Esclusa dai dossier Iran e Venezuela, Gabbard lascia la guida dell’intelligence Usa

25 Maggio 2026 - 05:35
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Esclusa dai dossier Iran e Venezuela, Gabbard lascia la guida dell’intelligence Usa

La traiettoria di Tulsi Gabbard, ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista, come direttore dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti si chiude come era iniziata: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump. Le dimissioni annunciate venerdì, motivate ufficialmente dal peggioramento delle condizioni di salute del marito, arrivano dopo mesi in cui il suo ruolo era già stato progressivamente svuotato di rilevanza politica. L’amministrazione perde così un altro pezzo, dopo gli addi della segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, paladina dell’anti-immigrazione Ice, e Pam Bondi, la ministra della Giustizia (e già avvocata personale del presidente), accusata di aver gestito malamente il caso Epstein.

Formalmente capo del coordinamento dell’intera intelligence community, Gabbard era di fatto rimasta ai margini delle decisioni più sensibili dell’amministrazione, in particolare sulla guerra in Iran e sulle operazioni in Venezuela. Proprio su questi dossier si è consumata la frattura più profonda con la Casa Bianca: mentre il presidente Donald Trump accelerava su una postura militare più assertiva, lei manteneva una linea scettica e prudente, coerente con il suo tradizionale anti-interventismo.

Il risultato è stato un isolamento crescente. In diversi momenti chiave, il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, ha assunto un ruolo più centrale nel processo decisionale, diventando l’interlocutore privilegiato del presidente sulle opzioni militari e di intelligence. Gabbard, al contrario, è apparsa spesso fuori dai circuiti ristretti in cui venivano definite le operazioni, fino a essere descritta come «in disparte» anche nelle riunioni preparatorie agli attacchi contro l’Iran.

La distanza non è stata solo operativa, ma anche politica. Le tensioni sull’Iran si sono intrecciate con le sue posizioni sempre più controverse sul fronte interno, in particolare il sostegno alle narrative di revisione delle elezioni del 2020 e la promozione di inchieste interne sulla weaponization dell’intelligence. Una traiettoria che l’ha avvicinata alle priorità politiche di Trump, ma che non ha colmato il divario sulle scelte strategiche di politica estera.

In questo vuoto, l’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale ha perso ulteriore centralità. La funzione originaria, quella di coordinare le 18 agenzie dell’intelligence community, è stata progressivamente erosa dalla crescente centralizzazione delle decisioni attorno alla Casa Bianca e alla Central Intelligence agency. Il risultato è un indebolimento strutturale del ruolo del direttore dell’Intelligence nazionale, indipendentemente dal profilo personale di chi lo occupa.

A succedere a Gabbard con un mandato ad interim sarà, dal 30 giugno, Aaron Lukas, oggi vicedirettore, con un passato alla Central Intelligence Agency da analista. Erediterà un’istituzione formalmente potente ma politicamente marginalizzata. E difficilmente potrà invertire questa tendenza. L’equilibrio interno dell’amministrazione sembra ormai consolidato attorno a figure come Ratcliffe, mentre il direttore dell’Intelligence nazionale rischia di rimanere un centro di coordinamento tecnico più che un attore strategico.

In questo senso, l’uscita di scena di Gabbard non rappresenta solo un cambio di personale. È il sintomo di una trasformazione più profonda: la progressiva riduzione dell’autonomia dell’intelligence community rispetto al potere esecutivo e la crescente prevalenza di logiche politiche e di sicurezza nazionale concentrate in poche mani. Un processo che rende sempre più difficile immaginare un direttore dell’Intelligence nazionale realmente a capo della comunità, e sempre più plausibile un sistema in cui la sua influenza resti strutturalmente limitata.

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