Due mezze pazzie sulla manovra

17 Ottobre 2026 - 09:55
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Gli osservatori che si sono appassionati al futuro della legge di Bilancio hanno scelto di concentrarsi su un falso problema e hanno deciso di disinteressarsi del vero obbrobrio presente all’interno della manovra. Il falso problema, trasformato dalle opposizioni e dai giornali più lontani dal governo nel vero dramma, coincide con il diminutivo affibbiato alla legge di Bilancio. La si definisce “manovrina”, con un tono dispregiativo, per segnalare in alcuni casi la povertà dei contenuti e per mettere in rilievo in altri casi il poco coraggio del governo. Non ci vuole molto a capire che avere a che fare con una manovrina nella sessione di bilancio che precede una tornata elettorale non è una cattiva notizia ma è un miracolo politico: scontentare tutti, o quasi, significa rinunciare all’idea di trasformare la manovra in un marchettificio eccessivo e, rispetto a ciò che sarebbe potuta essere una manovra preelettorale preda delle isterie dei partiti disperatamente in cerca di consensi, avere una manovrina, per quanto vuota, timida, costruita perlopiù per finanziare ciò che già era stato finanziato un anno fa, e non per mandare in pensione prima i potenziali elettori del centrodestra, è lo scenario migliore che ci si potesse aspettare.

Dall’altra parte, ciò che stupisce è l’assenza quasi totale di dibattito di fronte a un’oscenità che ormai si è consolidata in un pezzo rilevante dell’opinione pubblica, che da anni ha scelto di considerare legittimo l’utilizzo di una leva che, a un elettore liberale, dovrebbe fare accapponare la pelle: gli extraprofitti. L’idea che il profitto di un’azienda possa essere considerato in modo discrezionale, dunque non oggettivo, “extra”, non è una novità per l’Italia. Nel 2022 il governo Draghi ha introdotto un contributo straordinario a carico delle società energetiche. E da quel momento in poi il tema dei profitti extra ha sempre fatto capolino nelle discussioni che hanno preceduto la manovra. Con il governo Meloni, gli extraprofitti hanno coinciso con i profitti generati dalle banche (e a volte anche dalle assicurazioni). 

E’ successo anche in questa manovra, che ha stimato di trovare, non si sa come, cinque miliardi da misure a carico del settore finanziario, banche comprese (banche che guadagnano molto bene, ma che per ragioni misteriose hanno già oggi un’Ires superiore di 3,5 punti percentuali rispetto all’aliquota ordinaria e un’Irap superiore di 2,75 punti percentuali rispetto all’aliquota ordinaria nazionale). Il silenzio quasi assoluto attorno al tema degli extraprofitti – il principale elemento di dibattito è se la tassazione extra sia sufficiente o se sia poco coraggiosa – segna non soltanto l’azzeramento del pensiero critico dei cosiddetti liberali ma anche un passaggio interessante dalle conseguenze impreviste. Un tempo, prima di una manovra, si ragionava, lo faceva la sinistra di solito, sull’opportunità di tassare la ricchezza. Oggi, invece, si arriva a colpevolizzare chi la ricchezza la produce, alimentando l’idea che i profitti possano essere extra, che fare molti soldi sia un peccato da punire, che colpire i ricchi per aiutare i meno ricchi sia un concetto da sdoganare. Se la politica considera il mercato all’interno del quale operano le banche ricco di ingiustizie, a causa di una concorrenza imperfetta, dovrebbe provare a intervenire sugli ostacoli alla mobilità dei clienti, sui limiti all’ingresso degli operatori, sulle possibilità di comparare le offerte. Se invece non agisce per avere più concorrenza, non può dare per scontato che il mercato sia così distorto come si potrebbe credere. E se l’unica leva che spinge la politica a punire chi fa molti profitti è il criterio discrezionale con cui li si considera “extra” viene facile dire che il problema non è tassare le banche: il problema è avere una classe dirigente disposta a trasformare la demonizzazione del profitto in un carburante trasversale per dare più energia all’Italia. La manovrina non è un problema, la demonizzazione del profitto forse sì.

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