Consolati italiani all’estero, quando arriverà la vera rivoluzione del lavoro consolare?
A quando la rivoluzione del lavoro consolare?
Leggiamo e ascoltiamo con incredula attenzione gli interventi di Maria Chiara Prodi, segretaria generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE). Nelle sue parole, il CGIE rappresenta un modello di partecipazione democratica: assicura il dialogo istituzionale con il Ministero degli Affari Esteri, promuove la modernizzazione della rete consolare e si batte per l’innovazione amministrativa.
Peccato, però, che gli italiani residenti all’estero sembrino non essersi accorti di tutto questo.
Mentre il CGIE discute di reti, processi e governance, migliaia di cittadini continuano a confrontarsi con problemi molto meno teorici e molto più concreti: attese interminabili per ottenere un passaporto o una carta d’identità, servizi notarili congestionati, appuntamenti introvabili, piattaforme digitali spesso inutilizzabili e consolati praticamente irraggiungibili telefonicamente.
Questioni apparentemente troppo ordinarie per trovare spazio nel dibattito pubblico di un organismo che, invece, dovrebbe occuparsi proprio di queste criticità.
Nell’azione di raccordo che il CGIE svolge con il Ministero degli Affari Esteri risalta, a nostro giudizio, il silenzio dei rappresentanti delle collettività italiane sulla cattiva organizzazione del lavoro consolare, una realtà che chiunque può constatare direttamente. Allo stesso tempo, nulla viene detto sulla mancanza di un progetto credibile di modernizzazione degli uffici all’estero.
Nei discorsi ufficiali si moltiplicano gli apprezzamenti reciproci tra i membri del CGIE, da una parte, e consoli e ambasciatori, dall’altra. Un atteggiamento che finisce per assomigliare più a un esercizio di autocelebrazione che a un’occasione di confronto costruttivo, nel quale, invece, dovrebbero trovare spazio anche utili elementi di autocritica.
Spiace dirlo, ma non si coglie una seria riflessione sulle inefficienze del lavoro consolare e sui disagi che esse continuano ad arrecare alle nostre comunità all’estero.
La digitalizzazione, ad esempio, con i suoi oscuri algoritmi, viene presentata come una sorta di panacea. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta ancora di un progetto incompiuto, di una scommessa su un futuro indefinito.
Chi oggi cerca di fissare un appuntamento consolare sa bene che la tanto annunciata digitalizzazione si traduce spesso in una vera e propria digitalizzazione del disagio: piattaforme poco trasparenti, disponibilità dei servizi distribuite con il contagocce, procedure poco intuitive e cittadini costretti a inseguire gli appuntamenti con la pazienza di chi partecipa a una lotteria.
A questo si aggiunge l’assenza di una reale pressione per ampliare gli orari di apertura al pubblico. Nessuna proposta concreta per introdurre aperture pomeridiane o servizi il sabato nelle sedi più congestionate. Nessuna particolare insistenza sulla necessità di migliorare la reperibilità telefonica dei consolati, che continua a rappresentare una delle principali fonti di frustrazione per migliaia di utenti.
Soprattutto, manca qualsiasi domanda realmente scomoda sul funzionamento della macchina consolare: organizzazione del lavoro, produttività, tempi effettivi di evasione delle pratiche, standard di efficienza e responsabilità gestionali.
Il risultato è un diffuso malessere tra cittadini e utenti, un malessere del quale il CGIE, spiace constatarlo, non sembra rendersi pienamente conto.
Gerardo Petta
Presidente del Comites di Zurigo
Nota: il presente intervento è espresso esclusivamente a titolo personale.
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