Ferrari Dino 206 GT, un nuovo modo di vedere il Cavallino
Sul cofano non c’è il Cavallino Rampante. Non c’è nemmeno la scritta Ferrari. Al suo posto una targhetta gialla con la parola Dino in corsivo, e basta. Siamo nel 1967 e a Maranello succede qualcosa di mai visto: nasce una Ferrari che non vuole presentarsi come tale, almeno non a prima vista.
È la 206 GT, una berlinetta compatta a motore centrale, bassa, sinuosa, con un V6 al posto dei soliti dodici cilindri. Piccola nelle dimensioni e nella cilindrata, gigantesca per quello che rappresenta: il primo passo di Enzo Ferrari verso un modo nuovo di costruire automobili, e insieme un omaggio a un figlio che non c’è più.
Un momento storico particolare
Per capire la Dino bisogna guardarsi intorno, a metà degli anni Sessanta. Il mondo delle sportive di lusso si sta affollando: la Porsche 911 macina consensi, a Sant’Agata Bolognese un giovane costruttore di trattori sta mettendo in discussione il primato di Maranello, e i clienti cominciano ad avere più scelta.
Ferrari, intanto, produce pochissimo e a mano, con costi altissimi. Serve una vettura più accessibile, da vendere in numeri più consistenti. L’idea è a portata di mano, quasi in casa: il prototipo Dino 196 S dimostra che un due litri è possibile, e così prende forma una versione stradale da costruire, per la prima volta nella storia del marchio, con una vera catena di montaggio.
Una Ferrari diversa dal solito e l’accordo con Fiat
Il nome, prima di tutto. Dino è il diminutivo di Alfredo, il figlio di Enzo scomparso nel 1956, a soli 24 anni. Prima di ammalarsi gravemente, il ragazzo lavorava a un motore a V, e il padre decide di dedicargli il nome delle vetture che nasceranno attorno a quel progetto.
Le prime a portarlo sono le sport da corsa dei primi anni Sessanta, con motori V6 e V8. Poi arriva il turno della strada. C’è però un ostacolo non da poco: i nuovi regolamenti della Formula 2, in vigore dal 1967, richiedono motori derivati da vetture di serie, prodotte in almeno cinquecento esemplari.
Numeri che Ferrari da sola non può sostenere. La soluzione è un accordo con la Fiat, che produce il V6 per la sua Fiat Dino, spider e coupé, mentre a Maranello quel motore viene rivisto e adattato per la piccola Ferrari. Un patto che accontenta tutti: Torino ottiene un cuore nobile per le proprie sportive, Modena ottiene la strada aperta per le corse e per il progetto della baby Ferrari.
Il prototipo a motore centrale
La gestazione è più lunga di quanto si pensi. Nell’ottobre del 1965, al Salone di Parigi, lo stand Pininfarina espone la Dino Berlinetta Speciale, costruita sulla base della sportiva 206 S e ricca di spunti stilistici che ritroveremo su altre Ferrari negli anni a venire.
Un anno dopo, a Torino, si affaccia il primo vero prototipo della futura GT di serie: una berlinetta gialla, telaio 00106, che suscita subito una marea di curiosità. Nei dodici mesi successivi la vettura viene limata, rifinita, corretta. Un ultimo esemplare appare a Torino nel novembre del 1967, con una linea ormai vicinissima a quella definitiva.
In tutto sono sei i prototipi realizzati da Pininfarina prima di arrivare alla serie. La vera novità, però, sta sotto la pelle: il motore è centrale e trasversale, una scelta che per una Ferrari stradale è rivoluzionaria, abituata com’è ai V12 anteriori.
Design Pininfarina
Le forme sono morbide. Nessuna aggressività esibita, niente spigoli: fianchi scolpiti, parafanghi generosi che avvolgono le ruote, un abitacolo raccolto per due sole persone. Sul progetto lavorano Aldo Brovarone e Leonardo Fioravanti, e il risultato è una di quelle linee che invecchiano benissimo, tanto da sembrare oggi attuale.
A costruire la carrozzeria è la Scaglietti di Modena, e per la 206 GT si sceglie l’alluminio, con un peso finale che resta sotto la tonnellata. Il depliant dell’epoca la descrive come “Minuscola, scattante, sicura… quasi una Ferrari“, una frase che suona quasi come una richiesta di scuse verso i clienti più tradizionalisti.
Un V6 compatto
Il cuore è un V6 di 65 gradi da circa due litri, disposto in posizione centrale trasversale e alimentato da tre carburatori doppio corpo Weber 40 DCNF. Eroga 180 cavalli e spinge la piccola berlinetta fino a 230 km/h: numeri di tutto rispetto per un’auto di quelle dimensioni.
Perfino la sigla racconta la sua storia: 206 sta per due litri e sei cilindri. Chi la guida ne parla come di una vettura leggera, precisa, incollata alla strada, capace di divertire senza chiedere troppo al pilota. Ed è qui che le diffidenze iniziali si sciolgono: c’è chi, all’inizio, non la considera nemmeno una vera Ferrari, ma dopo averla vista e provata cambia parere in fretta.
Subito arriva la 246 GT
La 206 GT vive un’esistenza brevissima. Ne vengono costruiti poco più di 450 esemplari, e già nel 1969, sei mesi appena dopo l’inizio delle vendite, al Salone di Ginevra debutta la sorella maggiore: la Dino 246 GT. Cambia la cilindrata, che sale a 2,4 litri, cresce la potenza, il passo si allunga di qualche centimetro per offrire più spazio, e la carrozzeria in alluminio lascia il posto all’acciaio, per contenere i costi.
Più tardi arriva anche la GTS, con il tettuccio rigido asportabile. La produzione prosegue fino al 1974 e supera i tremila esemplari: è la prima Ferrari a essere costruita davvero in quantità.
Rimane una Ferrari atipica
Ancora oggi la Dino è un mondo a parte. Per anni resta una Ferrari senza essere una Ferrari, con quel marchio giallo e un motore che non ha nulla di un dodici cilindri. Eppure è proprio questa sua diversità a renderla amata: una macchina raccolta, elegante, intima, più vicina a un sogno personale che a un’esibizione di potenza.
Bisognerà attendere gli anni Settanta perché il Cavallino torni sul cofano di una berlinetta con motore centrale. Ma il seme, a quel punto, è stato piantato. E lo si deve a una piccola berlinetta anonima, nata dal dolore di un padre e dall’intuizione di un’azienda che aveva capito di dover cambiare pelle.
Oggi le sue quotazioni – proprio grazie alla sua natura originale, l’importanza del nome che porta e il fatto di essere la prima di un nuovo corso – sono alte, con la variante 206 ancor più ricercata, in quanto a tiratura molto limitata e prima del suo corso.
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