Chiesa che si prepara, domani, a ordinare i preti novelli che saranno confortati dall’esempio di chi li ha preceduti nell’essere santi e dedicati al Ministero».
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