Dopo gli attacchi al Green deal, il presidente di Confindustria vuole accelerare sulle rinnovabili

Prima la crisi energetica del 2022 legata al gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina, poi la crisi energetica in corso con lo stop allo shipping di oli&gas dallo Stretto di Hormuz (e alle bombe Usa cadute sull’Iran col pretesto del nucleare civile): sono tempi duri per la retorica portata avanti dalla presidenza di Confindustria sin dal 2024, allora in piena luna di miele col Governo Meloni e contro la transizione ecologica.
Al tempo il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, con al suo fianco Giorgia Meloni, attaccava a spada tratta la Commissione europea per l’approccio «ideologico e autodistruttivo nella transizione green». Il Green deal veniva bocciato in quanto presunta ideologia, la «grande cavolata» fatta dall’Europa: «L’errore è stato anteporre l’ideologia al realismo e alla neutralità tecnologica; ci siamo dati i tempi e gli obiettivi ambientali più sfidanti del mondo, ma senza alcuna stima degli effetti e dei costi sull’industria e sui lavoratori e le loro famiglie. Il resto del mondo non condivide né i nostri standard, né i loro costi, e tutto ciò ci porta fuori mercato».
Poi il mercato è arrivato a presentare il conto: il 27 aprile il direttore del Centro studi di Confindustria – Alessandro Fontana – ha portato i suoi dati in audizione parlamentare, affermando che «con una guerra lunga potremmo trovarci nella più grande crisi energetica della storia, la principale vulnerabilità del Paese è l’energia e tale rimarrà per anni». Soluzioni? Nelle slide di Fontana non c’è un numero sul fantomatico ritorno al nucleare sbandierato da Orsini (anche perché la stessa Confindustria favoleggia dei primi 0,4 GW da Smr solo nel 2035, mentre stando ai dati Terna ci sono già oggi 323 GW di richieste di connessione per impianti rinnovabili in attesa di valutazione). In compenso si chiede di «portare le rinnovabili al 60% nel mix italiano al 2030» e Fontana a precisa domanda del deputato Marco Grimaldi (Avs) ha dato sostegno alla proposta di installare 60 GW di rinnovabili in tre anni – analoga a quanto sostenuto da Agostino Re Rebaudengo su queste colonne pochi giorni fa, proponendo +20 GW all’anno.
Su questa scia, Orsini afferma che «cominceremo con tutti i presidenti regionali a mettere sui giornali i Comuni che bloccano le concessioni dell’energia» e che «sull’eolico e sul fotovoltaico siamo fermi perché non abbiamo le aree idonee», forse dimenticandosi che proprio il Governo Meloni ha atteso anni per formulare la relativa normativa e che proprio la sua articolazione a livello regionale – altro che Comuni! – rischia adesso di essere l’ennesimo ostacolo da superare: in realtà come la Toscana la prospettiva è un 4% circa del territorio idoneo al fotovoltaico e 0% di idoneità per l’eolico.
In questi anni, la leadership di Confindustria ha affermato tutto e il contrario di tutto sul fronte energetico. Sia che «siamo eccessivamente dipendenti dal gas» sia che servirebbe una «riflessione» sulla riapertura al gas russo usato come arma di pressione geopolitica di Putin contro l’Europa (Italia compresa); la sempiterna richiesta di puntare sul nucleare di nuova generazione – che ancora di fatto non esiste –, ma anche la riaccensione (?) dei reattori esistenti e in corso di smantellamento da decenni; la volontà di accelerare sul fronte autorizzativo delle rinnovabili – una linea che a onor del vero è stata sostenuta sin dal 2024 – ma affermando a ogni occasione che da sole non bastano, che i costi della decarbonizzazione sono enormi, che l’Ets (grazie al quale abbiamo risparmiato 100 mld mc in consumi di gas a livello Ue e orientato investimenti proprio verso le rinnovabili) andrebbe sospeso, etc.
Sostenere la qualunque in campo energetico non significa mettere in campo una strategia di politica industriale, come il leader degli industriali italiani dovrebbe sapere, ma lasciare campo all’inazione e all’eterna (nucleare) attesa in favore dello status quo: quello dominato dalle fonti fossili, mentre altri Paesi come la Spagna hanno puntato senza sé e senza ma sulle rinnovabili, godendone i vantaggi in bolletta.
«Le imprese italiane a ‘microfoni spenti’ spesso ci dicono che si sentono più rappresentate dalle nostre politiche e dalle nostre richieste piuttosto che da quelle di Confindustria – spiegava pochi giorni fa il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani – Il presidente degli industriali Emanuele Orsini sostiene che il futuro sono i piccoli reattori modulari. Ma io, che pure ne vedo tanti, non ho mai incontrato un imprenditore che mi abbia detto: appena saranno commercializzati gli Small modular reactor ne metterò uno nel mio stabilimento per avere elettricità a buon mercato. Anzi, il contrario. Ci dicono: non ci penso nemmeno, non voglio che i territori insorgano contro la mia azienda. Per tutti questi motivi, sosteniamo che Confindustria, con le sue richieste al governo di riaprire la stagione nucleare, fermare l’Ets, trovare nuovi mercati del gas non fa assolutamente gli interessi di tutte le imprese italiane. Ma solo dei grandi gruppi del gas».
Che dire? Solo gli stupidi non cambiano mai idea, e se sincero ben venga un pur tardivo cambio rotta di Orsini sulle rinnovabili. Le idee confindustriali in campo appaiono però ancora molto confuse, la speranza è che i fatti possano presto parlare più chiaramente.
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