Giallo della ricina a Campobasso, l’autopsia scagiona i medici: “Era impossibile salvare madre e figlia”

Era talmente consistente la quantità di ricina ingerita che era pressoché impossibile salvare Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia 15enne decedute a Pietracatella (Campobasso) dopo un pranzo a ridosso dello scorso Natale. È una delle conclusioni a cui arriva la tanto attesa autopsia sul giallo molisano, in totale 838 pagine che mettono nero su bianco una certezza: le due donne sono state uccise da un’intossicazione da ricina. Ma su come il veleno sia entrato nel corpo delle vittime, ogni opzione è ancora sul tavolo.
L’autopsia
Nella relazione autoptica si legge: ”Non vi fu negligenza medica, né un destino che si sarebbe potuto deviare con un diverso intervento terapeutico: la letalità e la concentrazione della ricina assunta dalle due donne non hanno lasciato alcuno spazio di manovra ai sanitari”. Questo risulta dalle 830 pagine depositate dai periti incaricati dalla Procura – tra cui figurano gli specialisti Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli. Un quadro clinico drammaticamente compromesso sin dal principio. Gli accertamenti tossicologici, eseguiti in stretta collaborazione con il Centro Antiveleni “Maugeri” di Pavia, hanno rilevato nei campioni biologici delle vittime una presenza massiccia di tossine di ricina, una sostanza altamente tossica ricavata dai semi della pianta di ricino.
Impossibile salvarle
La quantità individuata dagli esami era talmente elevata da rendere ininfluente qualsiasi variazione nella condotta terapeutica. Come evidenziato nella relazione dei medici legali, la rapidità evolutiva dei sintomi, unita alla totale assenza di un antidoto specifico per questo tipo di avvelenamento, esclude che un diverso approccio clinico da parte del personale ospedaliero avrebbe potuto evitare il decesso delle pazienti. I cinque professionisti, iscritti nel registro degli indagati, con l’ipotesi di omicidio colposo, vedono così delinearsi un alleggerimento delle loro responsabilità.
Il mistero irrisolto delle due morti
Resta invece aperto e inquietante l’interrogativo sulle circostanze che hanno portato all’assunzione del veleno. Esclusa qualsiasi negligenza medica: la sostanza presente era letale per qualsiasi persona. Un dato cruciale riguarda la tempistica: la comparsa dei primi sintomi, manifestatisi nella mattinata del 25 dicembre, colloca il momento del contagio verosimilmente tra il 23 e il 24 dicembre. L’attenzione degli investigatori rimane dunque concentrata sui pasti consumati a ridosso delle festività natalizie. Sarà necessario comprendere come la ricina possa essere finita sulla tavola delle due donne, se per una tragica contaminazione accidentale, o se dietro la vicenda si celino altre responsabilità. Per questo gli inquirenti continuano a lavorare incessantemente alla ricerca della verità.
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