Di Giuseppe difende la riforma del voto estero: «Il mondo non è troppo grande, serve una politica meglio organizzata»

16 Luglio 2026 - 18:50
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Il deputato di Fratelli d’Italia sostiene l’accorpamento delle ripartizioni della Camera: «La vicinanza agli elettori non si misura in chilometri o nelle cene, ma nella capacità di ascoltare, intervenire e ottenere risultati»

Andrea Di Giuseppe interviene nel dibattito sulla riforma della legge elettorale e difende apertamente la scelta di ridurre, per l’elezione della Camera dei deputati, le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero a due grandi aree: Europa e Resto del mondo.

Il parlamentare di Fratelli d’Italia respinge l’idea che l’ampliamento geografico della circoscrizione renda impossibile una rappresentanza efficace.

«Il mondo è troppo grande per un parlamentare? No. È troppo grande soltanto per un parlamentare organizzato troppo in piccolo».

Secondo Di Giuseppe, la vera questione non sarebbe la vastità del territorio, ma la capacità dell’eletto di costruire una struttura organizzativa adeguata, composta da collaboratori, strumenti digitali e presìdi capaci di raccogliere le istanze provenienti dalle diverse comunità.

«Un parlamentare non può rappresentare milioni di concittadini da solo», afferma, spiegando di poter contare su una squadra di oltre dieci persone impegnate nella raccolta delle segnalazioni, nell’apertura dei dossier e nei rapporti con consolati, ambasciate e ministeri.

Una dichiarazione che presenta la riforma non come un ridimensionamento della rappresentanza, ma come una sfida destinata, nelle intenzioni del deputato, ad aumentare la responsabilità politica degli eletti.

«La vicinanza non si misura in chilometri»

Di Giuseppe insiste particolarmente sul concetto di presenza. A suo giudizio, la qualità del rapporto tra parlamentare e cittadini non può essere valutata soltanto sulla base dei viaggi compiuti, delle manifestazioni frequentate o delle occasioni conviviali alle quali si partecipa.

«La vicinanza non si misura in chilometri. E nemmeno nel numero delle cene a cui si partecipa».

Il parlamentare rivendica di avere partecipato a poche cene nel proprio collegio e critica quella che definisce implicitamente una politica delle fotografie, delle tavolate e delle presenze rituali.

«Le cene producono fotografie. Il lavoro produce leggi», scrive Di Giuseppe, contrapponendo alla visibilità pubblica il lavoro svolto nei ministeri, nelle commissioni e nelle aule parlamentari.

La presenza autentica, secondo il deputato, si manifesta soprattutto il giorno successivo agli eventi, quando occorre rispondere alle richieste, affrontare i problemi e trovare soluzioni concrete.

Il modello dell’impresa applicato alla politica

Per sostenere la propria tesi, Di Giuseppe ricorre più volte al paragone con il mondo imprenditoriale.

Un amministratore delegato, osserva, non può occuparsi personalmente di ogni singolo mercato nel quale opera la propria impresa. Deve invece costruire una struttura formata da persone competenti, delegate e presenti nei diversi territori.

Lo stesso principio, a suo giudizio, dovrebbe valere per un parlamentare eletto all’estero.

«Da imprenditore non ho mai scelto un angolo del mondo in cui chiudermi. Ho sempre preferito competere nel mondo, con una squadra capace di essere presente, ascoltare e intervenire ovunque servisse».

La politica dovrebbe quindi organizzarsi come una rete, utilizzando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e mantenendo un ascolto costante delle comunità, anche quando queste si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

«Meno frammentazione e più responsabilità politica»

Di Giuseppe riconosce che un deputato sarebbe chiamato a rappresentare un’area molto più vasta rispetto a quella attuale. Tuttavia, considera l’accorpamento delle ripartizioni una conseguenza della riduzione del numero dei parlamentari e della crescita degli italiani residenti all’estero.

Continuare a mantenere immutata una suddivisione costruita oltre vent’anni fa, sostiene, avrebbe significato ignorare una realtà profondamente cambiata.

Per il deputato, la qualità della rappresentanza non dipende dalla dimensione della circoscrizione, ma dall’organizzazione, dall’efficienza e dalla capacità politica di chi viene eletto.

«Considero l’accorpamento non come una riduzione della rappresentanza, ma come una sfida a elevare il livello della rappresentanza stessa. Meno frammentazione geografica e più responsabilità politica».

Alla fine, aggiunge Di Giuseppe, i cittadini non giudicherebbero un parlamentare dalla cartina elettorale sulla quale è stato eletto, ma dalla capacità di risolvere problemi, approvare leggi e fornire risposte.

Una posizione che riapre il confronto sulla territorialità

La dichiarazione di Di Giuseppe rappresenta una difesa netta della riforma sostenuta dal centrodestra, ma riapre inevitabilmente il confronto sul significato originario della Circoscrizione Estero.

I critici dell’accorpamento ritengono infatti che la rappresentanza degli italiani nel mondo non possa essere separata dal principio della territorialità che ispirò la legge Tremaglia: comunità differenti per storia, interessi, condizioni sociali, servizi consolari e rapporti economici con l’Italia dovrebbero poter eleggere rappresentanti legati alle rispettive aree geografiche.

La posizione di Di Giuseppe rovescia questa impostazione. La territorialità, nella sua visione, non coincide necessariamente con l’esistenza di collegi più piccoli, ma con la capacità del parlamentare di costruire una rete stabile e operativa nei territori.

Il confronto politico si sposta così su una domanda centrale: una struttura organizzativa, per quanto efficiente, può davvero sostituire il rapporto diretto tra eletto, territorio e comunità?

Per Di Giuseppe la risposta è affermativa. Il mondo, sostiene, non deve essere ridotto per consentire alla politica di gestirlo. Deve essere la politica a diventare più grande, più moderna e meglio organizzata.

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