Il governo minaccia Schengen perché i risultati sull’immigrazione non alimentano più il consenso

Il 30 luglio migliaia di persone hanno superato in poche ore la frontiera tra il Marocco e Ceuta. Nel giro di una serata il governo italiano ha annunciato la disponibilità a sospendere Schengen con la Spagna, e Madrid ha convocato il nostro ambasciatore. La parte interessante non è la reazione: è che quel governo aveva in mano l’argomento contrario. Al 15 luglio gli sbarchi erano 15.323 contro i 33.116 dello stesso periodo del 2025, meno 53,7 per cento; al 30 giugno i rimpatri 4.221 contro 3.202, più 31 per cento. Numeri suoi, rivendicati per mesi. Aveva i risultati e ha scelto l’annuncio. Vale la pena chiedersi perché.
Perché il riconoscimento è una moneta, e chi comincia a emetterla non può più smettere. Non è propaganda: è politica monetaria simbolica. Si emette identità perché è l’unica valuta a costo marginale zero: nessuna copertura di bilancio, nessun perdente nel breve periodo, nessuna verifica. I sondaggi di cui ha scritto Antonio Bompani su queste pagine ne misurano la circolazione: la domanda di riconoscimento pesa quanto quella economica, e resta scoperta. Ma ogni moneta emessa senza contropartita si svaluta. Il riconoscimento funziona allo stesso modo: ogni annuncio rende necessario il successivo, più grande, perché il precedente è già scontato nel prezzo.
Questo spiega tre cose. Perché i risultati non proteggono chi li ha ottenuti: un dato si consegna tardi e una volta sola, un annuncio si emette stasera e domani ancora. Perché chi ha costruito consenso sull’identità viene scavalcato da chi sta ancora più a destra: sul terreno simbolico vince chi rilancia, e rilanciare non costa nulla. E perché la spirale non si arresta da sola: si ferma solo davanti a una copertura.
Qui arriva la parte che riguarda noi. Il riformismo risponde esibendo il tasso di cambio: «I vostri annunci non valgono niente, ecco i dati veri». È l’errore che ripetiamo da quindici anni. Un’inflazione simbolica non si combatte con una tabella, come non si convince un risparmiatore in fuga con la teoria quantitativa della moneta. Si combatte con una riserva. E la nostra riserva è vuota, per colpa nostra. Marco ha quarant’anni, lavorava nella meccanica, è stato licenziato; suo padre è diventato non autosufficiente, il sostegno al reddito finisce prima della riqualificazione. Alle prossime elezioni voterà chi promette di sospendere Schengen. Non perché sia razzista: perché è la prima volta da anni che qualcuno gli risponde entro sera. Chi lo chiama razzista sta difendendo il proprio comfort morale, non lui.
A Davide, 35 anni e un decennio di contratti a termine, avevamo promesso che la flessibilità avrebbe prodotto mobilità: gli abbiamo consegnato la precarietà senza la sicurezza che doveva accompagnarla. A Sara, 17 anni in una provincia del Sud, avevamo promesso l’ascensore sociale. E per un decennio abbiamo chiamato la sicurezza «un tema della destra», finendo per regalargliela. Non abbiamo perso quel voto per un problema di linguaggio. L’abbiamo perso per inadempienza.
La copertura è l’unica strategia possibile, e ha una data. Nel 2031 Sara deve poter scegliere un istituto tecnico collegato alle imprese del territorio, come nel duale tedesco; Davide, diritti che lo seguano da un lavoro all’altro; Marco, un solo sportello dove reddito, orientamento e formazione stiano insieme e un’assistenza domiciliare per suo padre. Non un elenco di misure: una destinazione, l’unica identità che possiamo offrire senza mentire.
Nessuno di quei pezzi funziona da solo: un reddito senza formazione è assistenza, una formazione senza politica industriale produce competenze che emigrano, un lavoro senza servizi per la non autosufficienza scarica su una figlia il costo di un padre malato. Tutto si tiene, o niente regge: una promessa vale solo se si vede la strada intera.
Lo stesso vale sul terreno più difficile. Ceuta produce due sentimenti apparentemente incompatibili: la paura di chi teme che il proprio quartiere sia esposto a un fenomeno che nessuno governa, e l’indignazione per come quelle persone sono trattate. Una parte del paese prova la prima, una parte, la seconda, molti non provano nulla. Chi risponde a chi ha paura chiamandolo razzista lo perde per sempre; chi risponde all’indignazione che la pietà è un lusso perde se stesso.
Tenerli insieme non è questione di tono: l’umanità è credibile solo se il fenomeno è governato – canali legali d’ingresso, asilo rapido, rimpatri effettivi, accordi con i paesi di origine – perché sono il caos e l’irregolarità a produrre naufragi e sfruttamento. E il governo è accettabile solo se resta umano. E non è solo questione morale: nel 2025 la popolazione in età attiva si è ridotta di oltre 70.000 unità, e un paese che invecchia ha bisogno di lavoro regolare, non di lavoro invisibile.
Guardiamola da vicino. L’Italia non ha una frontiera terrestre con la Spagna: i controlli ricadrebbero su voli e traghetti, cioè sugli italiani che ad agosto rientrano da Barcellona o da Palma, non su chi è entrato a Ceuta e semmai risalirebbe via terra attraverso la Francia. Il passaporto non servirebbe, perché basta la carta d’identità valida per l’espatrio, ma tornerebbe obbligatorio esibirla, dopo che dal luglio 2025 sulle rotte Schengen basta la carta d’imbarco. E un ripristino non giustificato da una minaccia grave e attuale, ha chiarito la Corte di giustizia, non è legittimo.
Una misura che colpisce chi dice di proteggere e non tocca il fenomeno che dice di fermare non è governo: è un’altra emissione, e il conto lo paga qualcun altro. E la regola vale in entrambe le direzioni: chi promette che nessuno resti indietro deve dire con la stessa fermezza che nessuno è esonerato dalle regole comuni – laicità, uguaglianza di genere, stato di diritto non si negoziano. L’identità si può stampare all’infinito. La dignità va consegnata. È l’unica differenza che ci resta, ed è sufficiente – a condizione di cominciare a pagare.
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