F1 in Ruanda, il Congo mette in guardia la FIA e solleva una "questione morale": il GP africano è una questione politica

16 Ottobre 2026 - 21:15
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F1 in Ruanda, il Congo mette in guardia la FIA e solleva una "questione morale": il GP africano è una questione politica

In questi giorni la FIA ha ufficialmente confermato che l’Africa tornerà nel calendario del Mondiale di F1, ospitando nei prossimi anni (dal 2030 in poi ogni data sarà utile) un Gran Premio nel Ruanda. La portata di questo annuncio si è però scontrata successivamente con una serie di controversie riguarda il ritorno della F1 nel continente africano dopo il GP in Sudafrica del 1993.

Il Ruanda e il sospetto di sportwashing

La gara verrà ospitata nella provincia orientale del Ruanda, e per la precisione nel distretto del Bugesera, su un circuito progettato dallo studio di Hermann Tilke che verrà presto costruito. Lo Stato africano in questo modo si aggiudica un altro evento sportivo di portata internazionale dopo aver accolto lo scorso anno i Mondiali di Ciclismo su strada, prima volta dell’Africa nella competizione organizzata dall’UCI e frutto dell’esperienza maturata col Tour du Rwanda.

Ma si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli, quelli che si annidano quando lo sport si intreccia con la politica. Il primo spesso è sfruttato dalla seconda come formidabile veicolo di soft-power, ovvero per migliorare la reputazione e l’immagine di uno Stato tramite eventi sportivi mondiali. Dai Mondiali di calcio in Qatar alla Dakar in Arabia Saudita, passando per le Olimpiadi di Pechino e via discorrendo: lo sport garantisce una visibilità globale, la possibilità di attrarre investimenti e a volte anche di spingere verso riforme che non sarebbero state possibili se la nazione fosse rimasta chiusa in sé stessa.

Luci ed ombre di un Ruanda tra crescita economica e diritti violati

Questo modus operandi lo sta portando avanti anche il Ruanda, che evidentemente ha una certa necessità di valorizzare la propria immagine nel mondo. Questo Paese è governato dall’anno 2000 da Paul Kagame, e come si può intuire da un esercizio di potere che dura da più di vent’anni i metodi non sono esattamente tipici di una democrazia. Il prezzo pagata da un Ruanda che, sotto la guida del suo presidente, è al tempo stesso uscito dall’instabilità legate al genocidio del 1994 (all’epoca Kagame guidava il Fronte Patriottico Ruandese), per diventare oggi un Paese dinamico, stabile, con una economia in forte crescita e attrattivo per gli investimenti dall’estero, e che può vantare anche una buona assistenza sanitaria e buoni indicatori per la parità di genere.

Esattamente come altre realtà in espansione, un esempio su tutti l’Arabia Saudita, il Ruanda di Kagame sta portando avanti una iniziativa a lungo termine per trasformare la realtà economica e sociale del Paese, sempre meno vincolata ad una agricoltura a basso reddito e sempre più orientata all’industria e ai servizi.

Ma secondo diverse ONLUS il Ruanda paga dazio sul fronte dei diritti umani, in particolare sul controllo dei media da parte del potere centrale che reprime il dissenso interno, arrivando anche ad attuare degli arresti arbitrari nei confronti degli oppositori politici stando a quanto riportano associazioni come Amnesty International. Anche le persone LGBTQ devono affrontare persecuzioni quotidiane, ma questo anche per via di uno stigma sociale che va al di là di chi governa (il Ruanda tra l’altro è uno dei pochi Paesi africani a non considerare un crimine l’omosessualità).

Le tensioni con la Repubblica Democratica del Congo

C’è però un altro aspetto da considerare, e riguarda i difficili rapporti di vicinato con la Repubblica Democratica del Congo. Le ostilità affondano le loro radici nel genocidio del 1994, quando i miliziani hutu (una delle etnie, assieme ai tutsi, che furono sterminate all’epoca) dovettero riparare verso il Congo, allora chiamato Zaire. Lo spostamento delle milizie hutu ruandesi è stata la miccia che ha innescato la crisi tra i due Paesi, così come l’arrivo dei ribelli tutsi organizzatisi poi nel gruppo M23.

Questi ultimi alla fine del 2021 hanno ricominciato le loro attività nella provincia nord del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Kinshasa accusò il Ruanda del sostegno alle milizie e ai loro attacchi la cui escalation partì nel 2022: secondo queste insinuazioni, il governo di Kigali armerebbe i miliziani dell’M23 per ottenere il controllo delle ricche miniere del Kivu, dove si estraggono minerali fondamentali per gli apparecchi elettronici che utilizziamo e per le batterie, anche delle auto elettriche, come le terre rare e il cobalto, oltre che l’oro.

Nel 2025, sotto l’attuale amministrazione Trump, fu firmato a Washington un trattato di pace che prevede il ritiro delle milizie della località occupate e la deposizione delle armi, mentre il Congo da par suo si impegna per la fornitura al Ruanda delle materie prime estratte dalle sue miniere.

Nonostante il trattato, la tensione però resta. L’ONU ha recentemente documentato come gruppi di soldati ruandesi continuino a sostenere i ribelli dell’M23 nel Kivu, fornendo loro armi e tecnologie per sostenere la loro guerriglia e aiutandoli nel contrabbando dei minerali critici verso il Ruanda.

Il governo congolese mette in guardia

E arriviamo quindi all’annuncio del GP da parte della FIA. La ministra degli Esteri congolese Thérèse Kayikwamba Wagner ha voluto mettere in guardia direttamente Stefano Domenicali e la FIA, come riporta RacingNews365 che a sua volta cita The Athletic. La responsabile del dicastero ha infatti spiegato che nel febbraio dello scorso anno aveva avvisato i vertici della F1 del rischio di organizzare un GP in Ruanda, parlando di una decisione “moralmente indifendibile”.

Wagner ha poi aggiunto: “La Repubblica Democratica del Congo accoglie con favore il ritorno della Formula 1 in Africa, ma dare a Paul Kagame questa opportunità contribuirebbe a migliorare l’immagine di un leader autoritario il cui governo ha contribuito ad alimentare una guerra devastante nel nostro Paese. Le guerre che si sono susseguite nella Repubblica Democratica del Congo hanno causato milioni di vittime, rendendole uno dei conflitti più sanguinosi dalla Seconda Guerra Mondiale”.

La ministra ha parlato di civili che “ancora oggi sono perseguitati, uccisi o cacciati dalle proprie case”, e ha sottolineato “lo sfruttamento illegale dei minerali congolesi”, “contrabbandati ed esportati in Ruanda generando profitti e al tempo stesso contribuendo a finanziare il conflitto”.

Wagner ha quindi concluso: “Questa è anche un’opportunità per la Formula 1 di mostrare al suo pubblico e ai suoi tifosi cosa rappresenta veramente questo sport. Perciò bisognerebbe richiedere garanzie credibili e indipendenti che nessun soldo utilizzato per ospitare la gara provenga da minerali legati a conflitti o dallo sfruttamento delle risorse congolesi”.

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