Digital Innovation Forum, l’esperto Luigi Martino: “Dagli Usa alla Cina: così il potere della tecnologia ridisegna gli equilibri tra Stati”
Siamo qui alla quarta edizione del Digital Innovation Forum, che quest’anno ha come titolo “L’Europa del fare innovazione”. Come si fa innovazione oggi in Europa e, guardando all’Italia, a che punto siamo in ottica di investimenti?
“Questo forum è molto importante soprattutto perché, invece di vendere qualcosa, mette a fattore comune vari attori che concorrono a creare l’innovazione per l’Italia: attori istituzionali, industriali, l’accademia e anche esperti. Quindi non è solo rilevante, ma è necessario avere queste opportunità di discussione, di dibattito e di confronto. L’Europa sta cercando di crearsi una propria posizione nel contesto dell’innovazione sotto due aspetti, sia armonizzando tutte le attività che sono sparpagliate, da un punto di vista di progetti, finanziamenti e iniziative, quindi armonizzando sotto il cappello del concetto di sovranità digitale europea, o meglio l’autonomia digitale.
L’Italia sta cercando di giocare un ruolo importante in questo, priorizzando quali sono le iniziative, spingendo anche verso iniziative rilevanti e cercando di portare al tavolo dei processi decisionali europei la voce italiana. Lo fa non solo con i grandi centri italiani, ma anche favorendo lo sviluppo o la commistione tra attività di ricerca e la commercializzazione della ricerca, mettendo a fattore comune, per esempio, università, spin-off accademici e anche piccole e medie imprese, che sono l’ossatura dell’economia italiana. È necessario fare un salto di qualità? Assolutamente sì, però rendiamoci conto che da soli, come italiani, non andiamo da nessuna parte. Abbiamo però l’opportunità di farlo con i 27 che compongono il mercato europeo e anche la parte politica europea”.
In questo forum, sia ieri sia oggi, si è parlato molto anche di calcolo quantistico, supercomputer e blockchain. A che punto siamo su questo lato a livello di investimenti in Italia e dove dovremmo mirare e puntare?
“Innanzitutto cerchiamo di capire dove siamo a livello internazionale. Questi sono progetti di cosiddette tecnologie dirompenti, disruptive technologies. Ancora sono tecnologie che non sappiamo se produrranno degli effetti oppure se saranno tecnologie fallimentari. Ovviamente, l’investimento prevede anche dei rischi, di impresa o innovazione. Abbiamo visto molte volte, parliamo oggi di AI, un’AI un po’ più matura, però molte volte abbiamo assistito all’inverno dell’AI per vari anni e con varie iniziative.
Dove siamo a livello italiano? Siamo in un posizionamento molto importante con delle realtà di nicchia italiane, con delle piccole e medie imprese italiane, sparpagliate per varie regioni del territorio. Ci sono delle iniziative molto interessanti che riguardano non solo l’Italia, ma attori italiani che lavorano a livello internazionale. Per esempio, io, da un punto di vista sia accademico che industriale, lavoro con l’Agenzia Spaziale Europea su un progetto per creare una piattaforma di validazione e certificazione della tecnologia post-quantistica nel contesto spazio. Lo stiamo facendo in un’ottica anche di investimento: investimento delle risorse, ma anche investimento di attività e di risorse umane. Quindi stiamo andando molto avanti anche in Italia. Ricordiamoci che il nostro Paese ospita uno dei supercomputer a livello europeo, che è a Bologna con il Cineca, che ci permette anche di fare attività sperimentali avanzate, ospitando progetti internazionali nel nostro Paese. Quindi gli investimenti non sono tantissimi, però sono degli investimenti di nicchia che permettono quantomeno di creare un’effervescenza anche industriale, perché gli investimenti non sono tutto: serve anche una capacità imprenditoriale per proporre delle idee innovative”.
Nel suo ultimo libro, Il mondo codificato. Potere, politica e mercato, si pone l’accento anche sul legame tra tecnologie e relazioni internazionali. A tal proposito, come impattano di fatto l’intelligenza artificiale, la cybersecurity e tutte le infrastrutture digitali sull’equilibrio tra gli Stati?
“La tecnologia è sempre stata un elemento della politica internazionale, utilizzata dagli Stati per proiettare anche il loro potere nella politica internazionale. Il problema oggi è che stiamo assistendo a qualcosa di diverso, a un cambio di paradigma, dove la politica senza gli attori privati non può proiettare quel potere in modo autonomo. Quindi c’è bisogno sempre di più che l’attore privato appoggi o condivida l’agenda politica dell’attore politico. Lo vediamo negli Stati Uniti, vi ricordate tutti la fotografia dell’inaugurazione dell’amministrazione Trump, dove in prima fila non c’erano rappresentanti politici, ma rappresentanti delle più grandi aziende di tecnologia. Lo vediamo in Cina, ma questo non vuol dire che non sia possibile vederlo anche in Italia e in Europa. Ci vuole quindi una convergenza di interessi sia nazionali che aziendali.
Il problema di fondo rispetto alle tecnologie del passato è che le tecnologie di cui parliamo oggi sono accessibili a tutti e non sono ben governate. Quindi abbiamo bisogno di implementare delle capacità di governo, ed è qui che torna il ruolo della politica. Il mercato da solo non può andare da nessuna parte, perché ci sono interessi ben diversi, orientati al business, però la politica ha ancora un ruolo predominante per governare queste dinamiche, partendo dal presupposto che, secondo me, è sbagliato considerare la tecnologia buona o cattiva, ma è anche sbagliato considerarla neutrale. È il ruolo della politica capire come questa tecnologia deve essere utilizzata nell’interesse collettivo o quantomeno nell’interesse particolare di uno Stato, nell’interesse nazionale. Ed è qui che si può giocare un ruolo prevalente nel fare entrare nell’agenda dei partiti di governo o anche dei parlamenti la questione dell’interesse tecnologico nazionale: come io lo gestisco anche per tutelare i miei interessi, ma anche per proiettare i miei interessi a livello internazionale”.
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